La penetrazione della Cina in Medio Oriente è arrivata a un punto critico. Prendiamo Israele: l’infiltrazione economica del Dragone in questo Paese è arrivata al punto da preoccupare così tanto gli Stati Uniti che la Casa Bianca, negli ultimi mesi, ha inviato diversi messaggi di avviso al governo israeliano affinché Tel Aviv cancelli una serie di accordi commerciali stretti con Pechino. L’allarme più grande agli occhi di Washington è la trattativa che consegnerà il porto di Haifa, il più grande e importante di Israele, nelle mani cinesi. La compagnia Sipg ha infatti messo in cassaforte l’appalto che a partire dal 2021, le consentirà di modernizzare l’infrastruttura con nuovi lavori e investimenti mirati. Ma il porto di Haifa è solo la punta dell’iceberg, perché ci sono tanti altri intrecci tra gli alleati statunitensi numero uno in Medio Oriente e i loro più acerrimi nemici, con i quali è in corso una guerra commerciale.

La strategia cinese in Israele

Proprio l’inasprirsi della guerra commerciale, che nel frattempo ha già scatenato una guerra valutaria parallela, ha spinto gli Stati Uniti a chiedere a Israele la cancellazione di accordi potenziali che, in futuro, garantirebbero l’accesso della Cina ai gangli strategici dello Stato israeliano. Stando a quanto riferito da Asianews, la Casa Bianca avrebbe già inviato più di un avviso diretto al governo di Tel Aviv. Come detto, la presenza cinese nel porto di Haifa sconvolgerebbe la sicurezza di Israele e i piani militari degli americani nel Medio Oriente, visto che quel porto ha più volte ospitato la Sesta Flotta degli Stati Uniti. Il Pentagono ha puntato il dito contro l’accordo da due miliardi di dollari che spalancherà le porte del porto di Haifa alla Shanghai International Port Group, azienda filogovernativa che potrà così controllare le operazioni dell’hub a partire dal 2021. Dove nasce questo accordo imminente? Bisogna riavvolgere il nastro al 2015. All’epoca si tenne l’asta che assegnava la gestione per 25 anni dello scalo; quella cinese fu l’unica offerta.

Dai porti alla metro: gli investimenti di Pechino a Tel Aviv

Pare che Mick Mulroy, il numero due del ministero della Difesa per il Medio Oriente, abbia precisato in una nota che gli Stati Uniti non chiedono a Israele di interrompere interamente i rapporti commerciali con la Cina, ma di rivedere gli accordi che potrebbero danneggiare la sicurezza nazionale israeliana. Oltre al porto di Haifa, Pechino costruirà gran parte della metro di Tel Aviv; il costo per la nuova linea verde è stimato in 3,75 miliardi di euro, con l’inizio previsto dei lavori nel 2020. Nella gara pubblica indetta dal governo israeliano, anche in questo caso, si sono presentate cinque società cinesi: China Railway Construction, China Railway Tunnel Group, che è già alle prese con la realizzazione della linea rossa della stessa metro, China Harbour, impegnata nella costruzione di una parte del porto di Ashdod, China State Construction e Power China, all’opera per la centrale idroelettrica di Gilboa.

Le preoccupazioni di Washington

Secondo quanto riferito da analisti ed esperti, le mani della Cina sulle infrastrutture israeliane potrebbero consentire alla marina di Pechino di monitorare tutti gli spostamenti americani e costruire così una minaccia militare, oltre che informativa. Per ovviare al problema, Israele ha aggiunto una nota all’accordo sul porto di Haifa nella quale sottolinea come nell’intera area l’autorità sarà nelle mani dei servizi di sicurezza israeliani. Agli Stati Uniti non basta, perché la marina statunitense potrebbe ridefinire le sue operazioni nel porto in questione. I tentacoli della Cina si stringono sempre di più attorno al Medio Oriente e Israele è solo uno dei tanti alleati di comodo su cui intende puntare il governo cinese per stravolgere i piani del Pentagono in una regione sensibile e caldissima. Nel 2018, infatti, Pechino ha investito ben 23 miliardi di dollari in tutto il Medio Oriente ed è pronto a stanziarne altri 28 tra infrastrutture e crediti vari; come se non bastasse, il Dragone ha venduto 10 miliardi di dollari di armi nel periodo compreso dal 2013 al 2017 a numerosi alleati americani mediorientali.