Sostenere, come si legge su alcuni media occidentali, che la Cina si stia trasformando in una copia sbiadita degli Stati Uniti, è un grave errore. Un errore che impedisce la corretta concezione dello sviluppo asiatico e del suo principale protagonista, la Repubblica Popolare Cinese appunto, oggi salita alla ribalta mondiale grazie a un sistema politico ed economico che affonda le radici nella sua storia millenaria.
“La Cina non si Usa”, è il titolo dell’ultimo saggio scritto da Fabio Massimo Parenti, docente di Global Studies che da anni studia sul campo la Cina e l’Asia orientale, affiancando attività accademica e divulgazione. Il volume, uscito per Edizioni Dedalo, con prefazione di Luciano Canfora, mette a confronto due modelli di governance, o meglio ancora due concezioni del mondo, tra loro agli antipodi.
È su questa indagine, molto approfondita ma spiegata utilizzando un linguaggio accademico e aperto a qualsiasi tipologia di lettore, che Parenti contrappone Stati Uniti e Cina, Hobbes e Confucio, il liberacapitalismo di Washington e la gestione economica del Partito Comunista Cinese. Emerge subito un fatto: che la modernità statunitense, retaggio di quella europea, oggi è in affanno e teme il consolidamento di quella cinese. Anche perché, se nel 1980 la Cina rappresentava il 2,5% del Pil globale, oggi è arrivata al 17%.

Cina e Usa: due mondi a confronto
Ci sono delle diversità abissali tra Cina e Occidente, a partire da una evidente divergenza storico-culturale, fino ad arrivare a differenti concezioni dell’ordine politico, della libertà e persino del rapporto tra individuo e comunità. Parenti delinea quindi le due grandi traiettorie storiche che rispondono a logiche opposte.
Da un lato troviamo la civiltà cinese, contrassegnata da una continuità statuale senza eguali e che attraversa più di duemila anni di storia, mentre dall’altro ecco l’Occidente – nell’accezione generale del termine, anche se il focus rimane sugli Usa – la cui storia è contrassegnata da una profonda frattura con l’antichità, con la storia, con il passato. Già, perché mentre i cinesi recuperano i grandi classici per studiarli, adattarli al presente e usarli come trampolini di lancio verso il futuro, gli occidentali sembrano nutrire non solo disinteresse ma quasi insofferenza nei confronti del loro background culturale.
La modernità occidentale, del resto, nasce come discontinuità e dissoluzione degli ordini tradizionali. Questo, tuttavia, non basta a giustificare i paradigmi incarnati da Washington e Pechino: quello occidentale, si legge nel testo, affoga le sue radici nella logica del dominio, ossia nella convinzione che l’uomo debba imporsi sul mondo per sopravvivere e che la pace possa nascere soltanto dalla guerra; quello cinese si basa invece sul concetto di armonia, sull’idea che l’ordine derivi dalla relazione reciproca e dalla benevolenza umana, dall’equilibrio e dall’armonia, oltre che dalla coesistenza pacifica.

Logica del dominio e coesistenza pacifica
Il paradigma del dominio statunitense è figlio del famigerato homo homini lupus e del si vis pacem, para abellum. Quello dell’armonia cinese si rifà ad altri concetti: alla benevolenza umana (rén), alla forza che risiede nell’equilibrio (dào), al rispetto reciproco. “Non è soltanto una differenza di sistemi politici o modelli economici, quanto piuttosto una diversa idea di essere umano”, scrive Parenti.
Cosa significa tutto questo? Che l’armonia, una categoria centrale del pensiero confuciano e della costruzione dello Stato-civiltà, implica la gestione del conflitto e delle contraddizioni in seno a un ordine condiviso, mentre la logica del dominio spinge l’Occidente a risolvere i problemi con un gioco a somma zero (guerra, tensioni, conflitti). Ecco perché i leader di Pechino parlano di “futuro condiviso”, “destino comune”, “coesistenza pacifica”, mentre negli Usa si continua a parlare di “rivalità tra grandi potenze” e “trappola di Tucidide”.
Ma dove nasce una simile frattura? La civiltà cinese ha goduto – e continua a farlo ancora adesso – di una continuità quasi ininterrotta, mantenendo un filo che lega passato e presente (e quindi ai principi confuciani che riflettono collettivismo, governo etico-morale, merito, solidarietà inter-generazionale). L’Occidente, al contrario, ha conosciuto più fratture e rivoluzioni radicali che hanno spesso letteralmente cancellato il passato. “In questo senso, i comunisti cinesi sono prima confuciani e poi marxisti: la loro modernità, infatti, nasce dall’incontro tra tradizione millenaria e rivoluzione socialista. E l’uso costante delle “caratteristiche cinesi” è lì a dimostrarlo”, scrive ancora Parenti in un volume tanto brillante quanto originale per l’approccio impiegato.

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