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L’improvvisa decisione del governo venezuelano del presidente Nicolas Maduro di  avviare la transizione monetaria che porterà progressivamente i commerci della Repubblica Bolivariana ad affrancarsi dalla dipendenza dal dollaro ha rilevato un dato fondamentale per il futuro geopolitico dell’America Latina: la Cina è un attore fortemente interessato agli scenari della regione, come dimostrato dalla preminenza accordata allo yuan nel nuovo paniere monetario elaborato da Caracas per le sue mosse nei mercati petroliferi. 

La Repubblica Popolare Cinese intende intensificare progressivamente la sua penetrazione nella regione latinoamericana, che risulta fortemente interessante per Pechino in virtù dalle opportunità offerte sotto il profilo economico (commercio, riallocazione di impianti, investimenti infrastrutturali), politico e strategico: come riportato dal Policy Paper redatto nel 2016 dal governo cinese come linea guida nelle iniziative del Pase in America Latina, l’obiettivo della Repubblica Popolare, imperniato su queste tre direttrici parallele, risulta indirizzato verso il conseguimento di una crescente convergenza di interessi bilaterale, capace di colmare uno storico gap manifestatosi nelle residue resistenze che Pechino trova in un’area in cui ben 7 nazioni (Paraguay, Haiti, Repubblica Dominicana, El Salvador, Nicaragua, Panama) accordano a Taiwan il loro riconoscimento ufficiale.  

Proprio nella direzione di uno di questi Paesi si muove una delle più notevoli iniziative cinesi in area latinoamericana, corollario orientale della strategia di ricerca di un’alternativa via alla globalizzazione ricercata attraverso la “Nuova Via della Seta”, ovverosia la progettazione del Canale del Nicaragua. Il governo di Daniel Ortega ha di recente legiferato per concretizzare la concessione quarantennale alla compagnia cinese HKND per lo scavo del canale di 276 chilometri, dal costo previsto di 50 miliardi di dollari, che nelle intenzioni dovrà fungere da attivo concorrente del più meridionale omologo panamense e la cui costruzione ha conosciuto negli ultimi tempi numerosi rallentamenti.

La Cina si proietta in America Latina col volano degli investimenti infrastrutturali e della politica commerciale, aprendosi alle relazioni più disparate e coltivando tanto i rapporti con gli esponenti istituzionali del socialismo bolivariano quanto quelli stretti con governi dall’orientamento più liberale e mercantilista: non è un caso che tra i Paesi coinvolti nella politica di sviluppo dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) a trazione cinese vi siano tanto due Stati appartenenti al primo gruppo (Venezuela e Bolivia) quanto due facenti riferimento alla seconda categoria (Cile e Perù). 

Lo stesso Cile e il Messico rappresentano, allo stato attuale delle cose, gli attori più dinamici nei confronti di Pechino: da un lato, la presidentessa cilena Michelle Bachelet ha partecipato attivamente al Belt and Road Summit di Pechino nel maggio scorso, punta col suo governo a fare del Paese un importante hub commerciale sull’asse pacifico e, come ricordato dal Santiago Timessta sviluppando con la controparte cinese Xi Jinping un protocollo economico comprensivo volto a rilanciare la cooperazione bilaterale in settori chiave come l’energia e le infrastrutture. Al tempo stesso, il Messico vede nella Cina un potenziale partner alternativo in grado di bilanciare l’eccessiva dipendenza del Paese dal partenariato con gli Stati Uniti e, in una fase contraddistinta dalle incertezze sul futuro del NAFTA, mira a superare le tradizionali diffidenze mostrate nei confronti della politica commerciale della Repubblica Popolare, considerata ostile principalmente sul fronte manifatturiero. Come dichiarato a maggio dal Ministro dell’Economia messicano Ildefonso Guardado, non è da sottovalutare la “leva geopolitica” intrinseca alle crescenti relazioni di scambio e contatto venutesi a creare tra il Messico e la Repubblica Popolare. Esse testimoniano quanto la penetrazione di Pechino in quello che tradizionalmente era il “cortile di casa” di Washington sia tangibile e fattuale. La Cina non punta, secondo obiettivi irrealistici, a erodere completamente la cospicua influenza nella regione esercitata dagli Stati Uniti; tuttavia, in ossequio alla sua concezione multipolare e negoziale dell’ordine internazionale, la Repubblica Popolare ritiene di dover gestire il suo spazio geoeconomico d’azione in completa autonomia e, nel far ciò, dimostra come lo sbarco in terra latinoamericano possa rappresentare, sul lungo periodo, un ambizioso complemento all’enorme progetto strategico della Belt and Road Initiative.

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