Osservare la geografia di una regione, o di un Paese, aiuta molto a capire il perché di determinate scelte di politica estera, che spesso e volentieri sono guidate proprio da essa.
Ci sono eccezioni chiaramente, perché la geografia non è l’unica a pesare sul modo in cui una nazione si vede nel contesto globale: esiste anche la storia, che plasmando la memoria di un popolo ne plasma anche il futuro.
Pensiamo all’Italia ad esempio: un Paese proteso nel Mar Mediterraneo, con quasi 8mila chilometri di coste, ma che ha perso la sua vocazione marinara proprio “per colpa” della sua storia recente e sta cercando a fatica di recuperarla.
Spostandoci sul globo terracqueo, un altro Paese, questa volta dalle dimensioni continentali, sta lottando per diventare una potenza marittima nonostante la sua storia e la sua geografia pesino molto su questa volontà: la Cina.
Le invasioni che ha subito “Il Celeste Impero” – principalmente da terra ma anche dal mare – e che hanno plasmato la mentalità cinese nei millenni, insieme alla geografia rappresentata da un immenso territorio continentale bagnato da mari delimitati da arcipelaghi che si frappongono tra la terra e l’oceano, hanno relegato la Cina a essere una nazione “chiusa” che ha sempre prediletto i commerci via terra, guardando al mare perfino con sospetto: il fatto che la Repubblica Popolare, e ancora prima la Cina nazionalista e imperiale dei primi del ‘900, non avesse una flotta da guerra degna di tale nome, è indice di come Pechino avesse una vocazione più terrestre che marittima.
Negli ultimi decenni questa situazione è cambiata, e soprattutto dall’avvento di Xi Jinping in avanti abbiamo assistito a un rilancio della marineria condotto attraverso una politica di avvio di nuove costruzioni navali che hanno fatto della Plan (People’s Liberation Army Navy), la prima marina militare al mondo per numero di navi da guerra, surclassando quella statunitense sebbene non per qualità del naviglio schierato, quindi per potenza marittima esprimibile.
Una marina militare rafforzata ha permesso a Pechino di essere presente maggiormente e in modo più assertivo sui mari – vicini e lontani – e se oggi il rischio di un’invasione di Taiwan è più realistico rispetto a 30 anni fa, lo si deve proprio al riarmo navale cinese, che è stato accompagnato da un generale rinnovo delle sue forze armate.
Le navi battenti bandiera rosso-stellata non si trovano solo intorno all’isola “ribelle”, ma come sappiamo solcano ormai da tempo e con quotidianità i mari contigui come il Mar Cinese Meridionale, senza disdegnare nemmeno di incrociare le acque del Mar del Giappone dove Pechino ha ufficialmente aperto un nuovo “semi-arco” di tensione a completamento di quello che inizia dallo Stretto della Malacca e passa per Taiwan.
Dalla cronaca recente ci arriva quella che è solo l’ultima testimonianza di questa politica assertiva cinese: nel fine settimana tra il 16 e il 17 marzo, tre unità navali della Plan hanno doppiato lo Stretto di Tsushima, tra Giappone e Corea del Sud, navigando nelle acque internazionali del Mar del Giappone in una crociera che ha circumnavigato l’arcipelago nipponico, attentamente e adeguatamente scortate dalle forze di autodifesa di Tokyo. Inoltre, sempre nelle stesse ore, velivoli dell’aeronautica militare cinese sono penetrati più volte nella Adiz (Air Defence Identification Zone) giapponese delle isole Ryukyu provocando numerosi scramble (decolli su allarme) dei caccia nipponici.
Come accennato, non è la prima volta che Pechino “batte bandiera” in quelle acque, che Tokyo considera giustamente il proprio giardino di casa, in quanto negli ultimi 4 anni eventi simili, anche in più grande stile con la partecipazione di unità navali russe, sono stati osservati con costanza almeno una volta l’anno.
Se questo tipo di azioni, che in gergo militare vengono definite Fonop (Freedom of Navigation Operation), sono legittime fintanto che vengono condotte stando al di fuori delle acque territoriali, la Cina comunque le ritiene una provocazione e le condanna aspramente quando a metterle in atto sono gli Stati Uniti nello Stretto di Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale arrivando a definirle come “una copertura con cui gli Usa possono sfidare i diritti e gli interessi di altri Paesi in virtù della loro potente potenza marittima”.
Quanto appena affermato ci porta direttamente nel secondo “semi-arco” di crisi rappresentato dal Mar Cinese Meridionale.
Qui le azioni assertive cinese sono ormai sfociate in veri e propri atti intimidatori e aggressivi verso gli altri Paesi rivieraschi (Vietnam, Filippine, Indonesia, Brunei e la stessa Taiwan) che rivendicano il diritto di esprimere la propria sovranità sulla Zona di Esclusività Economica ad essi appartenente, mentre Pechino, com’è noto da tempo, ritiene che quell’intero specchio d’acqua sia sottoposto al proprio controllo, al punto da aver unilateralmente occupato e militarizzato alcune isole degli arcipelaghi delle Spratly e delle Paracelso.
Negli ultimi mesi la tensione è aumentata in particolar modo con le Filippine, che ha uno sparuto avamposto nelle isole Spratly, e Pechino a febbraio ha inviato una flottiglia composta da cutter della Guadia Costiera, navi da guerra e pescherecci armati, a effettuare una dimostrazione di forza che ha provocato un incidente internazionale i cui strascichi diplomatici si fanno sentire ancora oggi: il Ministero degli Esteri filippino, il 17 marzo ha reso noto che le dichiarazioni di Pechino su “sui presunti diritti storici e sulle ampie rivendicazioni della Cina sul Mar Cinese Meridionale sono infondate e fuorvianti” e soprattutto che “le Filippine mantengono una ferma posizione contro affermazioni fuorvianti e azioni irresponsabili che violano la sovranità filippina, i diritti sovrani e la giurisdizione nel proprio dominio marittimo”.
Si potrebbe facilmente pensare che le azioni aggressive della Repubblica Popolare siano state innescate dalla presenza di attori esterni alla querelle in corso, ma in realtà è proprio questo modus operandi cinese ad aver riavvicinato Manila a Washington dopo anni in cui la presenza militare statunitense nelle Filippine era stata ridotta ai minimi termini.
Guardando al panorama complessivo di quel teatro, è possibile affermare che il Politburo sta “solcando i mari” in modo assertivo (e aggressivo) sia per mostrarsi al mondo come una potenza marittima regolatrice della regione, quindi per mandare un segnale ai Paesi di quella parte del globo e agli Stati Uniti, sia perché ha bisogno, internamente, di giustificare agli occhi della popolazione – abituata a considerare il fronte terrestre come quello più importante – la sua nuova politica marittima attraverso una narrazione in cui i propri interessi nazionali non passano solo dalla presa di Taiwan, ma anche dalla difesa dei confini marittimi ampliati (Mar Cinese Meridionale) dalle ingerenze degli Stati Uniti e loro alleati, Giappone in primis.
In poche parole, in Cina stiamo assistendo a un faticoso e complesso tentativo di passaggio da una mentalità terrestre maoista a una marittima globalista attraverso l’esercizio del nuovo potere navale, con lo scopo di giustificare agli occhi del pubblico interno il futuro conflitto per Taiwan e per il Mar Cinese Meridionale.

