Nell’attuale crisi coreana, la Repubblica Popolare Cinese sta svolgendo un attento compito di mediazione che la vede prendere contatto con tutti i principali Paesi interessati (Corea del Nord, Corea del Sud, Giappone, Russia e Stati Uniti) e cercare di portare avanti una risoluzione diplomatica in grado di alleviare le tensioni delle ultime settimane.

Pechino, infatti, considera la crisi della penisola coreana come una componente importante di un più ampio “arco di tensione” coinvolgente la macroregione dell’Asia-Pacifico, divenuta oramai perno e baricentro degli equilibri geopolitici planetari a causa dell’elevata concentrazione di interessi militari, politici ed economici nelle aree spazianti tra l’Oceano Pacifico occidentale e la massa continentale, che hanno il loro epicentro nel Mar Cinese Meridionale. La Cina, molto pragmaticamente, ha sviluppato un’efficace visione d’insieme, un inquadramento generale al cui interno non solo l’avventurismo nucleare e balistico del regime di Pyongyang contribuisce a destare preoccupazioni per l’ordine regionale, ma anche l’intero complesso delle manovre che rendono incandescente l’area a cavallo del 38esimo parallelo. 

La tesi del governo di Xi Jinping è che oltre al rinfocolamento del programma nucleare nordcoreano anche le esercitazioni militari compiute dagli Stati Uniti e dai loro alleati e le manovre volte a stringere Pyongyang nel più completo isolamento contribuiscano all’escalation: in tal senso, la leadership della Repubblica Popolare Cinese ha compreso in maniera precisa il nodo principale che da anni impedisce qualsiasi risoluzione negoziata della crisi nordcoreana. Se è vero che le sfide e le provocazioni del regime di Pyongyang contribuiscono a tenere alto il livello delle tensioni, è altrettanto importante ricordare come, nella visione geopolitica di Washington, l’esistenza stessa di una Corea del Nord ostile rappresenta un utilissimo alibi per incentivare un crescente dispositivo di forze in Estremo Oriente, potenzialmente funzionale come mezzo di pressione contro la stessa Cina. Dispositivo ora più che mai attivo nel momento in cui l’amministrazione Trump rafforza la strategia del pivot to Pacific avviata da Barack Obama e incentiva una proiezione più offensiva, rivolta al contenimento dell’operatività dell’Impero di Mezzo nelle sue acque territoriali e al contrasto del dispiegamento della “Nuova Via della Seta”.

La diffidenza cinese verso le manovre delle principali controparti spiega la netta ostilità di Pechino alla decisione sudcoreana di completare il dispiegamento del Terminal High Altitude Area Defense (THAAD), lo scudo missilistico di matrice statunitense formalmente posizionato a deterrenza di Pyongyang ma percepito come punta di lancia della proiezione militare di Washington in Estremo Oriente: per la Cina una corsa alle armi in suolo coreano potrebbe incentivare, a cascata, un netto incremento delle tensioni a livello regionale che finirebbe per pregiudicare notevolmente gli sforzi di Pechino volti a espandere la sua sfera di influenza sul doppio binario economico e diplomatico. 

Inoltre, non bisogna sottovalutare un dato di primaria importanza: la crisi coreana offre alla Repubblica Popolare l’occasione per mostrare concretamente al mondo il suo nuovo ruolo di superpotenza geopolitica in grado di incidere sugli andamenti di una crisi regionale in maniera profonda e decisiva: non a caso, Pechino è voluta scendere con decisione in campo con una dichiarazione pubblicata sul Global Times riportata da Franco Iacch su Il Giornale. Ribadendo che “gli USA non hanno autorità assoluta sul mondo”, la Cina rivendica con forza il proprio spazio e punta a implementare una mediazione diplomatica in grado di scongiurare una guerra disastrosa e, soprattutto, tenere sotto controllo una macroregione nella quale la tensione con gli Stati Uniti risulta vicina al livello di guardia da diversi mesi.