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Politica

La Cina invierà davvero le sue truppe di peacekeeping in Ucraina?

Nelle ultime ore si parla con insistenza di un eventuale coinvolgimento della Cina in una missione di mantenimento della pace in Ucraina. Cosa c'è di vero?

Un’ipotesi campata in aria, un wishful thinking, uno stratagemma per mettere pressione sulla Russia ora che i negoziati stanno entrando nella fase decisiva. Oppure addirittura un tentativo deliberato di irruzione in un contesto, quello europeo, in rotta di collisione con gli Stati Uniti e trasformatosi in prateria da occupare. Nelle ultime ore si parla con insistenza di un eventuale coinvolgimento della Cina in una missione di mantenimento della pace in Ucraina, e dell’ingresso di Pechino nella cosiddetta coalizione dei volenterosi europei.

Il Welt Am Sonntag ha citato alcune fonti europee secondo le quali il governo cinese starebbe valutando di mandare le proprie forze di peacekeeping sul territorio ucraino, e quindi in Europa, qualora venisse raggiunto un accordo tra Kiev e Mosca. È veramente così? Pechino ha smentito la news. “Sono notizie del tutto false, la posizione della Cina sulla crisi in Ucraina resta coerente e inequivocabile”, ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun. Tanto entusiasmo, invece, a Bruxelles. Forse addirittura troppo viste le molteplici fonti anonime impegnate ad alimentare questa delicatissima indiscrezione.

La narrazione dei media europei è semplice: un coinvolgimento della Cina nella coalizione dei volenterosi – sponsorizzata sia dal premier britannico Keir Starmer che dal presidente francese Emmanuel Macron – potrebbe far sì che la Russia digerisca l’invio di truppe di peacekeeping in Ucraina (opzione alla quale Mosca si è fin qui sempre opposta). Ma la Cina ha davvero interesse, voglia, e soprattutto è disponibile, a fare un passo del genere?

Xi Jinping

Come funziona la diplomazia cinese

La posizione della Cina sulla guerra in Ucraina non è cambiata di una virgola dall’inizio del conflitto ad oggi. “La Cina continuerà a svolgere un ruolo costruttivo nella risoluzione politica della crisi”, ripete il ministro degli Esteri di Pechino, Wang Yi, in ogni incontro bilaterale e conferenza internazionale.

Certo, il governo cinese predica il dialogo e la necessità di risolvere le crisi attraverso i negoziati, ma per il momento sull’Ucraina è rimasto in disparte rispetto a Bruxelles e Washington. Il Dragone, del resto, ha sempre considerato il conflitto ucraino come una guerra regionale, ed è fedele al suo principio di non ingerenza negli affari interni dei Paesi terzi.

Non solo: la diplomazia del Dragone funziona in maniera molto diversa rispetto a quella occidentale. La parola chiave è “cooperazione“, nel senso che Pechino intende risolvere ogni criticità globale lavorando di concerto con le altre grandi potenze del pianeta per ottenere un risultato condiviso, e non schierandosi con qualcuno contro qualcun altro.

Nell’ottica occidentale, questo modus operandi avrebbe spinto la Cina in secondo piano. La riprova? Nell’ultimo incontro tra Marco Rubio e Sergej Lavrov non c’erano emissari cinesi, e né i russi né gli statunitensi hanno finora menzionato un possibile ruolo di Pechino negli sforzi di pace…

Vladimir Putin e Xi Jinping

Il dilemma del peacekeeping

La Cina è in realtà sempre rimasta alla finestra in attesa del momento giusto per farsi notare. La sensazione è che Xi Jinping, prima di scoprire le proprie carte e farle vedere al mondo intero, voglia capire come andranno a finire i negoziati tra Donald Trump e Vladimir Putin, e vedere cosa succederà tra Stati Uniti e Unione europea.

Se Trump dovesse capovolgere le relazioni di sicurezza degli Usa smarcandosi dagli alleati della Nato e fare ampie concessioni alla Russia in Ucraina, allora in quel preciso istante Pechino si materializzerà per coprire un ruolo chiave. Da un lato, Xi potrebbe infatti capitalizzare sulla frattura atlantica, ricucendo le relazioni con l’Ue e giocando la carta del commercio; dall’altro, sarebbe pronto a far capire a Washington che Mosca resta un “partner senza limiti”.

Proprio qui si inserisce l’ipotesi dell’invio di una forza di peacekeeping cinese in Ucraina: una garanzia per Putin (ma anche un reminder…) e pure per l’Occidente intero in merito al fatto che il processo di pace proceda senza intoppi. L’equilibrio è tuttavia sottile. E forse è per questa ragione che i media europei insistono nel raccontarci di una Cina desiderosa di entrare nei volenterosi, mentre Pechino si affretta a spegnere facili entusiasmi.

Se, infatti, dovesse davvero contribuire con una forza di peacekeeping in Ucraina, e avallare troppo il suggerimento europeo, il Dragone rischierebbe di essere visto da Mosca come allineato con il blocco occidentale per controllare la futura espansione verso ovest della Russia. Risultato: finirebbero in fumo gli eccellenti rapporti consolidati da Xi e Putin dal 2012 ad oggi.

Investimenti e ricostruzione: il vero ruolo di Pechino

L’invio di truppe cinesi di peacekeeping in Ucraina è un’ipotesi plausibile ma che Pechino considera ancora troppo rischiosa. Plausibile perché, a livello globale, la Cina si presenta costantemente come membro affidabile e responsabile della comunità internazionale, tanto più sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Numeri alla mano, in termini di contributi stimati alle operazioni di mantenimento della pace dell’Onu, il gigante asiatico si classifica al secondo posto con il 18,69%, dopo gli Stati Uniti con il 26,95%. La Cina si classifica poi all’ottavo posto, con un totale di 1.799 militari in uniforme (incluse le truppe) presso l’Onu, dispiegati nei vari Paesi dilaniati dalla guerra (contro i 21 degli Usa). La Cina è dunque il più grande contributore di personale di peacekeeping tra i membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ma il dossier ucraino è troppo delicato per inseguire fin da subito le sirene di Bruxelles.

Pechino, al contrario, ha già dimostrato un notevole interesse nel capitolo della ricostruzione dell’Ucraina. Ricordiamo che Kiev era un importante hub della Belt and Road Initiative (il governo ucraino ha aderito nel 2017) e che le due parti, nel 2020, avevano firmato un accordo per rafforzare la cooperazione in aree che includevano il finanziamento e la costruzione di progetti infrastrutturali.

A proposito di progetti, nel 2016 il colosso cinese COFCO aveva lanciato un terminal per cereali nel porto marittimo di Nikolaev, del valore di 75 milioni di dollari. Nel 2019, China Harbor Engineering aveva completato un piano di dragaggio nel porto di Chornomorsk. E ancora: nel 2017, China Pacific Construction Group aveva firmato un accordo per costruire una linea della metropolitana nella capitale Kiev. Mentre nel 2019 Huawei, che aveva aiutato l’Ucraina a sviluppare le reti mobili, si era aggiudicata la gara per l’installazione della rete 4G nella metropolitana della capitale ucraina, ed era stata scelta per garantire la difesa informatica e la sicurezza informatica in Ucraina. Un cessate il fuoco duraturo – un “lavoro sporco” fatto da Trump – consentirebbe alla Cina di riattivare questi e tanti altri progetti. L’invio di truppe cinesi di peacekeeping? Forse sì, forse no. Dipenderà dal contesto.

Xi Jinping

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