Più tasse sui contraccettivi, più bambini nelle culle: può sembrare lo slogan di una campagna per la fertilità, ma è la decisione del Governo di Pechino. Dopo tre anni consecutivi di calo delle nascite, la Cina introdurrà l’IVA su preservativi e pillole anticoncezionali mandando un messaggio ai suoi cittadini, soprattutto alle coppie più giovani: fare l’amore non è più a costo zero, perché la priorità è riempire le culle. L’imposta sul valore aggiunto sarebbe pari al 13% e non è l’unico provvedimento volto a promuovere una “cultura della famiglia” in un società dove l’invecchiamento della popolazione aumenta e l’economia non è più ruggente come fino a non molti anni fa. Dopo decenni di politica del figlio unico per contrastare il dinamismo demografico, il Dragone sembra disposto a spiegare le ali nella direzione opposta, ma fattori economici e sociali possono rendere l’impresa piuttosto ardua.
Le politiche per la natalità
La tassazione dei contraccettivi non è stata tirata fuori dal cilindro di punto in bianco, ma è l’ultima manifestazione di una strategia politica a sostegno della famiglia. Dal 2015 chiunque coltivi il desiderio della genitorialità, può realizzarlo mettendo al mondo fino a un massimo di tre figli e potendo contare su un pacchetto di misure agevolative: esenzioni fiscali per i prodotti destinati ai più piccoli, copertura sanitaria legata alle spese per il parto e 3.600 yuan l’anno per ogni bambino sotto i tre anni. Non solo, la nuova svolta pro-natalità che il Partito Comunista Cinese vuole imprimere alla società, passa anche dalle aule universitarie in cui si tengono dei corsi di “educazione all’amore” volti a promuovere la vita coniugale. Sulla scia di quanto avviene in accademia, in alcune province vengono offerti dei giorni extra di congedo matrimoniale per chi convola a nozze.
In tanti hanno accolto la notizia dell’applicazione dell’IVA sui contraccettivi con scetticismo e sui social è scattata l’ironia: “Cosa c’è che non va nella società moderna? Stanno davvero facendo di tutto per farci avere figli”. Secondo alcuni statistici e sociologi, difficilmente la curva discendente delle nascite potrà essere ribaltata tassando i profilattici, poiché servirebbero interventi più vigorosi e di ampio respiro per fare degli intenti realtà.
I nodi strutturali e le pressioni per invertire il trend
Le radici del calo demografico affondano nel terreno della disillusione verso il futuro. Come per i loro coetanei occidentali, i giovani cinesi percepiscono la genitorialità come un salto nel buio a causa di costi della vita troppo elevati e di un benessere economico sempre più precario: istruzione estremamente cara, compressione dei salari e prospettive professionali poco stimolanti. Dopo decenni di crescita impetuosa, l’economia cinese sembra conoscere dei ritmi più rallentati anche a causa di scarsi consumi interni – attribuibili largamente ai bassi stipendi – e a un invecchiamento crescente della popolazione con spese assistenziali sempre più ingenti.
Il tasso di fertilità – numero medio di figli che una donna avrebbe nel corso della sua vita riproduttiva – è sceso sotto un figlio per donna, ben lontano dalle serie storiche e dal tasso di sostituzione pari a 2,1, ovvero il numero medio necessario di figli per donna affinché una popolazione risulti numericamente stabile.
Preso atto dei dati e delle intenzioni del Governo, la gente teme incursioni nella propria vita privata al fine di essere incoraggiata alla procreazione. I media cinesi segnalano che nella provincia dello Yunnan, le donne erano tenute a riferire la data del loro ultimo ciclo mestruale alle autorità locali. Sui social si è infiammata la polemica perché in molti temono che le donne in età fertile possano essere soggette ad altre pressioni crescenti e potenzialmente costrette, un domani, a rendere conto dei dettagli della loro vita sessuale.
Un breve sguardo generale
Lo sgomento per le culle vuote non alberga solo in Cina, ma è molto diffuso anche oltre la Muraglia. L’unico continente in cui non soffia il vento gelido dell’inverno demografico è l’Africa, con un tasso di fertilità pari a 4,33 figli per donna, ma ovunque nel resto del mondo si registrano delle contrazioni. Negli Stati Uniti il numero di figli per donna è pari a 1,62 e a passarsela peggio è il Vecchio Continente, dove il tasso di fertilità è di circa 1,4 nati per donna, ben distante dall’indice di sostituzione.
Il quadro che emerge non è rassicurante per l’avvenire dell’umanità e la questione della crescita demografica non si limita ai confini di una singola nazione. Se la gente crede che l’economia non giri, che il costo della vita svuoti del tutto il portafoglio e che generare dei figli sia più sinonimo di sacrificio che di gioia, difficilmente si riuscirà a invertire la rotta. La Cina lo ha compreso, resta da capire se piccole misure fiscali e sussidiarie possano fare la differenza o siano invece una goccia in un mare troppo esteso per vedere all’orizzonte una terra di nuova speranza per le nascite. Quello su cui tutti dovremmo riflettere è il seguente aspetto: la demografia è un riflesso dell’economia, non il contrario; se la seconda non è florida, poche saranno le nuove vite a fiorire.
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