La Cina fa una causa da 50 miliardi al Missouri e rischia di aggravare la guerra tra Pechino e Washington

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La guerra delle narrazioni sulla pandemia di COVID-19 si sta trasformando in una battaglia giudiziaria a pieno titolo, con implicazioni che vanno ben oltre i confini degli Stati Uniti. In una mossa definita ritorsiva da diversi osservatori, la Cina ha avviato un’azione legale contro lo Stato americano del Missouri e alcuni suoi funzionari, chiedendo 50,5 miliardi di dollari e una pubblica rettifica. La causa sarebbe stata presentata presso un tribunale intermedio di Wuhan e arriva dopo che il Missouri ha tentato di passare dalla sentenza ai fatti, sollecitando l’intervento di autorità federali per riscuotere un maxi-risarcimento ottenuto negli Stati Uniti contro Pechino e una serie di entità collegate.

Dalla causa del 2020 alla sentenza record del 2025

Il contenzioso nasce nel pieno della prima ondata pandemica. Nel 2020 il Missouri aveva intentato una causa contro la Repubblica Popolare Cinese, il Partito Comunista Cinese e varie istituzioni ed entità cinesi, sostenendo che alcune condotte, tra cui l’accaparramento di dispositivi di protezione individuale, avrebbero aggravato l’impatto della pandemia sullo Stato. Dopo una fase iniziale complessa, durante la quale parti dell’impianto accusatorio erano state giudicate infondate, un passaggio chiave è arrivato quando la giustizia federale d’appello ha consentito di proseguire almeno su un segmento della controversia: quello legato al presunto accaparramento di dispositivi di protezione.

Il punto di svolta è datato 7 marzo 2025, quando un giudice federale del Missouri ha emesso una sentenza in contumacia, poiché la parte cinese non avrebbe partecipato al procedimento. Il Missouri, attraverso l’ufficio del Procuratore Generale, ha presentato la decisione come “storica”, quantificando il risarcimento in 24 miliardi di dollari.

Nella narrazione dello Stato americano, quel verdetto costituirebbe la base per un recupero danni senza precedenti. In una successiva comunicazione ufficiale, l’ufficio del Procuratore Generale del Missouri ha affermato che, esaurito un periodo d’attesa richiesto dalla normativa federale prima di procedere all’esecuzione verso uno Stato estero, il Missouri sarebbe ora nelle condizioni di avviare il “prossimo passo” per la riscossione.

Dal verdetto alla riscossione alla contro-causa

Il nodo, però, è sempre stato lo stesso: come incassare. Ed è proprio quando il Missouri prova a trasformare la sentenza in denaro che la crisi sale di livello. La Cina ha reagito depositando la propria causa dopo che il Missouri ha chiesto supporto a funzionari federali statunitensi per la raccolta dell’importo, stimato in circa 25 miliardi di dollari includendo componenti come interessi e penalità.

Da parte sua, l’ufficio del Procuratore Generale del Missouri ha liquidato l’azione cinese come una manovra di pressione e dilazione, sostenendo che lo Stato proseguirà con iniziative mirate a colpire beni riconducibili alla Cina.

Per capire perché questo caso è così spinoso bisogna entrare nel terreno dell’immunità sovrana, cioè il principio secondo cui uno Stato non può essere facilmente trascinato davanti ai tribunali di un altro Stato. Negli Stati Uniti la cornice normativa è rappresentata dal Foreign Sovereign Immunities Act. In estrema sintesi, i governi stranieri sono in genere immuni, ma esistono eccezioni, tra cui quella per le attività commerciali con effetti diretti negli Stati Uniti.

La sentenza da oltre 24 miliardi di dollari si fonda sull’idea che il presunto accaparramento di dispositivi di protezione individuale, nella prima fase della pandemia, possa essere qualificato come condotta commerciale con effetti sul mercato statunitense. Qui sta anche uno dei punti più controversi: anche quando un tribunale ammette una causa superando l’immunità dalla giurisdizione, l’immunità dall’esecuzione può essere ancora più ampia. In altre parole, anche con una sentenza in mano, sequestrare beni statali esteri è tutt’altra partita.

Quali beni? Tra asset reali e limiti pratici

Sul piano politico interno, il Missouri ha evocato più volte la possibilità di agire su asset cinesi presenti negli Stati Uniti. In alcuni approfondimenti è stata citata l’ipotesi di proprietà e investimenti: in Missouri, infatti, interessi cinesi risultano collegati a circa 44.000 acri di terreni agricoli. Resta tuttavia centrale la domanda se tali beni siano effettivamente riconducibili al governo cinese o piuttosto a soggetti privati o aziende non direttamente aggredibili sulla base della sentenza.

È proprio questa ambiguità, tra ciò che è “cinese” in senso politico e ciò che è “cinese” in senso commerciale, a rendere l’operazione ad alto rischio. Un conto è annunciare una riscossione, un altro è superare l’intreccio di proprietà, controlli societari, immunità e autorizzazioni federali.

Per Pechino, la questione non è solo economica ma di principio. Riconoscere la competenza di un tribunale statunitense su scelte compiute in Cina durante una crisi sanitaria globale significherebbe aprire un varco enorme. La Cina definisce l’impianto accusatorio assurdo e sostiene che si tratti di un’operazione politicamente motivata, ribadendo la propria sovranità e inserendo la vicenda in un quadro più ampio di presunta diffamazione internazionale.

Per gli Stati Uniti, e soprattutto per la politica locale, la causa ha un altro valore. Intercetta il malcontento di una parte dell’opinione pubblica che chiede responsabilità e risarcimenti per gli effetti sociali ed economici della pandemia. In questo senso, anche un contenzioso dall’esito incerto può diventare uno strumento di posizionamento politico.

Cosa può succedere adesso

Nel breve periodo, i punti chiave saranno tre. Primo, il tentativo del Missouri di eseguire la sentenza e individuare beni effettivamente aggredibili, un’operazione che resta tecnicamente complessa e dall’esito tutt’altro che scontato. Secondo, l’evoluzione della causa intentata dalla Cina, che potrebbe avere un valore più simbolico e politico che strettamente giuridico. Terzo, il possibile effetto domino: se altri Stati o attori istituzionali dovessero imitare il Missouri, il rischio sarebbe una frammentazione giudiziaria della geopolitica pandemica, con ritorsioni incrociate e un ulteriore irrigidimento dei rapporti tra Washington e Pechino.

La pandemia, a distanza di anni, continua così a produrre conseguenze non solo sanitarie, ma giuridiche e diplomatiche. E questa volta il campo di battaglia non è un laboratorio o un’organizzazione internazionale, bensì un intricato sistema di tribunali, immunità sovrane e beni sequestrabili, dove ogni mossa rischia di trasformarsi in un precedente globale.