Il 2020 è iniziato davvero male per la Cina. A gennaio si è infatti trovata di fronte ad un nuovo virus che non riusciva a comprendere. È stata inoltre aspramente criticata dall’Occidente per essersi mossa in ritardo ed è stata accusata di aver insabbiato la diffusione del virus. Alla fine di gennaio, in realtà il governo cinese era ormai al corrente della minaccia mortale rappresentata dal Covid-19 e si è mosso prontamente per mettere in quarantena Wuhan e gran parte della provincia dello Hubei.

A marzo il virus aveva già iniziato a diffondersi in Europa e negli Stati Uniti e, a poco a poco, in tutto il mondo. E questo nonostante l’Occidente avesse avuto almeno due mesi per imparare come fronteggiare il Covid-19 dalla Cina e dagli altri Paesi dell’Estremo Oriente. Tutto tempo sprecato. L’Occidente si è trovato completamente impreparato: una straordinaria dimostrazione di provincialismo, basata sul fatto che un virus nato in Asia orientale non potesse espandersi in Occidente.

Un anno di Covid, quali conclusioni?

Un anno dopo, è chiaro che l’Occidente è stato del tutto incapace di gestire il virus. Senza un vaccino saremmo stati costretti a convivere con il Covid-19 a tempo indeterminato, forse per sempre. Contrariamente a quanto successo in Cina, l’obiettivo dell’Occidente non è mai stato chiaro: eliminare il virus o contenerlo? Per tutti i Paesi occidentali, tranne la Nuova Zelanda, l’unica possibilità è stata quella del contenimento. Non c’è stato infatti alcun tentativo di eliminare il Covid-19. Senza un obiettivo globale chiaro, le politiche dei governi hanno continuato ad essere altalenanti.

Qual è la vera priorità? La vita o l’economia? Ai lockdown iniziali sono seguite le aperture, finché non si è capito, ma era ormai troppo tardi, che il virus era nuovamente fuori controllo e che sarebbero state ancora una volta necessarie restrizioni e nuovi lockdown. Parallelamente, era in corso un dibattito costante sui diritti dell’individuo di fronte al ruolo del governo.

La missione dell'Oms a Wuhan tra ospedali e laboratori (LaPresse)
La missione dell’Oms a Wuhan tra ospedali e laboratori (LaPresse)

Nell’America di Donald Trump l’economia ha avuto priorità schiacciante sulla vita, e i diritti individuali hanno avuto la precedenza sul governo. L’Europa, invece, è stata più una terra di mezzo. Nella società civile, infatti, la gente non è riuscita ad adattarsi alle nuove norme con la rapidità e l’universalità richieste: indossare la mascherina, rispettare le distanze, restare a casa e tutto il resto. Il Covid-19 ha dato testimonianza di un disastroso insuccesso di governo. Conosciamo bene il prezzo in vite umane che è stato pagato.

L’Asia ha gestito la pandemia meglio dell’Occidente

Poteva andare diversamente, però. Cina, Corea del Sud, Vietnam, Taiwan e in parte anche il Giappone hanno agito molto meglio. In Cina sono morte circa 4.600 persone su una popolazione di 1,4 miliardi, negli Usa oltre 400mila su 328 milioni e più di 100mila nel Regno Unito su una popolazione di 67 milioni. Non dobbiamo inoltre dimenticare che la Cina, a differenza di tutti gli altri Paesi, è stata in prima linea senza la possibilità di prepararsi.

Perché l’Occidente ha fallito miseramente mentre gli Stati dell’Asia orientale, al contrario, sono riusciti a debellare quasi del tutto la pandemia? Alla fine dei conti, la ragione è sistemica.

I governi dell’Asia orientale hanno dimostrato una competenza di gran lunga maggiore e hanno adottato una visione strategica di ciò che era necessario fare. Lo stesso vale per la disciplina dei cittadini che si aspettavano – ed esigevano – che il governo facesse loro da guida. Queste società infatti affondano le proprie radici nella tradizione confuciana, che insegna il rispetto per le istituzioni, che pone la società al di sopra dell’individuo, il quale diventa dunque socialmente responsabile. La risposta dei governi occidentali è stata tardiva, arretrata rispetto a quella delle altre, confusa, prigioniera di interessi acquisiti, priva di una prospettiva strategica e, per lo più, incompetente.

La sorprendente crescita della Cina

Siamo tutti a conoscenza dell’incredibile ascesa della Cina negli ultimi quarant’anni: dal 1978, quando corrispondeva soltanto al 5% dell’economia Usa, fino ad oggi, in cui risulta essere, in base al Pil calcolato sul potere d’acquisto primario, di un quinto più grande degli Stati Uniti. Quella di Pechino è stata la trasformazione economica più straordinaria della storia umana. Fino ad oggi, il momento decisivo dell’ascesa cinese e del declino americano è stata la crisi finanziaria occidentale del 2008. Mentre la Cina ne è uscita sostanzialmente intatta, gli Usa sono stati gettati nella loro più profonda crisi dal 1931. Il risultato è stato un importante spostamento del potere economico globale dagli Stati Uniti alla Cina. Negli anni successivi ha iniziato a farsi strada la consapevolezza che la Cina avrebbe probabilmente rimpiazzato gli Usa come principale potenza economica mondiale.

La pandemia avrà effetti economici simili, ma su una scala molto più ampia. E questo in virtù del fatto che, avendo sconfitto il Covid-19, la Cina è stata in grado di riaprire l’economia all’inizio della scorsa estate. Nonostante l’enorme colpo economico subito nel primo quarto dell’anno, nel 2020 l’economia cinese è cresciuta del 2,3%: un traguardo eccezionale date le circostanze.

Al contrario, l’economia statunitense si è contratta del 3,7%, quella inglese dell’11,4%, e quella dell’eurozona del 7,6%. Con l’Occidente ancora impantanato nella pandemia – nonostante le vaccinazioni di massa che aiuteranno nel tempo a migliorare la situazione e con la Cina tornata alla normalità – la marcata disparità di crescita continuerà nel 2021 e, probabilmente, anche nel 2022 e oltre. Il costo economico del prolungato insuccesso contro il Covid-19 sarà enorme e getterà un’ombra su gran parte degli anni Venti del ventunesimo secolo. È infatti ormai largamente pronosticato che il Pil della Cina, misurato in dollari, supererà quello degli Stati Uniti nel 2028, in anticipo di un anno o due rispetto a quanto ci si aspettasse in precedenza.

L’impatto geopolitico della pandemia

Tuttavia, sarebbe sbagliato misurare l’impatto della pandemia in termini principalmente economici. Fino ad oggi l’ascesa della Cina è stata generalmente considerata un fenomeno economico. In realtà, è stato il modo di governare, piuttosto che l’economia, ad aver dominato la pandemia. L’abilità di riprendersi dei sistemi economici è stata una conseguenza della capacità del governo di sconfiggere il virus. La politica, o meglio i sistemi politici e culturali, sono stati il fattore primario, non l’economia.

 Un uomo indossa una maschera il sole tramonta lungo la riva del fiume a Wuhan (LaPresse)
Un uomo indossa una maschera il sole tramonta lungo la riva del fiume a Wuhan (LaPresse)

In questo contesto la Cina ha trionfato e l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti, hanno fallito disastrosamente. In un contesto geopolitico in cui la Cina è in crescita e gli Stati Uniti sono in declino, la pandemia è stata la prima occasione in cui la questione della governance è stata sia al centro della scena sia decisiva.

La pandemia ha visto il più grande fallimento delle democrazie liberali dal 1945. La crisi della democrazia occidentale, però, è ancora più seria

Negli Stati Uniti, da sempre ritenuti la patria della democrazia occidentale, le norme democratiche sono state attaccate in misura crescente durante la presidenza Trump. Può darsi che Joe Biden riporti la nazione allo status quo ante, ma ci sono ancora molti dubbi: l’America è profondamente polarizzata e irrimediabilmente divisa. La ragione latente che ha portato alla rottura del precedente (e longevo) consenso è il declino dell’America, un processo che continuerà sicuramente e che servirà probabilmente ad aggravare ulteriormente le divisioni interne all’America.

Quale futuro per la Cina?

Prevedere il futuro è ovviamente impossibile. A giudicare dalla crisi finanziaria del 2008 – che ha portato non solo ad uno spostamento di potere dagli Usa alla Cina, ma anche ad una crescente disillusione nei confronti delle élite governative e delle istituzioni occidentali – l’impatto della pandemia, un evento di portata molto maggiore rispetto al 2008, sarà profondo e radicale.

È probabile che nel prossimo decennio si verificherà una forte instabilità in Occidente, che sarà aggravata da un cumulo di debiti, dalle nuove generazioni che hanno perso moltissimo, da disoccupazione su larga scala, da una ripresa lenta, da tassi di crescita molto bassi e da un grande aumento delle diseguaglianze. In queste circostanze è probabile che le società occidentali, così come nel corso della pandemia, si chiuderanno a riccio e saranno consumate da queste enormi sfide.

La Cina al contrario si è già ripresa, e probabilmente attraverserà un’importante fase di crescita nei prossimi anni che culminerà nella conquista del primato – da entrambe le misure del Pil – di più grande economia del mondo. Sebbene rimanga un modello governativo poco affascinante per le società occidentali, la combinazione tra il suo successo nel gestire la pandemia e la crisi dei governi democratici in Occidente stempererà questi sentimenti negativi e stimolerà, seppur con riluttanza, un crescente rispetto.

L'International High Tech Expo di Pechino (LaPresse)
L’International High Tech Expo di Pechino (LaPresse) (AP Photo/Mark Schiefelbein)

Il mondo – in cui i Paesi in via di sviluppo sono in grande maggioranza – arriverà a considerare la Cina come il leader globale sotto diversi aspetti: come la prima economia, come il maggiore responsabile della crescita globale, come il più grande mercato singolo, come un’amministrazione altamente competente (anche se troppo autoritaria per molti in Occidente) e probabilmente l’attore chiave nella lotta contro il cambiamento climatico.

Infine, in relazione all’Europa, non dovremmo sottovalutare l’attrazione gravitazionale della Cina. Nonostante l’Europa sia ancora largamente atlantista nella sua prospettiva, sta guardando all’Oriente con crescente interesse. Questo processo, per quanto complesso e disomogeneo possa essere, guadagnerà lentamente terreno, specialmente nel contesto della Belt and Road Initiative.