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La Cina tiene saldamente in pugno l’inchiesta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) sull’origine di Covid19 e ha reiteratamente ostacolato gli sforzi della commissione di esperti internazionali incaricati di indagare sulle cause dello scoppio dell’epidemia.

Queste accuse giungono da un’inchiesta del New York Times pubblicata lo scorso 2 novembre, che grazie a documenti interni all’Oms ha svelato i retroscena di una vicenda politica che ha avuto, e sta ancora avendo, pesantissime ripercussioni su scala globale.

Il quotidiano newyorkese, per mezzo dei documenti acquisiti, non ha dubbi: l’indagine sull’origine del virus sta procedendo solo in superficie. Infatti risulta che Pechino abbia recentemente approvato un elenco di investigatori esterni, ma l’Organizzazione sanitaria ha convenuto che le parti chiave dell’indagine – ovvero quelle sui primi pazienti in Cina e sul ruolo del mercato di Wuhan nell’epidemia – saranno guidate da scienziati cinesi. Un’indagine sostanzialmente interna alla Cina quindi, col risultato che la squadra di esperti internazionali aumenterà, anziché raddoppiare con altri del tutto nuovi, gli studi già effettuati dai cinesi.

In merito alla questione, l’Oms, anche se ha elogiato il governo cinese, ha rifiutato di rivelare i dettagli dell’accordo con Pechino e non ha condiviso alcun documento con gli altri Stati membri che delineano i termini delle indagini. Un favore alla Cina che ha sempre mal tollerato ingerenze esterne nei suoi affari, anche quando si tratta del nascere di epidemie che si diffondono su scala mondiale.

Quando, infatti, la prima epidemia di Sars ha iniziato a diffondersi in Cina alla fine del 2002, i funzionari cinesi hanno nascosto l’epidemia per mesi, ma quando finalmente lo hanno ammesso davanti al diffondersi del contagio intorno al globo, hanno permesso a squadre internazionali di indagare sulla fonte animale. La questione dell’origine del virus rimane un passaggio critico molto importante che, se risolto, potrebbe aiutare a prevenire un’altra pandemia e aiutare gli scienziati a creare vaccini e cure. Questa volta, la ricerca di una fonte è stata avvolta nel segreto, grazie all’ostruzionismo e lavoro di “lavaggio” effettuato dalla Cina.

La questione è diventata politica sin dai primi giorni del diffondersi della malattia che ha causato più di un milione di morti nel mondo: la Cina ha ottenuto concessioni dall’Oms che hanno aiutato il Paese a ritardare importanti ricerche e ha risparmiato al suo governo un’inchiesta potenzialmente imbarazzante sulla sua mancata risposta tempestiva all’epidemia. Non solo: i funzionari sanitari e diplomatici cinesi non hanno risposto alle ripetute richieste di interviste e hanno taciuto pubblicamente su quanto accaduto.

“Questo fa parte della psiche cinese per dimostrare al mondo che fanno la scienza migliore”, ha detto Peter Daszak, presidente di EcoHealth Alliance, “ma in questo caso non ha funzionato. E penso che questo sia il motivo per cui non sappiamo molto di più”.

Pechino ha fatto pressione sull’Oms sin dalle prime battute della diffusione dell’epidemia. Risulta infatti che già il 23 gennaio, l’ambasciatore cinese abbia chiarito che il suo Paese avrebbe considerato una dichiarazione di emergenza internazionale come un voto di sfiducia nei confronti della Cina. Inoltre sono stati presentati dati al comitato scientifico dell’Organizzazione che descrivevano una situazione sotto relativo controllo. Pertanto la metà del comitato, allora, disse che era troppo presto per dichiarare l’emergenza, ma si sbagliavano. Il Nyt riferisce che il sistema di sorveglianza cinese non era riuscito a individuare l’insorgere dell’epidemia; un fallimento che, secondo gli esperti, ha permesso l’accelerazione della sua diffusione.

A quanto sembra, Pechino ha steso una densa coltre fumogena sull’origine del virus, sin dalle prime ore, quando la missione in Cina della squadra di investigazione dell’Oms, il 16 febbraio, non ha potuto effettuare indagini approfondite a Wuhan, epicentro del contagio, in quanto la città era “sigillata”, quindi i sei membri della commissione – tre cinesi e tre esperti internazionali – vi sono rimasti circa un giorno facendo visita a due ospedali, senza nemmeno poter vedere il famoso mercato, da dove si presumeva fosse partito il primo contatto “animale-uomo”. Del resto avrebbero comunque potuto trovare ben poco in quei giorni: risulta infatti che gli specialisti del Cdc cinese (il Center for Disease Control) abbiano effettuato già a dicembre una minuziosa pulizia del mercato di Wuhan eliminando qualsiasi possibile veicolo di contagio, ma così facendo anche eliminando le eventuali prove.

Funzionari cinesi avevano infatti dichiarato a gennaio che l’epidemia era iniziata al mercato di Wuhan, tra cui il dottor Gao, del Cdc, che “a microfoni spenti” aveva dato la colpa alle vendite illegali di fauna selvatica, in particolare aveva accusato della possibilità che il virus si fosse trasmesso all’uomo da un ratto del bambù, mostrando fotografie di roditori morti scattate al mercato di Wuhan al virologo della Columbia University Ian Lipkin durante una cena a Pechino all’inizio di febbraio. Ipotesi, quella del mercato, poi abbandonata, ma sorge ora il dubbio che forse tale scelta sia stata dovuta proprio all’insabbiamento effettuato dai cinesi tramite la cancellazione delle prove.

L’ostruzionismo della Cina verso le indagini dell’Oms sembra una costante: l’estate scorsa due esperti dell’Organizzazione che si sono recati in Cina, a luglio, per definire i termini delle indagini hanno trascorso due settimane in quarantena e hanno solo potuto intervistare gli esperti telefonicamente senza poter recarsi a Wuhan, ammesso che, anche se avessero potuto andarci, sarebbero mai stati in grado di poter raccogliere qualche informazione utile visto il clima di oscurantismo. La beffa, in questa vicenda, è rappresentata dal comportamento dei funzionari cinesi che hanno affermato che l’Oms dovrebbe iniziare a indagare in Europa, indicando che il virus era stato scoperto nei sistemi fognari europei lo scorso anno. Del resto Pechino ha più volte tentato di accusare altri Paesi sull’origine dell’epidemia: anche gli Stati Uniti sono stati chiamati in causa quando il 12 marzo il ministro degli Esteri cinese li ha accusati di aver portato in Cina il virus durante i giochi mondiali militari tenutisi a Wuhan a ottobre dell’anno scorso.

Pechino tiene ancora saldamente in mano le redini dell’indagine Oms su Covid-19, del resto l’Organizzazione, per la sua stessa architettura, dipende molto da quei Paesi che la finanziano maggiormente. Sappiamo, come rivelato dal Times, che gli studi sull’origine dei virus dell’Organizzazione si svolgeranno in due fasi. Nella prima si cercheranno i primi pazienti esaminando le cartelle cliniche e intervistando le persone che sono state trattate per il virus a dicembre. La squadra di ricerca indagherà anche su quale fauna selvatica è stata venduta al mercato di Wuhan e seguirà la sua catena di approvvigionamento. L’Oms ha però convenuto che questa fase sarà guidata da scienziati cinesi, con gli stranieri che rivedranno il loro lavoro a distanza, senza quindi avere la possibilità di essere in loco e avere accesso diretto alle fonti: un lavoro di revisione molto difficile. Nella seconda fase gli esperti internazionali lavoreranno coi colleghi cinesi per trovare il virus tra gli ospiti animali e un possibile ospite intermedio.

Insomma l’influenza politica cinese permea il lavoro dell’Oms, turbandolo in modo incisivo e alterandone i risultati, mettendo così in difficoltà non solo la comunità scientifica internazionale, ma generando anche ripercussioni sui sistemi sanitari e sulla politica. Motivo che ha scatenato la reazione decisa della Casa Bianca guidata da Donald Trump che scelse la via del taglio dei fondi nei confronti dell’Organizzazione con l’accusa di essere estremamente aderente alle logiche di Pechino.

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