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Politica

La Cina conquista l’Onu: cosi Pechino silenzia gli Stati Uniti

L’influenza della Cina cresce a dismisura non solo all’interno di quei Paesi con cui Pechino ha stabilito intensi rapporti commerciali, ma anche dentro istituzioni in cui, fino a pochi anni fa, il volere di Washington era pressoché incontrastato e ascoltato...
Cina Xi

L’influenza della Cina cresce a dismisura non solo all’interno di quei Paesi con cui Pechino ha stabilito intensi rapporti commerciali, ma anche dentro istituzioni in cui, fino a pochi anni fa, il volere di Washington era pressoché incontrastato e ascoltato da tutti gli altri membri. L’esempio più eclatante è offerto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu). Come ha sottolineato Foreign Politics, Pechino oggi guida ben quattro delle 15 agenzie specializzate dell’organizzazione intergovernativa. Ma come ha fatto la Cina ad aumentare il suo peso specifico senza che nessuno alzasse un dito per impedirlo? Il percorso è stato lungo ma la strategia, alla fine, è risultata infallibile.

L’avanzata del Dragone

Controllare i gangli di una struttura importante come l’Onu significa avere la grandissima opportunità di far valere le proprie istanze di fronte al resto del mondo e, in certi casi, di sottomettere gli altri alle proprie ambizioni. Quando gli Stati Uniti si sono accorti di aver lasciato troppo spazio alla Cina, il danno – dal loro punto di vista – era ormai già stato fatto. Il risultato è che Washington è in affanno. Qu Dongyu ha da pochi mesi ottenuto la guida dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), superando la concorrenza al termine di un’elezione agguerrita. La Cina è così riuscita a far fruttare al meglio le relazioni strette negli anni con i vari governi trascurati dall’Occidente; questi, al momento opportuno, hanno restituito il favore premiando il candidato cinese. Il signor Qu ha vinto assicurandosi 108 voti su una platea di 109 Paesi votanti.

Gli errori di Trump

L’amministrazione Trump, almeno a parole, vuole impedire alla Cina di continuare a crescere. Il presidente americano ha dato il via a una estenuante guerra dei dazi contro il Dragone, colpito una delle più importanti aziende di Pechino, il colosso di Shenzen Huawei, e affossato altre società cinesi. Eppure, in silenzio, non solo la Cina ha limitato i danni, ma ha anche approfittato della goffa diplomazia di Trump per incunearsi nei meandri delle organizzazioni internazionali e prenderne gradualmente il controllo. Il pasticcio in occasione delle elezioni della Fao hanno portato un ex alto funzionario del governo cinese a capo di un’agenzia che deciderà, seppur insieme al segretario generale delle Nazioni Unite, chi sarà il prossimo leader del World Food Program, cioè di un’agenzia Onu guidata dagli americani. Il signor Qu avrà carta bianca per sottoscrivere gli incarichi più importanti presso questa agenzia, con buona pace di Washington.

La strategia della Cina

Da quando Trump è diventato presidente degli Stati Uniti, gli americani hanno ridotto il proprio finanziamento alle Nazioni Uniti, ritirandosi perfino dai principali organi Onu. La Cina, fiutando un vuoto da colmare, ha supportato le Nazioni Unite nello stesso periodo in cui la narrazione della Nuova Via della Seta stava contagiando il mondo. Il risultato è che Pechino si è assicurata in questo modo posti eccellenti all’interno dell’Onu ma anche una enorme importanza nel processo decisionale. Prendiamo, per esempio, il caso dello Xinjiang: l’opinione pubblica ha puntato il dito contro la Cina, accusata di usare metodi totalitari per reprimere la minoranza musulmana degli uiguri, ma il governo cinese è riuscito a silenziare ogni polemica in sede istituzionale. E questo, temono gli Stati Uniti, potrebbe essere solo l’inizio.





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