A fine gennaio, le autorità del Kenya hanno comunicato che lo stadio internazionale Raila Odinga di Nairobi è completo all’80%, e che i lavori saranno terminati entro la fine di febbraio. Si tratta di uno degli impianti sportivi più moderni dell’intero continente africano, ed è destinato a essere una delle sedi principali della Coppa d’Africa di calcio del 2027.
La struttura, che conterà in tutto 60.000 posti, è stata realizzata grazie allo sforzo e alla coordinazione di ben quattro ministeri (Sport, Interni, Difesa e Trasporti), per un costo stimato di almeno 250 milioni di dollari. Ma il Raila Odinga Stadium porta una firma in caratteri cinesi: quella della China Road and Bridge Corporation (CRBC), un’azienda statale con sede a Pechino.
La CRBC ha un ruolo fondamentale nei vari progetti della Belt and Road Initiative, nota anche come Nuova Via della Seta, e ha nell’Africa uno dei suoi maggiori luoghi d’azione. Nel corso degli anni ha infatti realizzato strade, ponti, ferrovie, porti, ospedali e università in Paesi come Senegal, Mauritania, Etiopia, Angola, Mozambico. In Kenya, il colosso cinese ha edificato, tra il 2019 e il 2022, la strada che conduce dall’aeroporto internazionale Jomo Kenyatta al cuore finanziario di Nairobi, e nel 2017 ha inaugurato la ferrovia che collega la capitale alla seconda città del Paese, Mombasa, sull’Oceano Indiano.
Tuttavia, gli stadi rappresentano un ambito dell’edilizia in cui la mano cinese in Africa è particolarmente presente e, soprattutto, visibile. Almeno sette impianti su dodici della prossima Coppa d’Africa (ospitata tra Kenya, Tanzania e Uganda) sono stati costruiti o ristrutturati da aziende cinesi.
Ma anche nel resto del continente, gli esempi non mancano: lo stadio olimpico Alassane Ouattara di Abidjan, in Costa d’Avorio, è stato completato nel 2020 e ha ospitato la finale della Coppa d’Africa del 2023. A costruirlo ci ha pensato il Beijing Construction Engineering Group (BCEG), un altro colosso statale dell’edilizia. Lo scorso maggio è stato inaugurato invece lo stadio olimpico Maresciallo Idriss Déby Itno di N’Djamena, in Ciad, un impianto da 30.000 posti realizzato dalla Shaanxi Construction Engineering Group Corporation e finanziato interamente dal governo cinese.
La “diplomazia degli stadi” della Cina
Gli studiosi la chiamano stadium diplomacy, cioè diplomazia degli stadi, ed è una specialità di Pechino, sebbene altri Paesi abbiano poi replicato questa strategia. Dalla fine degli anni Sessanta, la Cina ha finanziato o contribuito alla costruzione di oltre un centinaio di stadi nel solo continente africano, anche se non ha fatto mancare il suo supporto logistico anche in altri Paesi asiatici, in America Latina e addirittura in Europa (lo Stadio Nazionale inaugurato nel giugno 2025 a Minsk, in Bielorussia, è firmato dal Beijing Urban Construction Group).
La caratteristica fondamentale della stadium diplomacy cinese è che gli investimenti non avvengono tramite il sostegno ad aziende private, ma direttamente tramite quelle statali. La Cina copre parte dei costi di realizzazione delle strutture oppure presta al Paese in questione i soldi necessari per la costruzione, applicando un tasso vantaggioso. A volte, però, li finanzia addirittura totalmente, di fatto regalandoli.
Non si tratta ovviamente di investimenti a fondo perduto: da un lato, la Cina consolida i propri legami diplomatici con i Paesi africani, inviando anche i propri ambasciatori alle inaugurazioni degli impianti. Dall’altro, in cambio di questi regali ottiene la firma di accordi economici. In Gabon, per esempio, ha costruito gli stadi sia per la Coppa d’Africa del 2012 che per quella del 2017, ed è poi diventata la destinataria del 15% delle esportazioni di Libreville (soprattutto petrolio e manganese). Il Gabon è oggi uno dei principali partner commerciali di Pechino.
Soft power o neo-colonialismo?
È chiaro che gli investimenti e il know-how cinesi sono determinanti, in un continente dove spesso mancano infrastrutture e grandi aziende in grado di realizzarle. Ovunque interviene, la Cina realizza stadi molto grandi e moderni che, altrimenti, non sarebbero potuti esistere. E questo, in un contesto in cui il calcio è un fattore molto importante nella propaganda politica e anche nella vita sociale delle persone, comporta notevoli vantaggi in termini di popolarità.
Anche per questa ragione, costruire stadi è paradossalmente più importante che costruire strade e porti. Non si tratta di edificare strutture strettamente necessarie all’economia locale, di cui alla fine beneficerà solo un numero relativo di persone, ma di arene destinate allo sport di massa. Inoltre, gli stadi di calcio si prestano molto bene a rappresentare la modernità e le ambizioni dei governanti locali.
Dal 2009, la Cina è diventata il principale partner commerciale dell’Africa, dopo aver superato gli Stati Uniti: i principali beni importati da Pechino sono il rame, il cobalto, il ferro e il petrolio, fondamentali per sostenerne lo sviluppo economico. Per contro, i prodotti cinesi stanno diventando sempre più popolari nei mercati africani, grazie a prezzi molto più abbordabili rispetto a quelli europei o americani.
Questa relazione, però, rivela delle criticità. “Non ci sono reali indicazioni che gli investimenti cinesi stiano apportando benefici all’Africa”, scriveva nel 2015 lo studioso Karim Dewidar sul Journal of Political Inquiry. Quasi undici anni dopo, questa considerazione pare confermata dal record raggiunto nel 2025 dal deficit commerciale dei Paesi africani nei confronti della Cina, che ha superato i 102 miliardi di dollari.
Lo spettro di una forma di neo-colonialismo cinese in Africa viene spesso evocato, ed è difficile negare che la relazione tra i due soggetti sia quasi del tutto a senso unico. Relativamente alla questione specifica degli stadi, nel 2024 il New York Times segnalava che molti impianti si rivelano troppo grandi e costosi per essere adeguatamente mantenuti dalle autorità locali, e rischiano di essere abbandonati subito dopo il termine dei grandi eventi.
Lo stadio Barthélemy Boganda di Bangui, nella Repubblica Centrafricana, è stato inaugurato nel 2006, ma dal 2020 non può ospitare incontri internazionali perché non più a norma: la Federcalcio e il governo locali dovrebbero finanziarne la ristrutturazione, ma al momento non sembra fattibile. In Costa d’Avorio, tre anni dopo l’apertura dello stadio Alassane Ouattara non era ancora stata completata la strada che lo collegava al resto di Abidjan, né erano terminati i lavori dell’attigua cittadella dello sport, prevista nel progetto originale.

