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La Cina, attraverso la revisione di una legge in parlamento, ha rivisto i rapporti con l’isola di Taiwan, al fine di facilitare gli investimenti nell’economia cinese degli abitanti di Taipei. La mossa politica, messa in atto a meno di quindici giorni di distanza dalle elezioni politiche del Paese di cui la Cina rivendica il possesso, ha il chiaro scopo di incentivare l’elettorato locale a spingersi su posizioni meno ostili a Pechino. Questa chiave di lettura, come riportato dall’agenzia di stampa Reuters, ha spinto il presidente Tsai Ing-wen ad appellarsi al popolo dell’isola, esortandolo a non cedere alle avance della Cina.

Pechino gode attualmente di un folto numero di investimenti nel proprio mercato da parte della popolazione e delle grosse cordate di Taipei, stimate su oltre 100 miliardi di dollari americane. Il numero particolarmente elevato sarebbe dovuto ai bassi costi di produzione garantiti da Pechino a causa di meno stringenti leggi sul lavoro ed alla cultura molto simile tra i due Paesi. Con la nuova legge proposta dal parlamento anche le difficoltà burocratiche verrebbero ridotte, nella speranza di attrarre ancora più investimenti nell’economia cinese.

Taiwan non deve diventare come Hong Kong

Avvicinare Taiwan alla Cina è visto però come un grave pericolo per la salvaguardia e la tutela delle libertà democratiche dell’isola dal presidente in carica Tsai. Durante un appello al popolo, è stato citato l’esempio della città-stato di Hong Kong e dei disordini che l’avvicinamento a Pechino ha causato nella popolazione.

Durante l’appello è stata citata anche una lettera scritta da un manifestante di Hong Kong ed indirizzata a Taiwan, nella quale il Paese sarebbe stato esortato a non seguire l’esempio dell’ex colonia inglese. Nonostante il contenuto non sia stato effettivamente mostrato, è chiaro che accettare le ingerenze di Pechino significherebbe mettere potenzialmente a rischio le libertà democratiche e di espressione di Taiwan, gettando quelli che sono stati oltre 70 anni di storia del Paese.

La Cina tenta la via diplomatica

Le volontà di Pechino di annettere l’isola al territorio della Cina non sono segrete sin dalla proclamazione di Chiang Kai-shek nel 1949, alla quale si sono susseguiti scontri militari che si sono conclusi con un reciproco non riconoscimento, in atto tuttora.

Sebbene negli ultimi decenni la Cina abbia abbandonato la via militare per riunificare il Paese, la possibilità di intervenire attraverso l’ausilio delle proprie forze armate non è mai stata esclusa, sebbene questa non sia mai stata la scelta primaria di Pechino. Ciò è dovuto anche all’accordo tra Taipei e Washington, nel quale gli Stati Uniti si impegnerebbero a difendere l’isola di Formosa in caso di attacco da parte della Cina, come già avvenuto con i sostegni militari negli anni ’50 del secolo scorso.