Gli Stati Uniti hanno più volte, in passato, ricevuto offerte di aiuto da Paesi rivali in occasione di disastri naturali o catastrofi interne. Se in passato Washington poté rifiutare i 1.500 medici cubani che Fidel Castro aveva arruolato per sostenere le popolazioni colpite dall’uragano Katrina (2005) o l’assistenza promessa dal Venezuela di Nicolas Maduro dopo le tempeste tropicali di Porto Rico del 2017, ora è molto più difficile trovare motivi per rifiutare l’assistenza della Cina di Xi Jinping nella lotta al coronavirus.

La diffusione nell’epidemia nel continente americano dopo i primi focolai nell’Impero di Mezzo e in Europa prosegue incontrollata e la conta delle vittime ha superato le 10.000 unità. La competizione geopolitica tra i due giganti risulta temporaneamente messa in stand-by sul piano operativo, ma prosegue sotterranea attraverso la partita del soft power. Partita che la Cina ha deciso di giocare portando avanti una precisa strategia di aiuti al sistema sanitario a stelle e strisce, fornendo dispositivi e materiali necessari per il superamento della crisi in corso.

A raccontare lo sviluppo della strategia è stato un funzionario sicuramente non di secondo piano: l’ambasciatore cinese a Washington Cui Tiankai ha vergato una lettera diretta al New York Times in cui ha espresso, senza mezzi termini, di considerare quella contro il Covid-19 una battaglia comune. In cui, tuttavia, ora sono gli Usa la parte debole: Cui ha infatti osservato che la Cina sta facendo tutto il possibile per sostenere i paesi ritenuti in difficoltà, compresi gli Stati Uniti. “Stiamo facilitando l’acquisto da parte del governo Usa di dispositivi di protezione individuale fabbricati in Cina. In effetti, le fabbriche stanno funzionando a pieno ritmo per soddisfare gli ordini di forniture mediche dallo Stato di New York e da altre parti degli Stati Uniti”.

Al tempo stesso, Cui non ha mancato di rimarcare come i governi provinciali e le amministrazioni delle città cinesi si stiano affrettando ad aiutare i loro stati gemellati e le città statunitensi. E le donazioni stanno arrivando dal settore degli affari del paese, inclusa la nemica numero uno degli apparati a stelle e strisce: Huawei. Il colosso delle telecomunicazioni di Shenzen è infatti riportata far parte dell’elenco dei donatori di mascherine e altro materiale utile nella lotta al Covid-19.

Le dimensioni delle donazioni cinesi non sono sicuramente trascurabili: 1,5 milioni di mascherine, 200 mila kit per i test, 180 mila guanti e diversi altri dispositivi medici, tra cui 1.000 ventilatori acquistati dalla Fondazione Joseph e Clara Tsai per i centri medici dello Stato di New York.

Le mosse di Cui non hanno solo una rilevanza umanitaria, come è facile intuire. Seguendo la traccia dell’espansione della “Nuova via della seta della salute”, infatti, Pechino assieme a un innegabile contributo alla sfida al coronavirus porta avanti un rafforzamento del suo soft power. E di questo non c’è da stupirsi: dal Piano Marshall del post-seconda guerra mondiale in avanti i piani di aiuti umanitari hanno sempre avuto un substrato politico e si sono inseriti nel contesto di strategie di lungo termine. Negli apparati statunitensi è partita da tempo la corsa al contrasto del potere d’influenza sotterraneo esercitato dalla Cina (il famoso “sharp power”) alle periferie della sfera geopolitica di pertinenza di Washington. Ora lo stesso tema si ripropone in casa della superpotenza: e quella cinese è una strategia dove chi va “all’attacco”, ovvero offre gli aiuti, è avvantaggiato. Rifiutare assistenza in questo caso sarebbe difficilmente giustificabile agli occhi di una popolazione preoccupata e a rischio contagio. Accettarla è, in un certo senso, un cedimento inevitabile.

Pechino segna un punto: ora bisogna capire se e come in questo campo gli Stati Uniti potranno reagire. Facendo una metafora con la corsa allo spazio, nella lotta al coronavirus Washington potrebbe lasciare a Pechino il lancio dello Sputnik (l’invio di aiuti nel mondo) per puntare direttamente allo sbarco sulla Luna, ovvero la realizzazione del primo vaccino operativo. Anthony Fauci, “zar” della Casa Bianca per la lotta al coronavirus, è certo che esso sarà una conquista americana, come fa notare StartMag: “In America, la parola vaccino fa il paio con Moderna, l’azienda biotech che in stretto coordinamento con le agenzie sanitarie del governo federale ha cominciato già lo scorso 16 marzo i test sull’uomo di un potenziale vaccino contro il Covid-19. Sforzi che sembrano andare nella direzione giusta, considerato che lo stesso Fauci pochi giorni fa ha dichiarato che la sperimentazione del vaccino sta proseguendo (“is on track”) ad una velocità tale da far prevedere che entro 12 o 18 mesi si arriverà all’ultima fase, quella della commercializzazione”. Sarà la sfida per il vaccino la partita in cui Washington mirerà a ribaltare l’ascesa del soft power cinese. Ma fino ad allora sarà difficile per gli States sottrarre alla Cina l’inerzia politica e il controllo della narrazione sulla guida nella lotta all’epidemia.

diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY