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La Cina è di nuovo al centro di una querelle internazionale sullo spionaggio. Questa volta, ad essere interessati sono Germania, Australia e Nuova Zelanda, con gli Stati Uniti che osservano vigili il corso degli eventi. Per quanto riguarda la Germania, il Bfv, l’Ufficio federale della Protezione della costituzione, ha accusato negli ultimi giorni Pechino di utilizzare falsi profili LinkedIn per prendere informazioni su funzionari e politici tedeschi. “I servizi d’intelligence cinesi sono attivi su network come LinkedIn”, è stata la conclusione dell’agenzia tedesca, che, dopo circa nove mesi di indagini, ha evidenziato che sarebbero almeno 10mila i cittadini tedeschi avvicinati dai servizi cinesi con questi metodi. L’accusa è molto grave e la Cina ha risposto in maniera decisa nei confronti delle frasi dei servizi tedeschi che ricordano, per certi versi, le accuse mosse nei confronti della Russia riguardo alle interferenze nei processi elettorali. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lu Kang, ha chiesto al governo tedesco di “parlare e agire con maggiore responsabilità e di non fare cose che non siano di beneficio allo sviluppo delle relazioni bilaterali”. L’ammonizione di Pechino nei confronti delle parole del Bfv è stata molto chiara. Accuse di questo genere comportano inevitabilmente un peggioramento delle relazioni bilaterali, e questo incide soprattutto sulle relazioni commerciali di due Stati che sono fondamentali l’uno per l’altro. Un messaggio rivolto ala Germania ma che può essere rivolto, in generale, a tutti quei Paesi interessati a un minor sviluppo delle relazioni sino-tedesche.

Mentre la Germania accusa la Cina di carpire informazioni dettagliate attraverso metodi d’infiltrazione nei social, dall’altra parte del mondo, in Australia e Nuova Zelanda, arrivano invece accuse nei confronti del governo cinese per ciò che concerne presunte interferenze nelle questioni di politica. Il primo, Malcolm Turnbull, ha definito “senza precedenti e sempre più sofisticate” le intromissioni cinesi nella politica australiana. Accuse anche qui che ricordano le accuse alla Russia per la politica europea, e che hanno suscitato l’ira del governo cinese che si è espresso attraverso il Quotidiano del Popolo. “Questo tipo di paranoia isterica ha sfumature razziste”, scrive l’organo di stampa del Partito Comunista Cinese “ed è una macchia sull’immagine di società multiculturale dell’Australia”. La polemica di questi giorni è solo una delle tante che intercorrono fra Pechino e Canberra. I governi dei due Stati si trovano su posizioni diametralmente opposte, e l’Australia è da molti mesi, specie dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, in una posizione di forte ostilità verso la Cina. A giugno, il senatore laburista Sam Dastyari, che aveva sostenuto la legittimità delle rivendicazioni di Pechino nel Mar Cinese Meridionale era finito al centro di un’inchiesta che aveva appurato i suoi legami con Huang Xiangmo, fondatore della società immobiliare Yuhu, di Shenzhen. E nelle ultime ore sono arrivate le dimissioni di Dastyari proprio per via delle donazioni ricevute da questo imprenditore, da tempo sotto controllo dell’intelligence di Canberra.

Anche nella piccola Nuova Zelanda, crescono i timori per le interferenze di Pechino. Secondo alcuni rapporti dell’intelligence, nell’ultimo anno ci sono stati “tentativi di accedere a informazioni governative e del settore privato e tentativi di influenzare eccessivamente le comunità di espatriati”. Ann-Marie Brady, docente di Scienze Politiche all’università di Canterbury, ha sostenuto al Financial Times che da tempo l’intelligence neozelandese sta indagando su un parlamentare di origini cinesi, Jian Yang, che lavorerebbe per influenzare la crescente comunità cinese nel Paese in chiave favorevole al governo di Pechino. Secondo Brady, il governo cinese agisce in tre modi: dirigendo le comunità cinesi all’estero per renderle partecipi delle politiche cinesi in quel determinato Paese; influenzando l’opinione pubblica attraverso media e social media; e cooptando, come con Dastyari, alcuni importanti politici locali.

In tutto questo, gli Stati Uniti guardano con estremo interesse queste accuse contro Pechino. La “guerra di spie” tra Pechino e Washington non è affatto un problema di scarsa importanza per l’agenda politica americana. Al contrario, la Cina per ora sta vincendo la sfida con gli Stati Uniti, come dimostrano le numerose infiltrazioni dei servizi cinesi nei sistemi informativi americani e gli allarmi lanciati dall’intelligence Usa sul fatto di aver perso tantissimi contatti e capacità manovra all’interno del territorio cinese. “I cinesi non sono spariti”, ha dichiarato un ex funzionario del controspionaggio Usa a Politico. “La questione con la Russia ci ha distratto dalla Cina”.