Da una parte gli scettici, dall’altra quelli che intravedono una rinnovata sincronia tra i sacri palazzi e le istituzioni: Mario Draghi sta suscitando reazioni miste. Vale per gli ambienti politici, ma anche per quelli cattolici, ecclesiastici o meno che siano.

Non sono solo i tradizionalisti ad essere preoccupati per via della presunta aderenza dell’ex presidente della Bce alla stigmatizzata Unione europea. Anche i più progressisti – almeno quelli che hanno guardato con favore alle triangolazioni tra la Chiesa, i giallorossi e l’Oriente – stanno esprimendo più di qualche perplessità.

In ottica di diplomazia vaticana, un governo Draghi significa soprattutto atlantismo. Questo almeno è quello che si può evincere dal curriculum di un uomo legato agli Stati Uniti e all’Unione europea. Un atteggiamento che può non essere condiviso da chi aveva visto con favore lo spostamento dell’asse in direzione della Repubblica popolare cinese, almeno in una parte del Vaticano. E sono almeno due, quindi, i fronti agitati per via del nuovo corso che si sta per aprire a Palazzo Chigi. C’è chi palesa una preoccupazione diversa ma comunque pronunciata rispetto a quella mostrata per Conte, e chi naviga sulle ali dell’ottimismo, confidando che Draghi sia sinonimo di normalizzazione diplomatica. L’ex maggioranza sembrava preferire le nuove vie della seta ai tradizionali canali economico-politici con Washington. E anche il Vaticano, almeno finché a presiedere gli Stati Uniti è stato Donald Trump, era posizionato in questi termini, come dimostrato dalle aperture verso Pechino e la rigidità sul nuovo corso in Usa.

Poi Donald Trump ha perso le elezioni, e il multilateralismo diplomatico targato cardinale Pietro Parolin ha dovuto prendere atto del “ritorno” degli Stati Uniti, con tutto quello che la centralità degli Usa può comportare. Un tema che chiaramente ha già spaccato la Chiesa, diviso sul sostegno a Trump e al mondo liberal. E che adesso rischia di dividersi non solo sulla nuova diplomazia romana, ma anche sulla stessa figura dell’ex presidente della Bce e su cosa vorrà o sarà in grado di fare.

Come ha fatto notare La Verità, su Famiglia Cristiana è apparso più di qualche virgolettato che può essere soggetto ad interpretazione. Uno, su tutti, sembra essere particolarmente scettico sul presidente incaricato, che dovrebbe sciogliere la riserva entro la fine della seconda settimana di febbraio, e lo ha scritto il teologo della Lateranense Pino Lorizio. Nel suo articolo, che torna sul legame tra Draghi e la Chiesa Cattolica, si legge: “Né possiamo dimenticare che la formazione in un collegio dei gesuiti non è certo garanzia di fedeltà al Vangelo”. Una frase che unita al richiamo ai “poteri non buoni” e al rito della candela nell’elezione papale (spenta davanti la nuovo pontefice mentre si diceva “sic transit gloria mundi”) sembra quasi voler provocare un bagno d’umiltà al nuovo premier incaricato ma anche a spegnere i facili entusiasmi.  Anche certi ambienti ecclesiastici, dunque, aspettano le declinazioni sul piano pratico prima di prendere posizione.

In termini di “schieramenti vaticani”, si potrebbe dire che siamo alle solite, con gli ultra-progressisti ed i conservatori a sgomitare per occupare lati di campo diametralmente opposti, mentre la maggioranza silenziosa attende impassibile, e magari con una certa dose di ottimismo, l’esito dei processi politici. Papa Francesco ha nominato Mario Draghi come membro ordinario dell’Accademia delle Scienze sociali nel luglio del 2020: qualcuno ha interpretato la mossa come una sorta d’anticipazione. Ma non conviene poi molto basarsi sui retroscenismi. Di sicuro Draghi è un laico cui Bergoglio guarda con favore.

Gli ecclesiastici, sino a questo momento, si sono espressi con parsimonia. Nessuna fuga in avanti e indietro o quasi. Tra i fautori del governo Draghi, può essere annoverato con certezza padre Antonio Spadaro, che si è espresso con favore, sottolineando pure come il Papa abbia avvisato in tempi non sospetti, ossia nel 2014, la classe dirigente che si sarebbe “allontanata dal popolo”. Un assist ai tecnici, insomma, con l’ex presidente della Bce in testa. Non sarà sfuggito, poi, che è stato Mario Draghi ad aprire il quarantesimo meeting di Rimini, rimarcando la necessità di porre un freno ai sussidi e di sostenere le politiche lavorative giovanili. Insomma, la Chiesa cattolica non può definirsi distante dal premier incaricato.

Sì, Mario Draghi è stato formato dai gesuiti, ma per certi ecclesiastici non basta a certificare la patente di prossimità alla sinistra ecclesiastica. Anzi, Draghi è stato più volte accostato al centrodestra liberale, moderato e cattolico nel corso della sua carriera tecnico-istituzionale. E forse è per questo che i cattolici progressisti non hanno reagito con quei facili entusiasmi cui eravamo abituati in questa convulsa fase giallo-rossa.

Chi non ha proprio dubbi sul da farsi abita nel campo tradizionalista: il fatto che Draghi abbia svolto il ruolo apicale di vertice della Banca centrale europea è, per l’ultra-destra cattolica, sinonimo di criticità. Perché il cattolicesimo e la sua dottrina non possono assecondare una forma così pronunciata di capitalismo monetario. Per questo, non è difficile imbattersi in analisi critiche su Draghi promosse a mezzo blog dalla destra cattolica. Sono gli stessi che hanno simpatizzato per Trump. Ma anche in quella famiglia, a ben vedere, è registrabile più di qualche parere difforme. I pro life, ad esempio, sperano che l’agenda di Conte e dei giallorossi – quella tagliata pure sulla Zan-Scalfarotto – venga riposta nel dimenticatoio. C’è attendismo. Ma la speranza è che Draghi non si dimostri laicista rispetto ai “valori non negoziabili”. La Chiesa cattolica e i cattolici – com’è normale che sia – discutono sull’uomo chiamato a guidare la “salvezza nazionale”.

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