La geopolitica della corsa allo spazio
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Gli storici sanno che non esiste nulla di più vero dell’effetto farfalla. Perché la storia, libri alla mano, non è che una sequela infinita di racconti di terremoti nell’Atlantico provocati da un battito d’ali avvenuto da qualche parte nel Pacifico.

La guerra in Ucraina è la riprova della sempiterna validità dell’effetto farfalla a livello di relazioni internazionali. Una guerra nel cuore d’Europa che sta provocando crisi alimentari tra Medio Oriente e Africa, la cui onda d’urto è stata percepita sino a Taiwan e che sta facendosi sentire anche nel mai quieto Caucaso settentrionale, più precisamente nella pivotale Cecenia.

Malcontento e proteste scuotono Groznyj

I ceceni hanno giocato e stanno giocando un ruolo-chiave dentro e fuori la grande trincea ucraina. Dentro perché circa dodicimila soldati d’élite provenienti da Groznyj, e identificabili nei cosiddetti Kadyroviti, sono stati inviati tra Kharkiv e Mariupol per esperire operazioni ad alto rischio, per combattere le guerre urbane più ostiche e per dare la caccia alle loro nemesi, cioè ai suprematisti slavi dell’Azov e ai connazionali dei battaglioni Dzhokhar Dudayev e Sheikh Mansur. Fuori perché, chi è rimasto a casa, ha cominciato a protestare contro la presidenza Kadyrov.

Sono tre i motivi che hanno incoraggiato gli abitanti della Repubblica cecena a protestare, tanto nelle piazze virtuali quanto in quelle reali, e sono legati all’aumento in simultanea del costo della vita e dello stato di polizia e alla coscrizione di massa, talvolta condotta contro la volontà dei singoli attraverso minacce, che starebbe avendo ivi avendo luogo.

Dall’inizio della guerra a metà giugno, secondo quanto riportato in un’inchiesta del portale investigativo Insider, l’organizzazione per i diritti umani cecena Vayfond avrebbe esaminato almeno cinquanta casi di reclutamento forzato. Numeri più elevati, ma non corroborati da prove, sono stati invece forniti da un blogger antigovernativo, Islam Belokiev, che avrebbe sentito almeno “tre storie [di reclutamenti coercitivi] al giorno”.

Né Vayfond né il circuito internazionale di blogger antigovernativi sono, però, i veri registi del movimento di denuncia e resistenza che sta prendendo piede in Cecenia e che ha costretto Ramzan Kadyrov a rimanere in patria, nonostante l’iniziale volontà di affiancare i propri soldati in Ucraina, a causa della paura di disordini. Il regista di tutto, invero, è l’enigmatico Movimento 1ADAT.

Nexta e Zelenskij hanno fatto scuola

NEXTA e Volodymyr Zelenskij hanno rivoluzionato l’arte delle guerre ibride; il primo mostrando al mondo il potenziale destabilizzativo di Telegram e il secondo applicando al conflitto tattiche e tecniche della psicologia delle masse e del neuromarketing. Ed è qui, nella piccola Cecenia, che il Movimento 1ADAT sta provando ad esportare il modello Nexta-Zelenskij nella speranza di cavalcare il malcontento popolare, fino a ieri nascosto, esploso in concomitanza con la guerra in Ucraina.

Nato il 12 aprile 2020 come canale Telegram, 1ADAT è rapidamente evoluto come organizzazione della società civile, oggi possiede un sito web bilingue – russo e (curiosamente) inglese – e si è guadagnato la fama di nemico numero uno dell’ordine kadyroviano per via della capacità di documentare e diffondere abusi e crimini operati dai kadyroviti. Una fama che sembra sia costata la vita a uno dei moderatori del canale Telegram, Salman Tepsurkaev – del quale non si hanno più notizie dal 6 settembre 2020 –, e che a 1ADAT è valsa l’attribuzione dell’etichetta di organizzazione estremistica da parte della Corte suprema cecena nel maggio di quest’anno.

Kadyrov, contrariamente a Vladimir Putin – che nei confronti di Aleksei Navalnij ha optato per la damnatio memorae –, ha reagito alle chiamate alla protesta di 1ADAT invitando fedelissimi e sostenitori a scendere in strada e parlando del movimento, o meglio demonizzandolo, con giornali, stampa e pubblico.

A inizio febbraio, poco prima che scoppiasse la guerra, una manifestazione anti-1ADAT avrebbe magnetizzato l’improbabile cifra di 400mila persone per le vie di Groznyj – improbabile perché equivalente ad un terzo dell’intera popolazione cecena; i partecipanti, verosimilmente, sarebbero stati tra i quaranta e i cinquantamila. Nel corso della manifestazione, indetta per “maledire” la famiglia Yangulbayev – ritenuta tra gli sponsor di 1ADAT –, erano stati bruciati manichini e gridati cori di morte, con il beneplacito della presidenza e dell’establishment sunnita.

1ADAT, fino ad oggi, non ha raccolto il guanto della sfida lanciatogli da Kadyrov. Forse per la paura della repressione – i kadyroviti hanno raggiunto e rapito tutti i moderatori e/o attivisti dei quali era noto il nome. Forse per la paura di non attrarre grandi numeri – anche perché la censura sta impedendo al movimento di crescere a “ritmi nextiani”. O, forse, per entrambe le cose. Ma una cosa è certa: la manifestazione anti-1ADAT di inizio febbraio era una prova di debolezza più che una manifestazione di forza. E gli eventi successivi, dalle proteste contro il carovita a quelle contro la coscrizione obbligatoria – entrambe cavalcate da 1ADAT –, lo hanno confermato.

Tutti gli occhi sulla Cecenia, dunque, perché ha un valore inestimabile – è il perno della Ciscaucasia –, perché è uno dei ventri molli della Federazione – semenzaio di radicalismi e insurrezionalismi sin dall’età zarista –, perché la guerra ha scoperchiato un malcontento fino a ieri sottaciuto – oggi aggravato da carovita, coscrizione e morti al fronte – e perché se dietro 1ADAT c’è (o ci sarà in futuro) una regia occulta, fatta di menti raffinate, si prevedono (possibili) turbolenze per Kadyrov e Putin. Turbolenze come diversivo – fare rumore ad est per attaccare ad ovest – o come tagliola – agitare l’acqua per catturare i pesci –, nella speranza che il Cremlino abbocchi.

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