L’ottovolante della politica tedesca ha prodotto un sostanziale ribaltamento delle aspettative nelle elezioni federali del 26 settembre: se fino a poche settimane fa si aspettava un dualismo tra i Verdi e la Cdu/Csu merkeliana, che a maggio assommavano tra il 50 e il 55% dei consensi nei sondaggi, alla fine a spuntarla come primo partito è stata la Spd di Olaf Scholzritenuto un candidato cancelliere più credibile di Amin Laschet e Annalena Baerbock. Ma se da un laot per i Grunen della Baerbock l’indebolimento rispetto ai sondaggi è compensato da uno scatto da meno del 9 a oltre il 14% rispetto al 2017 dall’altro per l’Unione orfana di Angela Merkel il risultato elettorale segnala una cocente delusione, il peggior risultato del dopoguerra per la formazione che ha guidato il Paese nei momenti cruciali della sua storia recente.

Una sconfitta sonora

Il 24,1% fatto segnare dall’Unione nel voto di domenica porta la coalizione cristiano-democratica 9 punti sotto il pur non eccellente risultato del 2017, segnala un’emorragia di circa 4 milioni di voti, a fronte di un incremento di 2,5 milioni di consensi per i socialdemocratici, e mostra tanto la dipendenza del blocco popolare dalla figura della Cancelliera quanto la perdita della sua capacità di sintesi. Olaf Scholz non ha ancora la Cancelleria in tasca, ma ha sicuramente vinto la sua prima sfida: soffiare al partito della Merkel l’identificazione come erede del suo operato grazie a una conoscenza notevole degli assetti istituzionali, a una consolidata esperienza di governo ma anche, se non soprattutto, per le divisioni interne alla Cdu e ai disastrosi errori di Laschet. Che hanno avuto il loro momento culmine nelle criticate risate alla cerimonia di commemorazione per le vittime delle alluvioni estive, ma si sono ripetuti settimana dopo settimana.

La Merkel, figura di compromesso insostituibile

Laschet è mancato proprio laddove la Merkel era riuscita a operare come fattore equilibratore per sedici lunghi anni: presentarsi come portavoce del sincretismo tra le varie anime politiche, culturali, religiose della Germania che è alla base dello storico compromesso che regge l’Unione, divisa tra una Csu intenta a presidiare la roccaforte cattolica in Baviera e una Cdu maggiormente orientata all’anima renana, ordoliberista, luterana. Creando una forza moderata e con una profonda dialettica interna che è riuscita a essere guidata con destrezza dalla prima donna e prima figura politica dell’ex Germania Est ascesa alla Cancelleria.

Laschet è invece apparso fin dall’inizio del suo mandato di segretario come un leader tutt’altro che unificatore, poco attento a gestire la contrapposizione interna con l’ala conservatrice e liberale di Friedrich Merz, suo avversario all’ultimo Congresso, da un lato e troppo ripetitivo nel legare la sua immagine a quella di Frau Angela per poter essere davvero definito un suo credibile erede.

Si sfalda l’asse Monaco-Berlino

Soprattutto, Laschet non è riuscito a saldare appieno l’alleanza con il partner bavarese della Cdu, la Csu guidata da Markus Soder che ha coltivato a lungo ambizioni di conquista della carica di candidato cancelliere per l’Unione e ha in seguito mostrato un tiepido sostegno al governatore del Nord Reno-Vestfalia, giudicato insoddisfacente dagli elettori cristiano democratici. Nella notte elettorale tedesca, il risultato della Baviera segnala che Soder non è riuscito appieno a sfuggire dall’ondata di disaffezione che ha colpito il partito nazionale: la Csu si è fermata al 31,7% nel voto per il Bundestag nello Stato Libero. Un risultato inferiore di 7,1 punti percentuali rispetto alle ultime elezioni del Bundestag di quattro anni fa. Markus Söder sembra anche aver identificato negli Elettori Liberi i responsabili di questa emorragia di voti e di Laschet, ritenuto troppo liberal per la base conservatrice del partito, la causa di una critica alla coalizione che ha portato alla fuoriuscita di elettori anche in direzione dei Liberali (Fdp), saldamente sopra l’11% e in lizza per un ruolo in future coalizioni di governo.

Laddove la Merkel prometteva pragmatismo, moderazione e coesione Laschet ha fatto flop. La Cdu ha subito fuoriuscite dal suo blocco elettorale tradizionale, radicato nella classe media, nell’elettorato femminile, nelle persone seguaci di confessioni religiose cristiane e nel mondo della piccola-media impresa (Mittelstand) tanto verso destra, in direzione di Liberali e Elettori Liberi, quanto verso sinistra, con Scholz che ha pescato con abilità nel mondo moderato che cercava una figura capace di seguire le orme della Cancelliera. E il fatto che anche Soder si sia fatto colpire a metà del guado, ritenuto responsabile politicamente di aver sostenuto il via libera alla candidatura Laschet ma anche ridimensionato proprio dalla rinuncia alle ambizioni da cancelliere, segnala come le problematiche che a lungo la Merkel ha tenuto sopite riguardino anche il compromesso che regge l’Unione. L’asse tra Monaco e Berlino alla base dell’alleanza Cdu-Csu che poggia sulla complementarietà tra le due anime della Germania che la Merkel ha saputo interpretare e Laschet ha completamente trascurato.

Finendo a inseguire ovunque gli altri partiti (la Spd sui piani di stimolo all’economia, i Verdi sull’ambiente, Fdp sulle scelte per il post-pandemia) senza dare abbastanza peso alla necessità di trovare equilibrio tra i conservatori bavaresi e i moderati del resto della Germania. Con il risultato finale di indebolire l’Unione nel suo complesso. E anche se alla fine la Cdu dovesse spuntare la conquista della Cancelleria per il post-Merkel, Laschet o chi si sostituirà a lui dovrà ricostruire alla base un compromesso politico e sociale che ha retto a lungo il partito che più di tutti ha fatto la Germania e l’Europa. Un compito non semplice, con il pesante paragone di Angela Merkel che graverà sulle spalle di qualunque politico si impegnerà in questo compito.