2023: un anno preciso rappresenta l’ossessione di Recep Tayyip Erdogan, l’obiettivo di lungo termine di tutta la parabola politica del “Sultano” di Ankara, deciso ad arrivare all’appuntamento col centenario della nascita della Repubblica di Turchia saldamente attestato al comando, in modo tale da potersi mettere in diretto collegamento con il fondatore del moderno Stato turco, Mustafa Kemal Ataturk.Il 16 aprile 2017 il presidente turco combatterà la madre di tutte le sue battaglie politiche: quel giorno, infatti, i cittadini turchi saranno chiamati alle urne per votare il progetto di riforma costituzionale, varato dalla formazione politica di Erdogan, il Partito Libertà e Giustizia (Akp) e supportato dall’opposizione del Partito del Movimento Nazionalista (Mhp), che prevede la transizione della Turchia dal sistema parlamentare a un sistema presidenziale fortemente centralizzato, come de facto si sta già strutturando la Turchia a partire dall’elezione del “Sultano” alla massima carica dello Stato nel 2014.Il progressivo processo di occupazione dello Stato da parte di Erdogan e dei suoi sodali dell’Akp, infatti, è sempre proseguito sulla scia dell’erosione delle prerogative detenute dai grandi apparati laici delle istituzioni turche, in primis i vertici della magistratura e delle forze armate che hanno subito decise purghe dopo il fallito golpe del luglio 2016, e nella proiezione geopolitica delle pulsioni nazionalistiche turche, materializzatisi principalmente in occasione dei disastrosi interventi turchi nella crisi siriana. Erdogan ha sfruttato a suo favore numerose singolarità della Costituzione redatta sotto la supervisione dei militari golpisti nel 1982, prima fra tutte l’elevatissima soglia di sbarramento del 10% per l’ingresso dei partiti in Parlamento, la più alta al mondo, ma al tempo stesso ha sempre voluto proporsi come elemento di rottura col passato mirando, in diversi casi, a sopravanzare Ataturk piuttosto che ad affiancarlo. Kemalismo contro erdoganismo, le città della costa egea e la società civile di Istanbul contro le roccaforti tradizionaliste della Turchia profonda nelle quali si toccano in maniera tangibile tanto i frutti della crescita economica quanto la ramificazione della leadership dell’Akp: le azzardate strategie e le giravolte di Erdogan non si possono comprendere se non si tiene conto della fiducia che il leader ha sempre riposto nello zoccolo duro dei suoi sostenitori, ma che ora sembra essere messa in discussione dalla scelta di legare i destini politici della riforma all’alleanza tra l’Akp e i principali alfieri del kemalismo.Nella realtà, infatti, quello di Erdogan è un sultanato dai piedi d’argilla: a minarne la tenuta concorrono principalmente le destabilizzanti conseguenze della politica estera neo-ottomana portata avanti da Erdogan e dal suo ex delfino Ahmed Davutoglu, ministro degli Esteri e capo del governo prima del siluramento avvenuto nel maggio 2016, e la catena di attentati ad opera dell’Isis e del Pkk che testimoniano l’indebolimento della presa del governo di Erdogan sugli avvenimenti. L’asse con il Mhp appare il preludio a un’ulteriore radicalizzazione delle posizioni del presidente, che già nelle elezioni del novembre 2015 aveva presentato una piattaforma fortemente nazionalistica per erodere i consensi dei suoi futuri alleati e conquistare la maggioranza assoluta. Ad unire le due formazioni, allo stato attuale delle cose, è la percezione della realtà circostante come una fonte continua di minacce per la Turchia: minacce che nella concezione di Erdogan possono declinarsi, nei curdi del Pkk, del partito Hdp e del Rojava siriano o nel presunto “Stato profondo” e nel movimento Hizmet di Fetullah Gulen ma alla cui elaborazione il “Sultano” stesso ha contribuito non poco con scelte politiche a dir poco azzardato nel corso della sua esperienza di governo.La Turchia che si appresta a recarsi alle urne, dunque, vive uno stato d’emergenza permanente a cui le forze di governo si ripropongono di porre termine instaurando un nuovo ordine politico in grado di portare ordine e una nuova fase di progresso. Le prospettive sono decisamente poco incoraggianti: sarebbe il caso di chiedersi se la marcia di Erdogan verso l’appuntamento con la storia sia destinata realizzarsi non come la parata trionfale sognata dal Presidente ma come una sfiancante corsa a ostacoli.

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