La visita alla Casa Bianca del primo ministro indiano Narendra Modi dello scorso 26 giugno ha offerto al presidente statunitense Donald Trump la possibilità di incontrare per la prima volta un importante alleato strategico di Washington nello scenario cruciale dell’Asia meridionale. Entrambi i leader erano ampiamente interessati al summit, dato che da un lato Modi aveva interesse, nel corso della sua quinta visita in terra statunitense negli ultimi tre anni, a ribadire di fronte al nuovo presidente la centralità accordata dall’India agli Stati Uniti nel suo sistema di alleanze e dall’altro Trump ha potuto condurre approfondite discussioni volte ad approfondire il dialogo impostato da Modi con il Segretario alla Difesa Mattis nel corso di un recente viaggio a Singapore e a orientare verso Nuova Delhi la politica asiatica di Washington.

Nell’ottica della nuova amministrazione, infatti, l’India è destinata a sostituire il sempre più sfuggente Pakistan quale principale partner di riferimento sotto il profilo strategico-militare: nel corso del 2016, l’India è stata investita da Washington dell’importante titolo di major defense partner e autorizzata, di conseguenza, ad acquistare sistemi d’arma statunitensi di elevata sofisticatezza tecnologica, principalmente nei comparti strategici dell’aeronautica e della marina. Tale questione acquisisce ulteriore rilevanza se inserita nel quadro geopolitico dell’area indopacifica, nel quale l’India vive una contrastante e accesa relazione con la Cina, al cui interno si sovrappongono tanto elementi di convergenza sul piano commerciale quanto numerosi elementi d’attrito su questioni di più ampio interesse strategico. Il confronto militare è uno di questi: India e Cina portano avanti da tempo una “corsa alle armi” navale per implementare la loro operatività sulle acque oceaniche che sono teatro dei loro principali traffici commerciali e rotta fondamentale di approvvigionamento energetico, e sulla loro rivalità si innesta la volontà di Washington di preservare la supremazia navale evitando l’inserimento della People’s Libération Army Navy (PLAN) nelle acque dell’Oceano Pacifico occidentale.

Per questo motivo, nelle alte sfere di Washington sta prendendo piede l’idea, riportata da Bimal Sareen del The Diplomat, di procedere alla cessione di una delle portaerei di squadra destinate ad essere ritirate dal servizio all’India, in modo tale da saldare i legami con l’importante potenza asiatica e, al contempo, generare un indotto per l’industria degli armamenti americana grazie alla commissione di aerei imbarcabili, sistemi di difesa, dispositivi elettronici ecc. Sostenendo in maniera tanto palese l’India, inoltre, gli Stati Uniti valorizzerebbero il suo ruolo di pivot strategico anticinese e garantirebbero una maggiore profondità operativa alla sua strategia di attrito con i progetti geopolitici cinesi fondata principalmente sull’opposizione di Nuova Delhi alla Belt and Road InitativeL’India ha esplicitamente dichiarato la sua contrarietà all’implementazione della “Nuova Via della Seta” e a un prolungamento sul suo territorio del China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), boicottando l’importante Belt and Road Forum di Pechino del mese di maggio, mentre al contempo Washington ha espresso il suo interesse per l’ampio progetto cinese mantenendo al contempo un elevato riserbo e una considerevole dose di freddezza: la “Nuova Via della Seta”, focalizzata sulla connettività euroasiatica e sul rilancio dello sviluppo infrastrutturale nello scacchiere indopacifico, è percepita come una potenziale minaccia alla supremazia geopolitica degli Stati Uniti. 

Nel comunicato finale rilasciato dopo il loro incontro, Trump e Modi hanno indirettamente affrontato la questione della Belt and Road Initiative dichiarando che Stati Uniti e India “sostengono l’incentivazione della connettività economica regionale attraverso lo sviluppo trasparente delle infrastrutture e l’utilizzo di pratiche di finanziamento responsabili, rispettando al tempo stesso la sovranità e l’integrità territoriale, la rule of law e l’ambiente”. In tale dichiarazione si legge, non eccessivamente velato, un messaggio alla Cina e alla sua strategia di progettazione, fondata sul controllo governativo sugli investimenti strategici e su una multiforme varietà di fonti di finanziamento, mentre al tempo stesso la questione concernente “la sovranità e l’integrità territoriale” testimoniano la comunanza di vedute di Washington e Nuova Delhi circa la questione delle regioni contese del Kashmir,  rivendicate completamente dall’India come parte integrante del suo territorio ma al tempo stesso oggetto dell’interesse del Pakistan. La scelta di Islamabad di permettere il passaggio delle infrastrutture del CPEC nella porzione di Kashmir occupato dalle forze armate pakistane ha portato a forti rimostranze da parte del governo indiano, al cui fianco ora si schierano apertamente gli Stati Uniti: Trump gioca la carta indiana per garantirsi un’importante punto di appoggio sul suolo asiatico, e sul lungo termine la tendenza per Nuova Delhi sarà una sempre crescente conflittualità tra la convenienza dell’alleanza con Washington e il richiamo euroasiatico, che potrebbe diventare sempre più conveniente mano a mano che lo sviluppo infrastrutturale aprirà nuove possibilità per gli scambi politici ed economici interregionali.

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