Joe Biden avrebbe scelto il “suo uomo” in Israele. Si tratterebbe di Tom Nides, amministratore delegato e vicepresidente di Morgan Stanley, ex vicesegretario di Stato per la Gestione e le Risorse sotto Hillary Clinton dal 2011 al 2013. Sulla sua nomina si vociferava da tempo e, sebbene non sia giunta ancora la presentazione ufficiale da parte della Casa Bianca, avere un ambasciatore in Israele è diventato ormai una priorità assoluta per l’amministrazione americana dopo la drôle de guerre che per undici giorni ha riportato il Medio Oriente nel caos. La nomina sarà annunciata dalla Casa Bianca nelle prossime settimane e dovrà poi essere approvata dal Senato, sebbene non sia prevista alcuna opposizione di rilievo, vista la condizione numerica dei Repubblicani al Congresso.

Una nomina lungamente attesa

A dare conferma alle voci che si rincorrevano da giorni, l’emittente Nbc News che, citando fonti dell’amministrazione Biden e della Casa Bianca, conferma quanto anticipato dal quotidiano israeliano Jerusalem Post. Secondo queste prime notizie trapelate, Biden avrebbe già offerto l’incarico a Nides, sebbene la nomina non sia ancora ufficiale. La notizia giunge nelle stesse ore in cui il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, è in visita in Israele e in Cisgiordania per sigillare la tregua a Gaza.

Con questa scelta, Biden porrebbe fine a un temporeggiamento durato mesi e che ha viziato il rapporto tra i due Paesi storicamente alleati, in una fase molto critica per il governo israeliano. Un’ambasciata che scotta, quella in Israele, spesso affidata a un diplomatico di carriera: l’ultimo ad aver ricoperto l’incarico, durante l’era Trump, era stato David Friedman, non un esperto della questione mediorientale ma in possesso di numerosi agganci e contatti nel Paese. Nelle ultime settimane, oltre al nome di Nides, era circolato anche quello dell’ex congressaman Robert Wexler, figura chiave nella comunità ebraica statunitense, impegnato da tutta la vita nei confronti delle questioni del Medio Oriente. A sostenerlo, una manciata di esponenti democratici, tra cui Ted Deutch, Debbie Wasserman Schultz, Jerry Nadler e il senatore Bernie Sanders.

Il cursus honorum del nuovo ambasciatore

Nato nel 1961 da una famiglia ebrea a Duluth, Minnesota, Nides è amministratore delegato e vicepresidente di Morgan Stanley e ha prestato servizio in diversi istituti finanziari, tra cui Credit Suisse e Burson-Marsteller prima di approdare ad altri incarichi governativi. Dopo aver lavorato alla campagna presidenziale di Walter Mondale del 1984, Nides ha lanciato la sua carriera a Washington nel 1986 lavorando con Tony Coelho, democratico alla Camera. Durante l’amministrazione Clinton, ha servito come capo del personale del rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti Mickey Kantor.

Fu poi Barack Obama a nominarlo nel 2010 come vicesegretario di Stato per la Gestione e le Risorse. Nides ha avviato rapporti costruttivi con diversi funzionari israeliani e ha svolto un ruolo chiave nell’approvazione da parte dell’amministrazione Obama di un’estensione delle garanzie sui prestiti per Israele del valore di miliardi di dollari. Ma soprattutto, ha anche contribuito a portare avanti la politica di Obama contro gli sforzi del Congresso per limitare il sostegno degli Stati Uniti all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa) e all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco).

Ma è nel 2012 che l’operato di Nides si lega saldamente alle vicende mediorientali: era sua la firma su una lettera alla Commissione per gli stanziamenti del Senato, nella quale si argomentava contro la legislazione che cercava di distinguere tra i palestinesi sfollati dalla creazione di Israele nel 1948 e quei rifugiati loro discendenti, riducendo il numero di rifugiati da 5 milioni a soli 30.000. All’epoca Nides bollò quell’aspetto della legislazione come colpevole di minare la capacità americana di agire come mediatore di pace, generando “una reazione negativa molto forte da parte dei palestinesi e dei nostri alleati nella regione, in particolare la Giordania”.

Sostenitore dell’espansione del ruolo del settore bancario nella lotta al cambiamento climatico, una questione chiave per questa amministrazione, al Dipartimento di Stato è stato anche associato a episodi controversi, tra cui il ritiro nel 2011 delle truppe statunitensi in Iraq, ora considerato prematuro da molti esperti. Nides è anche membro del consiglio di molte organizzazioni non profit, tra cui l’Atlantic Council, l’International Rescue Committee, la Partnership for Public Service, la Urban Alliance Foundation, il Council on Foreign Relations e il Woodrow Wilson Center.

Un ruolo (adesso) scomodo

La nuova politica americana in Medio Oriente, ancora in fase di (ri)definizione, ha generato direttamente le lungaggini di questa nomina chiave. Gli Stati Uniti affrontano non solo la complessa eredità di Trump, ma ora si trovano a dover conciliare un lento disimpegno in Medio Oriente, i cui strascichi sono avvertiti in Israele come in Arabia Saudita, con le nuove sfide che vengono da Russia e Cina, la lotta alla pandemia e la sicurezza dell’indo-pacifico. L’uomo nuovo di Washington dovrà dare forma e sostanza a questo cambio di passo dell’amministrazione, cercando al tempo stesso di conservare anche un ruolo di arbitro nella vicenda israelo-palestinese.

Nelle settimane successive all’inaugurazione di Biden, le autorità israeliane avevano manifestato le proprie doléances al neopresidente, reo di temporeggiare nella nomina del inviato, ma soprattutto nel prendere contatti con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ravvisando in ciò una scelta di campo precisa, presagio di un rapporto più freddo tra i due stretti alleati. La tanto agoniata telefonata poi giunse circa quattro settimane dopo il suo giuramento, un lasso di tempo utile per consultare i principali alleati europei e pesare, nel frattempo, la scelta del rilancio del nucleare iraniano.

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