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Le prospettive di un altro vertice tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord entro quest’anno si sono ulteriormente attenuate venerdì, quando la sorella del leader nordcoreano, Kim Yo-jong, ha espresso dubbi in merito a questa possibilità e ha fatto sapere che Pyongyang sta “guardando oltre le elezioni statunitensi di novembre”.

Come veniamo a sapere dall’agenzia stampa sudcoreana Yonhap, Kim Yo-jong ha affermato che un altro vertice tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e Kim Jong-un non è né necessario né utile se Washington non dimostra “un cambiamento decisivo” nella posizione negoziale.

La sorella del leader a capo del regime di Pyongyang, che sta dimostrando di aver acquistato sempre più peso politico all’interno dell’apparato statale nordcoreano, ha però lasciato uno spiraglio per quanto riguarda la questione nucleare nella sua enigmatica dichiarazione dove ha anche chiesto agli Stati Uniti di fare “passi importanti simultanei e irreversibili” e abbandonare la “politica ostile” verso il regime comunista.

La dichiarazione di Kim Yo-jong arriva dopo che Trump si è mostrato possibilista verso un altro vertice e il segretario di Stato Mike Pompeo ha dichiarato che gli Stati Uniti sono “molto fiduciosi” sul continuare il dialogo con Pyongyang.

“Sono del parere che i colloqui al vertice tra Corea del Nord e Usa non siano necessari quest’anno e nemmeno più in là, e, da parte nostra, non è vantaggioso a meno che gli Stati Uniti non mostrino un cambiamento decisivo nella loro posizione”, ha affermato Kim Yo-jong accusando Washington di provare a usare le trattative per “guadagnare tempo e prevenire disastri politici”. Ha poi aggiunto che “inoltre, penso che non dovremmo accettare un’offerta di colloqui al vertice quest’anno, non importa quanto gli Stati Uniti lo vogliano” ma un segnale positivo riguardante la possibilità di accordi sul nucleare arriva quando la sorella del dittatore dice che “vorremmo chiarire che non significa necessariamente che la denuclearizzazione non sia possibile. Ma ciò che intendiamo è che non è possibile in questo momento”.

Le parole che sembrano chiudere qualsiasi possibilità di dialogo tra Stati Uniti e Corea del Nord sono il frutto della campagna elettorale americana, i cui venti arrivano sino a Pyongyang. È la stessa Kim a ricordarci che “i sentimenti personali del compagno presidente (Kim) nei confronti del presidente Trump sono senza dubbio buoni e solidi, ma il nostro governo non dovrebbe adeguare le sue tattiche sugli Stati Uniti e legare il nostro programma nucleare a seconda delle relazioni con il presidente americano”. Anche a Pyongyang, infatti, si guarda con estremo interesse a quanto sta accadendo negli Usa e alla popolarità di Trump, che viene percepita come in discesa, pertanto vige incertezza su chi sarà il prossimo interlocutore alla Casa Bianca dopo le elezioni di novembre, e quinsi si è scelto di non tornare al tavolo delle trattative sia per evitare di essere strumentalizzati dalla campagna elettorale presidenziale, sia per “guardare oltre” e riaprire futuri canali diplomatici con un’eventuale nuova amministrazione.

Nonostante lo spiraglio aperto da Kim Yo-jong in merito a possibili trattative immediate sul nucleare, la sorella del leader nordcoreano non ha dimenticato di sottolineare quella che è la politica di Pyongyang. Quando dice “credo che il tema precedente dei negoziati Corea del Nord – Usa, cioè ‘ misure di denuclearizzazione contro revoca delle sanzioni’, dovrebbe essere cambiato in una formula ‘cessazione delle ostilità contro ripresa dei negoziati'” sta infatti riaffermando il principio che ha caratterizzato la posizione della Corea del Nord in più di due anni di colloqui (fallimentari): la denuclearizzazione è possibile solo dopo che sarà posto termine al regime sanzionatorio e pertanto, come nella più classica delle tradizioni nordcoreane, la ripresa delle ostilità, che per il momento sono limitate alla vicina Corea del Sud, è funzionale per il ritorno al tavolo delle trattative.

Fare progressi nei colloqui sul nucleare con gli Stati Uniti per ottenere la fine delle sanzioni economiche è al centro dell’agenda politica della Corea del Nord, in quanto la paura è che il malcontento popolare possa esplodere e sgretolare la legittimità del regime nordcoreano. Risulta però improbabile che la Casa Bianca possa scendere a compromessi in questo senso in quanto il presidente Trump sa bene che provocherebbe un contraccolpo politico interno prima delle elezioni fornendo armi all’opposizione, non solo esterna al partito, motivo per cui è ragionevole pensare che la situazione verrà ulteriormente cristallizzata sino alle elezioni, nonostante i segnali provenienti da Pyongyang che indicano la ripresa dei programma nucleare e di quello missilistico.

Sullo sfondo di questa vicenda appare curioso un comunicato apparso su Xinhua, il media di Stato cinese, che ricorda la lunga amicizia tra Pechino e Pyongyang, dove tra i vari passaggi storici viene citato il trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza firmato l’11 luglio del 1961. All’infuori della retorica propagandistica, il Politburo cinese sembra voler ricordare agli Stati Uniti, ma anche a Kim Jong-un, che sono loro i veri amici e alleati della Corea del Nord, e che quindi devono guardare a Pechino per risolvere le questioni di diplomazia internazionale come quella sulla denuclearizzazione della penisola coreana.

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