Tra le tappe che hanno contraddistinto l’ascesa di Xi Jinping a dominus della Repubblica Popolare Cinese il controllo sugli apparati militari è stato un passaggio fondamentale. Già nel mese di settembre, prima della consacrazione di Xi Jinping al Congresso del Partito Comunista, scrivevamo come tale processo fondamentale fosse finalizzata all’accentramento del controllo delle Forze Armate nelle mani del Presidente-Segretario, depositario del ruolo di comandante in capo.

Obiettivo finale, conseguire, come scritto da You Ji su Limes di febbraio 2017 “la profonda modifica della catena di comando […] con la creazione di uno Stato Maggiore supremo presieduto dallo stesso Xi” e subordinato alla Commissione Militare Centrale: in questo lungo percorso, il leader di Pechino ha progressivamente esautorato gli esponenti della vecchia guardia militare, che ora devono constatare gli enormi varchi apertisi nelle loro file nel corso del primo quinquennio dell’era Xi.

La caduta dei generali e il consolidamento dell’esercito di Xi Jinping

La riforma che prevede di snellire le dimensioni e la capacità operativa dell’apparato militare cinese è passata, oltre che per una diminuzione del numero di componenti dei ranghi, anche per una razionalizzazione della catena di comando risultata invisa a numerosi generali ed ammiragli. La sovrapposizione tra lotta tra fazioni di potere e la guerra alla corruzione scatenata da Xi Jinping entro il Partito hanno investito l’Esercito di Liberazione Popolare.

Guido Santevecchi ha infatti riportato sul Corriere della Sera il comunicato dell’agenzia Xinhua che segnalava le dimensioni della campagna: “Dal 2012, sotto la guida del compagno Xi oltre 100 alti ufficiali a livello di comandante di corpo o superiore sono stati puniti: un numero superiore a quello dei generali caduti sul campo di battaglia durante le guerre rivoluzionarie”. La “Nuova Era” cinese targata Xi cresce anche sulle macerie di un vecchio ordine a cui fin troppi leader militari si sono dimostrati intrinseci.

Le vittime eccellenti tra i nemici di Xi Jinping

Arresti, destituzioni, incriminazioni, suicidi: le carriere dei “grandi” decaduti delle Forze Armate cinesi sono state interrotte nelle maniere più diversificate. 

Guo Boxiong, ex vicepresidente della Commissione Militare Centrale, è stato il primo “cadavere eccellente” della campagna anticorruzione: destituito nel 2015, ha ricevuto una condanna all’ergastolo nel luglio 2016, mentre attualmente la tempesta è arrivata a colpire il potente Fang Fenghui, dello Stato Maggiore congiunto, che è ritenuto essere il principale fautore della resistenza a oltranza contro la campagna anticorruzione nell’apparato militare. Don Tse ha riportato su The Diplomat che Fang è vicino al gruppo politico dell’anziano ex Presidente Jiang Zemin, tra i principali avversari di Xi Jinping in seno al Partito Comunista.

Fang, che ha accompagnato Xi nella sua prima visita alla corte di Donald J. Trump, è risultato essere caduto in disgrazia ad agosto ed esser stato destituito per malversazione; la sua caduta potrebbe essere in qualche modo connessa alle voci di presunte manovre preparatorie per un golpe militare, che la vicinanza a una fazione di potere avversa al gruppo dominante avrebbero ulteriormente amplificato.

Il misterioso suicidio di Zhang Yang

Il caso più complesso è quello che ha visto coinvolto Zhang Yang, Generale dell’Esercito Popolare di Liberazione suicidatosi il 25 novembre scorso: il Partito Comunista ha dichiarato che le motivazioni del gesto estremo di Zhang sono da ricondursi alla consapevolezza di aver infranto il regolamento e le leggi anticorruzione ma sicuramente, oltre agli indubbi legami di Zhang con Guo Boxiong, non è stata solamente la campagna contro i reati economici ad averlo portato al suicidio.

Il silenzio totale dimostrato dagli alti vertici delle Forze Armate di fronte al caso Zhang è infatti emblematico: emblematico del nuovo clima venutosi a instaurare nei loro livelli superiori, ove oramai il controllo politico è ferreo, ma anche dell’omologazione forzata a cui sono stati costretti i generali rimanenti, che al rischio di dover mettere in discussione le carriere o la vita stessa hanno preferito l’appiattimento di fronte a un potere politico arrembante.

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