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2009, 2013, 2016. Tre anni simbolo che segnano tre momenti completamente diversi della storia recente del Paese. Così sintetizzati da altrettante copertine dal settimanale inglese The Economist: «Il Brasile decolla», «come il Brasile ha rovinato tutto?», «il Brasile nel pantano».Sette anni separano il momento in cui del Paese sudamericano si parlava come di un gigante, destinato a crescere ulteriormente, da quello nel quale si è scoperto piccolo, confuso, con l’economia al collasso e in preda a un’isteria politico-istituzionale che ha portato alla messa in stato di accusa della presidente Dilma Rousseff. Sette anni nei quali il Brasile del boom, simbolo di una sinistra divenuta modello in tutto il mondo, è tornato un paese piccolo, confuso, immaturo, assolutamente non all’altezza di quel ruolo internazionale cui l’ex presidente Luiz Ignacio «Lula» da Silva ambiva quando le casse dello stato erano gonfie e le sue politiche apprezzate. Ora il bilancio è impietosoPer approfondire: Reportage dal Brasile«I governi del Pt hanno lasciato undici milioni di disoccupati, un milione e 800mila imprese chiuse, fatto tornare in condizioni di indigenza tre milioni di famiglie, e il partito è coinvolto nel maggior scandalo di corruzione del Paese», sintetizza il giovane Kim Kataguiri, leader del Movimento Brasile Libero, anima delle manifestazioni anti-governative. La rapida decadenza del Brasile ha varie spiegazioni: sociali, economiche e politiche. Avvantaggiandosi degli effetti di alcune riforme del precedente governo, Lula era stato in grado soprattutto nel suo primo mandato di sfruttare al meglio la contingenza economica internazionale per far impennare il Pil. Le entrate copiose avevano reso possibili e sostenibili, soprattutto all’inizio, quelle politiche di sinistra che lo hanno reso il paladino della redistribuzione equa della ricchezza.Lula, primo presidente di sinistra e non proveniente dagli ambienti della ricca bianca élite dominante, aveva rappresentato così uno dei maggiori elementi di discontinuità in 500 anni di storia brasiliana. Addirittura i brasiliani avevano «perdonato» a lui e al suo Pt anche uno scandalo di corruzione sfacciato come il mensalão, che nel 2005 aveva travolto partito e governo. L’economia cresceva alla media di oltre il 4% all’anno, il Brasile usciva dalla marginalità e questo metteva in secondo piano la polemica. Nel periodo di boom economico dei due governi Lula, il passaggio dei poveri da indigenti a consumatori aveva fatto sorridere anche le classi economiche dominanti, politicamente liberali e contrarie all’assistenzialismo «lulista». Avere destinato ingenti risorse a quei settori della società non è stato più perdonato ai governi del Pt quando il Pil è crollato. «Gli indici sono tornati al livello del 2010. La flessione che si è avuta nel 2015 e quella attesa per il 2016 ha annullato la crescita avvenuta tra il 2011 e il 2014 – afferma Marcos Pazzini, responsabile di uno studio realizzato dall’Ipc – la perdita di consumi raggiunge i 470 miliardi di dollari».«Una delle differenze rispetto al passato è che ora i brasiliani hanno una sensazione di perdita anche maggiore» afferma Renato Meirelles, dell’instituto Data Popular. «Per quattro anni tra il 2011 e il 2014 il tasso di crescita dei consumi è stata superiore alla crescita del pil. Nel 2015 il pil è crollato del 3,8 e i consumi del 4%». Per questo oggi i conservatori sono sul piede di guerra. Ma non solo: «Smettiamola col dire che solo l’élite partecipa alle manifestazioni contro il governo. Sono nero, povero e sto chiedendo anche io l’uscita di Dilma – ha dichiarato il giovane Fernando Silva nel corso di una protesta – c’è quest’idea che solo i ricchi la vogliono fuori. Non è vero, molti poveri lo vogliono. Il popolo lo vuole».Che la crisi brasiliana investa tutti è evidente. Il Pil del Paese, cresciuto di tre volte e mezzo in oltre un decennio, ha iniziato a registrare una seria contrazione però nel biennio 2012-13, fino a segnare il -3,8% del 2015. Nel periodo florido ci si è concentrati sugli indici «quantitativi» come il Pil. Pochissimi hanno analizzato a fondo i dati «qualitativi». La scoperta di quanto il gigante avesse i piedi d’argilla è stata una sorpresa. Molto di questa crisi si spiega con la diminuita domanda e con il calo dei prezzi delle commodities sulle cui esportazioni il Brasile ha fondato la crescita: carbone, ferro, soia e soprattutto petrolio. Ma non solo. Le cause sono da ricercare anche nella mancanza di visione di prospettiva in merito alle riforme da realizzare per rendere il Brasile più solido, soprattutto da parte di Lula; e nell’incapacità in politica economica mostrata dal governo di Dilma Rousseff. Si è pensato molto all’oggi, alle elezioni successive e ai consensi, poco al futuro. I governi Rousseff non hanno saputo sfruttare l’onda lunga della crescita e non hanno destinato budget seri a quelle che erano e restano le carenze più gravi del Paese: politica industriale, infrastrutture e competitività.Produrre in Brasile costa tanto. Pesanti le tasse sulle imprese e i ritardi sui trasporti che danneggiano il valore dei prodotti. Senza dimenticare la burocrazia, inefficiente e «rallentata» dalla corruzione. Manca un assetto industriale moderno e il peso dell’industria brasiliana è il 25% del Pil. I tassi di interesse tra i più alti al mondo non aiutano certo investimenti e innovazione. A fronte del 36% di imposizione fiscale si destina solo il 2% agli investimenti. La sanità pubblica è rimasta quindi agli standard del terzo mondo. Poco si è investito per migliorare la situazione dell’istruzione che resta carente e poco equa. La piena occupazione e l’accresciuto numero di consumatori ha favorito inoltre il credito al consumo. Il risultato è che ora un quarto dei brasiliani è indebitato fino al collo e banche e finanziarie sono molto esposte. A questo si uniscono i buchi di bilancio della federazione, dei moltissimi Stati (alcuni prossimi al default) e delle aziende statali. Il tutto in un momento di recessione, con la disoccupazione in aumento vertiginoso e l’inflazione fuori controllo.Sin dal periodo a cavallo tra la fine del primo mandato e il secondo mandato di Dilma, le opposizioni hanno avviato una campagna mediatica contro la presidentessa, chiedendone le dimissioni o l’impeachment. Soprattutto a causa del disastro economico e dell’incapacità di dare risposte alla crisi. Quando però l’inchiesta sul giro di tangenti alla Petrobras è deflagrata, il tema centrale degli attacchi è divenuto quello della corruzione. Le indagini hanno travolto tutti i partiti: l’alleato Pmdb come il Pt di Dilma e Lula. Mai però il nome della presidentessa è venuto fuori. L’accusa che ha motivato l’impeachment, è stata alla fine la bocciatura da parte della Corte dei conti del bilancio per irregolarità (prestiti chiesti alle banche e senza approvazione del parlamento per mascherare buchi). «Un pretesto politico per liberarsi di un presidente impopolare», ha scritto The Economist.La questione giuridico-istituzionale intorno all’impeachment, maschera la voglia di un ampio settore della società brasiliana di mettere fine all’esperienza dei governi di sinistra. Una partita nella quale l’opportunismo politico del Pmdb è stato padrone. Nonostante il partito sia infatti il più colpito dagli scandali, è riuscito a ordire una trama politica in grado di liquidare la «presidenta». D’altronde, se la Rousseff non si fosse alleata con il Pmdb e gli altri partiti di centrodestra non avrebbe conquistato la presidenza. Dopo l’allontanamento di Dilma, nel nuovo governo sono finiti anche i partiti di opposizione sconfitti alle elezioni. Il cambio della ricetta economica in chiave neo-liberale è evidente. Ma il Brasile sarà in grado di tornare grande o l’instabilità e il caos continueranno a dominare?

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