I partiti dell’opposizione e le forze armate hanno vinto: il presidente Evo Morales ha rassegnato le dimissioni ed è fuggito in Messico, dove ha ottenuto asilo politico, evitando di cadere vittima di un rovesciamento potenzialmente violento – alla luce del coinvolgimento dell’esercito.

La Bolivia è l’ultimo Paese dell’America latina ad essere colpito da instabilità e tentativi di cambi di regime e ciò che sta accadendo è intrinsecamente legato agli eventi in corso in Venezuela e Nicaragua. Seguendo attentamente gli affari regionali, da diversi mesi era intuibile che il focus dell’agenda latinoamericana dell’amministrazione Trump, basato essenzialmente sulla lotta a quel che l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton aveva ribattezzato la “troika della tirannia“, composto da Managua, Caracas e L’Avana, sarebbe stato allargato a La Paz.

Gli eventi dei mesi scorsi

La Bolivia aveva mantenuto un profilo inusualmente basso allo scoppio della crisi venezuelana, pur garantendo al governo di Nicolas Maduro il pieno supporto diplomatico ed economico. Il motivo della posizione defilata mantenuta dal presidente Morales, che insieme a Hugo Chavez è uno dei principali protagonisti della nuova sinistra rivoluzionaria ed anti americana degli anni 2000, era legato ad un timore legittimo: che la guerra dell’amministrazione Trump per la ri-egemonizzazione dell’America latina potesse estendersi dalla troika della tirannia alla Bolivia, poiché anch’essa guidata da un’agenda “anti-imperialista”, ricca di risorse strategiche gelosamente mantenute al riparo dagli interessi delle corporazioni internazionali, e in stretti rapporti con Iran e Russia.

L’8 agosto scorso l’amministrazione Trump pubblicava una lista di 20 Paesi accusati di non lottare efficacemente contro il traffico internazionale di sostanze stupefacenti e, di conseguenza, rappresentanti anche una fonte di pericolo per la salute pubblica nazionale. Fra questi Paesi, un’enfasi particolare veniva data a Bolivia e Venezuela, che venivano ufficialmente accusate di scarso impegno nella lotta al narcotraffico e presunte complicità.

Nello stesso documento, il governo statunitense si riservava la possibilità di internazionalizzare la propria agenda anti-droga, ossia estendendo oltre confine le proprie attività, e annunciava che la lotta per la ri-democratizzazione del cono sud sarebbe proseguita. Sebbene il nome citato fosse quello di Maduro, i numerosi passaggi dedicati all’accusa della Bolivia erano un segnale d’allarme.

All’indomani della pubblicazione dei risultati elettorali, che avevano sancito la vittoria di Morales di circa 11 punti percentuali sul candidato rivale Carlos Mesa, il Paese era caduto in un vortice di instabilità per via di proteste massive guidate dai partiti d’opposizione, mentre gli Stati Uniti e l’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) esprimevano dubbi sulla trasparenza del conteggio, suggerendo un ritorno alle urne.

Mesa aveva cavalcato l’onda della rivolta, invitando i manifestanti alla “protesta permanente“, mentre Morales denunciava in un discorso alla nazione via televisione come la destra stesse lavorando in combutta con forze straniere per tentare un golpe.

A inizio novembre, mentre il bilancio dell’arresto civile saliva a tre morti, il Brasile sanciva l’inizio della delegittimazione, come già fatto durante la crisi venezuelana, annunciando di non riconoscere la vittoria di Morales. L’intensificazione delle manifestazioni è avvenuto di pari passo con il tradimento dell’apparato di sicurezza, dalle forze dell’ordine ai vertici delle forze armate, spingendo infine il presidente ad optare per la fuga.

Cosa succede adesso?

Venezuela e Nicaragua hanno resistito ai tentativi golpisti eterodiretti dagli Stati Uniti per via dell’intervento russo, mentre la rinnovata pressione economica su Cuba non ha finora prodotto i risultati politici preventivati in quanto sia la società civile che la classe politica sono abituate a vivere in condizioni di embargo sin dagli anni Sessanta. Anche nel caso cubano, comunque, la Russia sta giocando un ruolo importante in supporto al regime rivoluzionario, che pare destinato a tornare ai fasti dell’era sovietica nei prossimi anni.

Morales aveva legato il destino della Bolivia a quello della sinistra anti-imperialista latinoamericana del nuovo secolo, alleggerendo il peso dello strangolamento economico subito dall’asse Managua-L’Avana-Caracas, instaurando rapporti di qualità con il Brasile durante l’era Lula, e avvicinandosi significativamente anche al Vaticano con l’elezione al soglio pontificio di papa Francesco.

Adesso che l’accerchiamento alla troika della tirannia è completato, con l’ascesa di Jair Bolsonaro in Brasile e la caduta di Morales, per gli Stati Uniti sarà più semplice ri-estendere la propria egemonia sul subcontinente, anche alla luce dei profondi cambiamenti occorsi negli ultimi decenni – fra cui la protestantizzazione dei Paesi-chiave per gli equilibri regionali e la conseguente ricomparsa delle destre atlantiste a detrimento della sinistra, tradizionalmente appoggiata dai cattolici.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME