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Da tempo la Bulgaria evoca scenari da Guerra Fredda, intrighi, giochi di spie. Il Paese balcanico è stato ai tempi del conflitto bipolare uno degli epicentri della campagna spionistica condotta dal Patto di Varsavia, associato alle questioni più torbide che l’hanno segnata. Dal misterioso incidente di Enrico Berlinguer, invisio ai vertici dell’alleanza a guida sovietica del 1973 all’attentato a Giovanni Paolo II del 1981 la mano di spie bulgare o transitate dalle parti di Sofia in fatti che hanno coinvolto da vicino anche l’Italia è stata più volte ipotizzata. La fine della Guerra Fredda non ha reso Sofia, oggi membro dell’Unione Europea e della Nato, meno strategica.

E sempre lo spionaggio colora di noir le relazioni tra la Bulgaria e i Paesi intenti a confrontarsi sul territorio europeo e balcnico, Stati Uniti e Russia. Tra i quali il governo del premier Boyko Borisov, reduce dal recente e interlocutorio esito delle elezioni di aprile, si è con complessità destreggiato negli ultimi anni. Saldando una triangolazione che, estesa a Unione Europea e Turchia, ha al centro una materia prima strategica di cui Sofia vuole diventare hub: il gas naturale. Dai raccordi di TurkStream ai progetti complementari al Tap, passando per i piani promossi in sinergia con Serbia e Grecia, il premier bulgaro sta giocando su ogni tavolo per rafforzare il posizionamento del Paese come perno dei flussi dell’oro blu tra Mar Nero, Balcani ed Europa. Anche in Bulgaria però sono giunti i venti freddi della nuova “Guerra Fredda” che nella rivalità sul gas naturale ha uno sfogo non secondario.

Di fronte alle pressioni statunitensi sugli alleati europei per una maggiore sinergia in termini di contenimento politico della Russia e di fronte alla necessità di unire il pragmatismo degli affari, che la vede intenta a cercare sinergie col governo di Vladimir Putin, alla ricerca di un quieto vivere in un contesto regionale sempre più teso la Bulgaria ha recentemente seguito Paesi come l’Italia e la Repubblica Ceca nell’imposizione di un giro di vite contro le presunte reti spionistiche di Mosca nel suo territorio.

Dopo l’arresto di sei ufficiali accusati, nel marzo scorso, di aver passato segreti militari ai russi, un caso simile a quello italiano di Walter Biot, il governo di Sofia ha preso le mosse dalla scelta di Praga di espellere diplomatici e funzionari russi per il presunto coinvolgimento di Mosca in un’esplosione avvenuta a un deposito d’armi nel 2015 individuando un nesso con quattro casi analoghi avvenuti in Bulgaria dal 2011 al 2020. Episodi in cui a esser distrutti furono depositi di armi destinate all’export in Paesi rivali di Mosca: Ucraina e Georgia.

La Bulgaria ha annunciato l’espulsione di un diplomatico russo come risposta, per ora moderata, ai rilievi delle procure del Paese che avrebbero trovato conferma di quanto accaduto. “In un incontro con l’ambasciatore russo”, scrive Formiche, “il ministro degli Esteri Ekaterina Zakharieva ha invitato la Russia a cooperare pienamente con le indagini bulgare sugli attentati e sul tentato avvelenamento del trafficante di armi bulgaro Emilian Gebrev”. In questo contesto, si potrebbe pensare a un appoggio velato di Mosca ai movimenti più nazionalisti e russofili del Paese, che detengono però un consenso minoritario, tanto che il voto di aprile ha estromesso dal parlamento di Sofia il Movimento Nazionale Bulgaro, che nel 2017 ottenne una dozzina di seggi.

Più prosaicamente, la mossa di Sofia è una “pedina di scambio” con Washington per segnalare la buona volontà in termini di cooperazione dopo anni di autonomia da parte della Bulgaria sui fronti dei legami energetici e politici con la Russia. La moderatezza della risposta segnala che ad ora la Bulgaria non ha intenzione di passare pienamente all’atlantismo ferreo della Repubblica Ceca o dei Paesi baltici ma crea comunque un precedente. La Bulgaria, Paese in cui per decenni le spie di Mosca scorrazzavano indisturbate, è diventata pienamente contendibile.

E nella stessa spinta dei Paesi balcanici e centroeuropei a indagare contro le presunte manovre sospette della Russia sul loro territorio si può individuare il frutto di un’operazione politica funzionale a rafforzare il nuovo corso del contenimento di Washington nella regione. La domanda su come possano governi come quello di Sofia e quello di Praga aver avuto accesso, ad anni di distanza, a informazioni tanto compromettenti su fatti avvenuti sul loro territorio è legittima. “Com’è ovvio, nessuno può credere che le autorità della Repubblica Ceca e della Bulgaria abbiano ottenuto le prove delle malefatte russe (una serie di attentati a depositi di armi destinate alla Georgia e all’Ucraina) esattamente negli stessi giorni, molto tempo dopo i fatti”, dice a Inside Over il giornalista e analista geopolitico Fulvio Scaglione.

“E per di più”, aggiunge l’esperto di Russia ed ex vicedirettore di Famiglia Cristiana, è indicativo il fatto che ciò avvenga “nel piano di un’offensiva diplomatica internazionale che ha portato all’espulsione di un centinaio di diplomatici russi. È piuttosto evidente, invece, che questa recrudescenza è legata al cambio di amministrazione Usa e alla strategia di Joe Biden, che ha razionalmente scelto la Russia come nemico di riferimento (e di comodo: nessuno crede davvero che Mosca sia un pericolo per Washington), con l’obiettivo ultimo di riportare l’Europa in una salda orbita atlantista. Condizione necessaria per poi affrontare il vero avversario, cioè la Cina”.

La guerra delle spie ha un suo epicentro nei Balcani, vicino al Mar Nero che si fa sempre più caldo per via delle tensioni in Donbass e ai grandi progetti infrastrutturali per la partita energetica in corso. E si inserisce in un gioco geopolitico globale che rafforza il ruolo di regioni che vanno via via facendosi più strategiche e in cui l’attività di spionaggio e intelligence si intensifica. Da una parte e dall’altra. Il giro di vite contro le spie di Mosca rilancia la Bulgaria come crocevia di questa partita sotterranea in cui tutti spiano tutti. Ma troppi interessi comuni impediscono a Sofia di trasformare, per ora, la Russia in un nemico strategico a tutto tondo come le pressioni di Washington richiederebbero. E la guerra delle spie continuerà.