Uno dei tanti effetti collaterali della Brexit, quando e se si verificherà, potrebbe essere quello di provocare la fine del Regno Unito facilitando la secessione della Scozia. Questa regione, infatti, ha votato, nel referendum del 2016 sull’uscita dall’Unione Europea, al 62 per cento per rimanere all’interno dell’Unione andando, in questo modo, in netta controtendenza rispetto al voto espresso dall’Inghilterra. Anche l’Irlanda del Nord e la città di Londra, in realtà, avevano votato a favore del Remain ma, per motivazioni diverse, è improbabile che ciò possa portare ad una loro secessione. Nel caso di Belfast, infatti, qualunque mossa in tal senso sarebbe destinata a riaccendere la miccia della guerra civile tra cattolici e protestanti, portando alla fine degli Accordi del Venerdì Santo. Per quanto riguarda Londra, invece, motivi molto più pratici ed uno scarso sostegno popolare rendono quasi impraticabile la via dell’indipendenza sebbene, in realtà, la composizione sociale e la visione politica della capitale tenda a divergere sempre di più da quella del resto del Paese e di fatto Londra costituisce già un qualcosa di diverso rispetto al Regno Unito.

Il caso scozzese

La Scozia ha già tentato la via della secessione nel 2014, quando la consultazione referendaria promossa dai nazionalisti dello Scottish National Party, che godevano della maggioranza assoluta dei seggi nel Parlamento regionale, venne bocciata dal 55 per cento degli elettori. La Brexit, però, ha di certo contribuito a rimescolare le carte ed a creare un nuovo scombussolamento dalle parti di Edimburgo: la regione continua ad essere sotto lo stretto controllo dello Scottish National Party, ideologicamente di centro-sinistra e favorevoli alla secessione e si è inoltre espressa a larga maggioranza per continuare a far parte della famiglia europea. La prospettiva di una Brexit dura, che tagli molti legami con Bruxelles e che si è fatta più concreta con la premiership di Boris Johnson potrebbe rappresentare quella spinta decisiva per riportare gli scozzesi alle urne e chiedergli, ancora una volta, che direzione vogliono prendere. C’è, però, un ostacolo non insignificante che frena questo sviluppo: le consultazioni del 2014 vennero organizzate con il consenso di Londra, criterio indispensabile per validarne l’esito, mentre il premier Boris Johnson ha già reso noto che, qualora venisse confermato alle elezioni legislative del 12 dicembre (come sembra altamente probabile visti tutti i sondaggi), si opporrà ad un secondo referendum in Scozia. Il primo ministro ha ricordato la promessa fatta agli elettori nel 2014, ovvero che la consultazione referendaria non sarebbe stata ripetuta per molto tempo a venire e ciò sembra chiudere le porte a futuri sviluppi concordati.

Lo scenario catalano

Il diniego di Johnson, che dovrà comunque essere rieletto, rischia di scontrarsi con quanto detto da Nicola Sturgeon, leader dell’SNP, che ha sostenuto come la vittoria del suo partito alle consultazioni regionali del 2021 renderà necessario lo svolgimento di un secondo referendum. Una lotta al vertice potrebbe portare, anche se si tratta solo di un’ipotesi, ad uno scenario di tipo  catalano: l’organizzazione di una consultazione non riconosciuta da Londra ed uno scontro frontale, con esiti incerti, tra i due poteri statali. Secondo alcuni sondaggi elettorali, inoltre, l’elettorato scozzese è diviso quasi equamente tra i favorevoli al mantenimento dell’Unione con Londra e la secessione con una leggera prevalenza (nell’ordine dell’1-2 per cento)n della prima opzione. Secondo altri, invece, il sostegno all’Unione è più netto. Le complesse dinamiche politiche del Regno Unito, in ogni caso, possono facilmente stravolgere qualunque scenario: la probabile vittoria dei Conservatori porterà probabilmente ad una crisi con Hollyrood mentre qualora a spuntarla fossero i Laburisti di Jeremy Corbyn le prospettive potrebbero essere ben diverse e ci potrebbe essere, forse, lo spazio per un dialogo maggiore. Corbyn ha dapprima escluso, in caso di vittoria, che un referendum sull’indipendenza scozzese possa aver luogo nel corso dei cinque anni del suo mandato per poi escludere questa evenienza nei primi due anni del suo incarico. La Brexit continua dunque ad agitare la politica del Regno Unito e potrebbe provocare, nel lungo termine, conseguenze particolarmente dannose per la sopravvivenza stessa di questa nazione.