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Boris Johnsonal numero 10 di Downing Street, gongola: il suo governo è nuovamente in controllo della politica britannica, i tassi di consenso sono in crescita, l’economia riparte, l’agenda del suo esecutivo ha spiazzato l’opposizione laburista e Londra immagina e programma concretamente le vie di uscita dal lockdown. I segreti? Come più volte ribadito, la vera arma è stato il vaccino anti-Covid.

Al 16 marzo erano ben 25 milioni i cittadini britannici che avevano ricevuto la prima dose, ben oltre un terzo del totale dei sudditi di Sua Maestà. E di fronte alle problematiche vissute dall’Unione europea, ai ritardi nelle forniture, agli errori nella programmazione da parte della Commissione von der Leyen e all’assenza di una sostanziale concezione della partita come di una sfida dal valore geopolitico da parte di Bruxelles non possiamo non sottolineare il fatto che le discrepanze tra Regno Unito e Unione europea sul contrasto al Covid siano, di fatto, il miglior manifesto pubblicitario per la Brexit e per la scelta autonomista del Regno Unito.

Le fasi dell’accelerazione britannica

Ironia della sorte, la campagna vaccinale britannica è stata di fatto inaugurata, a inizio dicembre, dall’autorizzazione d’emergenza concessa al vaccino Pfizer-Biontech da parte della Medicines and Healthcare products Regulatory Agency, l’equivalente britannico dell’Aifa, che ha potuto accelerare sul superamento degli oneri burocratici grazie a una norma della legislazione europea invocata dal governo britannico a fine novembre che consente agli enti regolatori nazionali di giocare d’anticipo rispetto alle scelte dell’Ema.

Una manovra a cui ha fatto seguito una partita su due fronti: programmare la catena logistica e la campagna di inoculazione sganciandola dalle decisioni prese dalla burocrazia di Bruxelles anche prima del completamento degli accordi per le relazioni politico-commerciali post-Brexit di fine dicembre da un lato; sfruttare la valenza politica della partita dei vaccini e dunque la natura nazionale del siero AstraZeneca per farne un moltiplicatore di potenza, dall’altro. Così è stato, e la duplice mossa ha prodotto risultati eccellenti per Londra.

Affari Internazionali ha ricordato che “la Brexit ha dato al Paese libertà di azione per muoversi in maniera autonoma” anche nelle ultime settimane di appartenenza del Regno Unito al mercato unico. Infatti “Londra prima ha deciso di non partecipare al programma comune di approvvigionamento dei vaccini messo a punto da Bruxelles” su cui ha impattato la scure dei tagli alle forniture e ha potuto avvantaggiarsi della firma di accordi anticipati con condizioni favorevoli.

Inoltre, ha giocato a favore di Londra la decisione di Bruxelles di “imporre controlli sui vaccini  prodotti nel continente e indirizzati in Irlanda del Nord. Lo ha fatto invocando una clausola nell’accordo sulla Brexit che consente alle parti di sospendere il principio del confine irlandese aperto in caso di difficoltà economica, sociale o ambientale” ma la cui applicazione è ritenuta un extrema ratio emergenziale che ha dato la percezione ai cittadini dell’Ulster, in larga misura contrari alla Brexit, di essere usati dall’Unione europea in una vana guerra di nervi fuori tempo massimo.

La rinascita di BoJo dopo un anno difficile

Un anno fa il Regno Unito stava vivendo l’inizio di una pandemia che avrebbe causato oltre 120mila vittime, portato allo stremo il National Health System, messo in ginocchio l’economia, provocato una vera e propria strage silenziosa nelle case di riposo, acuito le disuguaglianze, messo a dura prova la leadership stessa di BoJo e portato lo stesso premier al ricovero in terapia intensiva dopo aver contratto il Covid.

Mentre ancora non si capiva come gestire le cure e le risposte sanitarie alla pandemia, il 14 marzo 2020 il Guardian metteva le mani avanti avvertendo che la Brexit avrebbe impedito in futuro al Regno Unito di ricevere in tempo le dosi dei futuri vaccini rispetto al resto dell’Europa per il ritiro britannico dall’Ema del 30 dicembre successivo. Mai profezia fu sfatata con tale forza relativamente alle conseguenze della Brexit.

Si potrà dire che la “Global Britain” del governo conservatore nasca, in un certo senso, già vecchia nel mondo post-Covid, che le prospettive di una “Singapore sul Tamigi” per la Londra post-Brexit sia molto lontana dalle aspettative dei Brexiters dell’Inghilterra profonda, che in un certo senso il Regno Unito abbia compiuto un azzardo, ma non che sulla questione vaccini lo sganciamento di Londra dall’Unione abbia penalizzato il Paese.

Anzi, semmai il contrario: e il fatto che gli altri Paesi col maggior ruolino di marcia sui vaccini in Europa siano la Serbianon parte dell’Ue, e l’Ungheriain rotta con Bruxelles e vicina al 15% della popolazione vaccinata grazie anche ai sieri russi e cinesi, dà l’idea dell’autogol politico della Commissione che sta pregiudicandone i successi in questa cruciale partita.