Matthew Goodwin è un professore e autore di besteller inglese specializzato sul nazionalpopulismo in Europa, in particolare nel contesto del referendum sulla Brexit nel suo Paese. Il suo libro National Populism: The Revolt Against Liberal Democracy (Nazionalpopulismo: La Rivolta contro la Democrazia Liberale), che ha vinto il premio di libro dell’anno del Sunday Times, spiega come gli choc politici nel mondo occidentale derivanti dalla Brexit, dall’elezione di Donald Trump e dall’ascesa del populismo in Europa, sono solo l’inizio di un movimento che cambierà drasticamente la civiltà occidentale. Le preoccupazioni sull’immigrazione, il cambiamento etnico e l’inuguaglianza economica hanno indebolito il legame tra l’elettorato e i partiti tradizionali. In questa intervista, ho chiesto a Matthew quali sono le sue previsioni sulla Brexit e sul futuro dell’Unione europea.

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Cosa pensa della possibilità di un secondo referendum sulla Brexit, proposto dai rappresentati dell’Unione europea e dai commentatori liberal, che sostengono che il popolo inglese sia stato manipolato dai politici pro-Brexit e da una campagna mediatica che divulgava informazioni false tramite i tabloid inglesi?

Un secondo referendum sulla Brexit sarebbe molto problematico. Se si guardano i sondaggi, la maggior parte delle persone in Gran Bretagna non vuole un secondo referendum. Un secondo referendum rovinerebbe la democrazia inglese, e tradirebbe il contratto sociale tra il popolo e le élite dominanti. Vorrei ricordare agli italiani che la maggioranza dei membri del parlamento nella Camera dei comuni ha votato a favore del referendum per decidere se continuare a far parte dell’Unione europea, per fare scattare l’Articolo 50, e inoltre ha appoggiato l’uscita formale dall’Unione con l’Atto di rinuncia. Questa è la prima volta nella storia che il popolo inglese ha chiesto un cambiamento che è stato approvato dal parlamento e che il governo ha giurato di portare a termine, quindi non penso che un secondo referendum sia il modo migliore per rispettare questo patto. Per quanto riguarda la seconda affermazione, che il popolo inglese è stato “manipolato”, molti dalla parte del “remain” dicevano che quelli che hanno votato per uscire dall’Unione europea non sapevano cosa stavano votando, ma la mia ricerca dimostra che lo sapevano con esattezza: volevano riprendere il controllo sul loro sistema giuridico e legislativo, e volevano meno immigrazione dai Paesi membri dell’Unione europea. Non penso, dunque, che sia credibile affermare che dopo tutto questo tempo il popolo inglese abbia cambiato idea, quando non c’è nessuna evidenza che porta a questa conclusione, se mai è il contrario: ci sono molte prove che dimostrano che il popolo inglese sapeva esattamente per cosa stava votando.

Pensa che il popolo inglese che ha votato per la Brexit, abbia votato per un taglio netto con l’Unione europea, o per un taglio più “soft” come quello proposto da Theresa May nell’ultimo accordo?

 Penso che dobbiamo guardare alle implicazioni di quello che hanno chiesto: la maggior parte delle persone volevano una riduzione dell’immigrazione europea verso la Gran Bretagna, e questo non può essere ottenuto con una “soft” Brexit, visto che la fine della libera circolazione dei cittadini richiederebbe di uscire dal mercato unico. La maggior parte degli elettori della Brexit, secondo la mia opinione, ha votato in base a quello stesso pensiero che Theresa May ha espresso nel suo discorso, in cui denunciava il fatto che i “cittadini del mondo” sono in realtà “cittadini di nessun posto”, che è stato molto ben accolto dagli elettori (i conservatori erano in vantaggio del 20 per cento nei sondaggi). Nello stesso discorso ha chiesto che il Regno Unito uscisse dal mercato unico e dall’unione doganale. La maggior parte degli elettori non ha votato per l’accordo che May ha raggiunto nel 2018: solo il 16 per cento degli elettori pensava che tale accordo rispettasse il risultato del referendum. I brexiteers volevano una Brexit più dura di quella che la premier sta offrendo al momento, perché pensano che non darebbe al Regno Unito l’opportunità di stipulare autonomamente i propri accordi di commercio con gli altri paesi nel mondo e non metterebbe fine alla libertà di circolazione dal resto dell’Europa.

Pensa che ci sia il rischio di una vera e propria rivolta, simile a quella dei Gilet Jaunes in Francia, se la Brexit non dovesse essere rispettata?

 Se la Brexit dovesse essere negata o se l’Articolo 50 dovesse essere posticipato alla fine dell’anno vedremo l’emergere di due movimenti. Il primo è quello di Nigel Farage, che organizzerà una nuova rivolta contro Westminster, con il partito per l’indipendenza inglese (Uk Independence Party) che diventerà più di destra associandosi con figure come Tommy Robinson, e la formazione di un nuovo partito pro Brexit nel parlamento europeo. Se l’accordo di May viene accettato, lascerà spazio per un nuovo partito populista, e vedremo una campagna per una Brexit più dura. Ho intervistato tutte le persone coinvolte in questi movimenti, e so che ci sarà una grande spinta da parte dei brexiteers per fare sapere quanto sono stufi dei partiti tradizionali, e questo potrebbe portare a un più stretto coordinamento con i movimenti nazionalpopulisti in Europa. Quell’elemento populista sicuramente guarderà verso la Lega in Italia, il Front National in Francia, AfD in Germania ecc., per trovare una causa comune contro l’Unione europea.

In questo contesto, pensa che l’Unione europea abbia la possibilità di sopravvivere?

 Se lasciamo l’Unione, questo rafforzerà i populismi nazionali in Europa, ma se la Brexit non verrà portata a termine, il nazionalpopulismo in Europa si indebolirà, perché gli Europei penseranno che non è possibile uscire dall’Unione. La Brexit è dunque un reale e naturale esperimento per tanti movimenti politici in Europa. A lungo termine, l’Unione dovrà quasi sicuramente cambiare a causa di due principali minacce: la prima è una divisione profonda tra l’Europa occidentale e quella orientale – tra quella liberale e quella tradizionalista, la seconda è il conflitto economico tra il Nord e il Sud Europa. Queste due dimensioni nel conflitto europeo non saranno risolte a breve termine, e accelereranno con i cambiamenti demografici che continuano ad avere un effetto sugli stati membri dell’Unione. Come puoi far convivere il pensiero ungherese su cosa l’Unione dovrebbe fare con quello francese? E con la Gran Bretagna che lascerà l’Europa, molti degli stati del Centro e dell’Est dovranno partecipare di più al budget comune europeo, e non vorranno pagare un’Unione che non rispetta i loro confini e la loro sovranità.

Il popolo inglese, secondo lei, si sente europeo, anche al di fuori dell’Unione europea, o pensa che ci sia sempre stato un sentimento storico tra gli inglesi di trovarsi al di fuori dell’Europa continentale?

Penso che le persone qui si sentano europee, e gli Inglesi si identifichino complessivamente con l’Europa. Ma penso che molti abbiano frainteso come vedevano l’Unione Europea: ho sempre sostenuto che la Brexit avrebbe vinto, ma durante il referendum, una forma di pensiero di gruppo ha iniziato a prendere il sopravvento e le persone hanno iniziato a credere che avrebbe vinto il voto remain. Ma se si pensa alle relazioni tra Gran Bretagna e Unione europea, la Gran Bretagna ha deciso di fare parte di unione economica con riluttanza, e non ha mai voluto un’unione politica e sociale. Non ha mai veramente voluto fare parte dell’Unione europea, perché abbiamo sempre avuto una tradizione nazionale che ha enfatizzato la sovranità e il diritto inglese. Sin dal diciottesimo secolo, abbiamo sviluppato una cultura nazionale che è sempre stata sospetta nei confronti del potere europeo continentale, e tutti questi sentimenti si sono espressi nel referendum del 2016. Molte persone erano sorprese, ma nel mio libro mi sono chiesto perché la Brexit ha preso solo il 52 per cento dei voti, considerando la storia dell’identità inglese come una nazione isolata e che non ha mai voluto realmente fare parte dell’Europa.

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