La Bosnia ed Erzegovina è l’ultimo residuo di quella costruzione ambiziosa ma artificiale che fu la Iugoslavia, l’entità costituita nel primo dopoguerra per riunire al suo interno un gruppo eterogeneo di popoli storicamente in conflitto tra loro, sloveni, croati, bosgnacchi e serbi, e collassata sotto il peso delle contraddizioni e della storia all’indomani della fine della guerra fredda.

A distanza di venticinque anni dalla firma dell’accordo di Dayton, il documento che ha posto fine al paragrafo bosniaco delle guerre iugoslave, tutto sembra indicare che l’ultimo e l’unico conglomerato plurinazionale sopravvissuto a Tito si stia avviando inevitabilmente verso la disgregazione sia per via dei dissapori interetnici mai del tutto sopiti, e oggi risorgenti, che per un fatto altrettanto significativo: è qui che si sta combattendo un importante capitolo del grande gioco balcanico fra il blocco turco-americano e l’asse russo-cinese.

Le dichiarazioni di Nelson

Da febbraio dell’anno scorso, a Sarajevo, gli Stati Uniti hanno un nuovo, giovane ed influente ambasciatore: Eric George Nelson. Nominato al ruolo da Donald Trump, Nelson è un giovane ma promettente e capace diplomatico, formatosi professionalmente nel Sud globale nei settori della democratizzazione e del potenziamento della società civile.

Nelson ha mostrato rapidamente la storicità della sua nomina alle autorità bosniaco-erzegovine, essendo apertamente omosessuale in un Paese profondamente conservatore, ad esempio sponsorizzando e partecipando personalmente al gay pride di Sarajevo e chiedendo maggiori diritti alla comunità arcobaleno ma, soprattutto, inaugurando una fitta campagna lobbistica avente l’obiettivo di trasportare la repubblica nell’orbita euroamericana, ovvero accesso all’Unione Europea e adesione all’Alleanza Atlantica.

A metà agosto, Nelson ha voluto rompere un tabù in piedi dal 1995, sostenendo che sia arrivato il tempo di tornare sul contenuto dell’accordo di Dayton e di riformare la costituzione bosniaco-erzegovina. La revisione dei due documenti sarebbe funzionale al superamento dello stato di stallo geopolitico in cui si trova il Paese, a metà tra Occidente e mondo russo, e a renderne possibile l’accesso all’Alleanza Atlantica che, secondo Nelson, sarebbe richiesto da gran parte dell’opinione pubblica bosniaca.

Le dichiarazioni di Nelson hanno suscitato clamore, soprattutto da parte dell’entità serba (Republika Srpska), che nell’ultimo anno ha manifestato crescente insofferenza nei confronti della controparte bosniaca, adducendo quale motivo la sensazione di un presunto accerchiamento politico, corroborato dall’adozione di alcune leggi da parte di Sarajevo in violazione dei diritti di autonomia garantiti dalla costituzione a Banja Luka.

Secondo Zeljka Cvijanovic, presidente della Republika Srpska, non ci sarebbe alcuna volontà da parte dell’opinione pubblica di entrare nell’Alleanza Atlantica, perciò le dichiarazioni di Nelson sono “un po’ insolite” e ne andrebbe spiegato il significato in maniera estesa, in primis ai serbi, su “cosa significa: cambiamo la Costituzione e sarà meglio [per tutti]?”.

Cosa dicono i due documenti?

L’accordo di Dayton è stato firmato nel novembre 1995 nella base militare di Dayton (Stati Uniti) dai rappresentanti di Iugoslavia, Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Unione Europea, ed è stato ratificato il mese seguente a Parigi, sancendo la fine definitiva del paragrafo bosniaco delle guerre iugoslave.

Il trattato ha disposto, fra le altre cose, la creazione delle due entità federali e autonome, quella serba e quella bosniaca, che compongono la Bosnia ed Erzegovina, la nascita dell’Alto rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, che vigila sul rispetto degli accordi, e lo stabilimento di un quadro di dialogo multilaterale aperto ai firmatari europei e statunitensi volto a favorire la stabilizzazione post-guerra per mezzo di una cooperazione potenziata.

A Dayton si è anche deciso quale forma avrebbero dovuto assumere la costituzione e l’ordinamento politico della Bosnia ed Erzegovina: una struttura centrale e unitaria a capo delle entità federali, la cui autonomia è estesa ma limitata al tempo stesso. La struttura centrale è rappresentata dalla presidenza collegiale, un organo a tre basato su una presidenza a rotazione di otto mesi che permette l’alternanza regolare alla carica di un croato, un serbo e un bosgnacco.

Inoltre, entrambe le entità federali hanno un proprio parlamento locale, ed esiste un piccolo Parlamento centrale, di natura bicamerale, i cui membri vengono eletti ogni quattro anni tramite il sistema proporzionale, che prevede anch’esso una ripartizione su base etnica.

Nelson non ha spiegato cosa vorrebbe modificare dell’accordo di Dayton e della costituzione da esso scaturita ma è chiaro che, se l’obiettivo è quello di consentire l’ingresso del Paese nell’Alleanza Atlantica, le riforme riguarderebbero il grado di autonomia delle due entità federali – da ridurre in favore di un aumento dei poteri e delle competenze della struttura centrale.

Un simile scenario non incontrerebbe ostacoli da parte di Sarajevo che, già oggi, è l’entità-guida de facto dello Stato. Una riforma dell’intero sistema non potrebbe che accrescere l’egemonia bosgnacca nella repubblica multinazionale, eliminando la possibilità di ricorrere all’ostruzionismo da parte di Banja Luka per bloccare determinati indirizzi nella politica estera, come ad esempio l’appartenenza alla Nato, e, nel complesso, limitando significativamente l’influenza esercitata da Belgrado e da Mosca nell’entità serba.

L’aumento della divisione durante la pandemia

La Bosnia ed Erzegovina è stata uno dei campi principali in cui si è combattuta la guerra degli aiuti umanitari nei Balcani. Qui, a differenza di altri Paesi dello spazio postsovietico, la competizione fra le grandi potenze ha assunto una forma peculiare, riflettendo la divisione etno-religiosa che caratterizza la repubblica.

Infatti, mentre Unione Europea, Stati Uniti e Turchia hanno concentrato la diplomazia sanitaria nell’entità bosniaca, Russia, Serbia e Cina hanno unito e coordinato gli sforzi per alleggerire il peso dell’emergenza sanitaria nella repubblica serba. La ripartizione delle aree di azione ha avuto delle conseguenze a livello politico, contribuendo ad ampliare il divario in crescendo che sta allontanando le due entità, palesato dal periodico sventolamento dello spettro secessionista da parte di Milorad Dodik, presidente della Repubblica Srpska dal 2010 al 2018.

La Cina, comunque, ha inviato aiuti umanitari anche a Sarajevo ed è proprio qui che ha deciso di rompere una lunga tradizione, quella del distanziamento dagli spinosi affari balcanici, utilizzando un convoglio diplomatico per mandare un messaggio alla classe politica nazionale, invitata a superare la logica del conflitto e della divisione in favore della cooperazione e dell’unione.

Non si può comprendere il significato del gesto senza considerare quanto sta accadendo nel paese, ossia il rinato antagonismo fra serbi e bosgnacchi, con i primi che sono tornati a parlare di secessione e gli ultimi che, a maggio, hanno bloccato una missione umanitaria russa al confine e destinata a Banja Luka, la capitale della federazione serba. Con quel messaggio, quindi, la Cina è entrata de facto nel conflitto serbo-bosniaco che, per esteso, è un conflitto fra Russia e Occidente.

Rientrata l’emergenza sanitaria, la Repubblica Srpska ha chiarito ulteriormente la propria scelta di campo nella competizione tra grandi potenze. Infatti, nei giorni successivi all’annuncio da parte russa della scoperta del vaccino contro il Covid19, i rappresentanti ufficiali dell’entità serba hanno comunicato di aver preordinato ufficialmente un milione di dosi.

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