L’Australia ha accusato i Guardiani della rivoluzione iraniani di aver ordinato due attacchi antisemiti sul suo territorio ed espulso l’ambasciatore di Teheran. Un’iniziativa dirompente, dal momento che, dalla Seconda guerra mondiale, è la prima volta che Sideny espelle un ambasciatore.
Una bomba esplosa in concomitanza con un incontro cruciale tra la delegazione di Teheran e quelle di Germania, Francia e Regno Unito per decidere sul destino del JPCOA, l’accordo sul nucleare iraniano raggiunto a suo tempo con gli Stati Uniti e che stabiliva come garanti dello stesso, oltre Usa, Russia e Cina, i suddetti Paesi europei.
Il JPCOA prevedeva la remissione delle sanzioni comminate a suo tempo dalle Nazioni Unite contro Teheran se quest’ultima si fosse astenuta dal produrre l’arma atomica, pur consentendogli lo sviluppo del nucleare civile.
È storia che, nel suo primo mandato, Trump – spinto da John Bolton, allora Consigliere per la Sicurezza nazionale, e Benjamin Netanyahu – abbia fatto uscire gli Stati Uniti dall’accordo, mentre i tre Paesi europei lo hanno conservato. L’incontro di Ginevra aveva il potenziale di cambiare tutto.
Infatti, dopo la recente guerra tra Isarele e Iran – innescata dalle accuse mosse dall’Agenzia atomica internazionale (AIEA) su un presunto avanzamento delle attività nucleari di Teheran nel campo militare – quest’ultimo ha negato l’accesso degli ispettori dell’Agenzia ai suoi siti nucleari, sospendendo il monitoraggio delle sue attività.

Ne aveva ben donde. Infatti, Israele aveva colto al volo l’occasione della denuncia del direttore dell’AIEA, Rafael Grossi, per avviare i bombardamenti, nonostante il fatto che tale accusa non avesse fondamento, come ha ammesso lo stesso Grossi a guerra oramai in corso.

Tale la situazione quando ieri, a Ginevra, Germania, Gran Bretagna e Francia si sono incontrati con gli iraniani per verificare se il JPCOA può continuare il suo corso oppure se dichiarare Teheran inadempiente e far scattare il meccanismo snapback, che ripristinerebbe le sanzioni delle Nazioni Unite.
Va accennato che, dopo la guerra contro Israele, Teheran, dopo l’irrigidimento iniziale, ha cautamente riaperto all’Occidente, dicendosi disponibile a tornare nell’alveo del JPCOA. Ciò non solo attraverso le dichiarazioni ufficiali, ma anche con una mossa a sorpresa: la nomina di Alì Larjiani a capo del Consiglio per la Sicurezza nazionale, una figura stimata in Occidente per le sue doti diplomatiche che lo resero protagonista della faticosa tessitura del JPCOA.
L’incontro di Ginevra, nelle intenzioni di Teheran, avrebbe dovuto ripristinare in via ufficiale il rapporto con l’Occidente, ma poco si sa sull’esito. Secondo Euronews e diversi altri media non si sarebbe trovato nessun accordo, circostanza che riaprirebbe la porta alle sanzioni.
Eppure è di oggi la notizia che gli ispettori dell’AIEA sono tornati in Iran, un’evidente discrasia con l’annuncio del media europeo. Discrasia che può spiegarsi così: ieri si sarebbe dovuto trovare un’intesa e ripristinare le ispezioni. Ma la bomba australiana ha messo in imbarazzo la delegazione europea, impossibilitata a ufficializzare un’intesa con un Paese che organizza attacchi contro obiettivi ebraici in giro per il mondo.

Così si è trovato un accordo minimale, che permettesse di guadagnare tempo, con l’Iran che accettava il ritorno degli ispettori in attesa degli eventi. In tal modo, l’accusa australiana ha posto criticità a un processo di de-escalation cruciale, mantenuto l’Iran sulla graticola e conservato nell’agenda geopolitica l’opzione di una nuova guerra tra Israele e Iran, opzione che resta nell’orizzonte degli eventi e che anzi, a stare alle dichiarazioni incrociate Tel Aviv – Teheran, incombe.
Una guerra che sarebbe molto più catastrofica della precedente e fortemente voluta da Netanyahu, ossessionato dall’idea di incenerire l’antagonista per fare di Israele il dominus del Medio oriente e così farlo assurgere al rango di potenza globale.
Così veniamo alla clamorosa denuncia di Canberra. L’espulsione del personale diplomatico iraniano è stata motivata dalle conclusioni di un’inchiesta dell’intelligence australiana che, come ha dichiarato il premier Anthony Albanese, avrebbe trovato prove certe delle responsabilità iraniane nei due attentati. Prove non rese pubbliche e che mai lo saranno, ha aggiunto nelle sue dichiarazioni confuse, nelle quali ha detto anche che il coinvolgimento di Teheran è “probabile”… probabile o certo?

Nessuna prova pubblica, dunque, e resta la domanda del perchè l’Iran dovesse agire in Australia, da cui la separa tanto mare e tanto disinteresse. Interessata, e molto, al Medio oriente, è invece la Gran Bretagna, che con l’intelligence australiana ha un rapporto strettissimo, discendente dal Commonwealth e dalla comune appartenenza ai Five eyes.
E Londra ha messo da tempo l’Iran nel mirino, come denota un recente rapporto dell’intelligence di sua Maestà che lo identificava come minaccia incrementale per la Sicurezza nazionale. Una determinazione che abbraccia anche la politica, e tutti i partiti, come evidenzia l’intervista della stupefacente leader Tory Kemi Badenoch, che ha definito l’Iran un Paese “nemico” (nella stessa intervista dichiarava che l’Ucraina e Israele stanno combattendo guerre per procura per conto dell’Occidente…).
Di oggi la rivelazione del Jerusalem Post, secondo il quale il Mossad ha collaborato all’inchiesta australiana… Israele non riesce a trattenersi dal vantarsi delle capacità dei suoi servizi segreti, nonostante a volte sia controproducente.

Infatti, l’indiscrezione rivela un retroscena alquanto credibile e che spiega tutto, data l’animosità di Tel Aviv verso Teheran e la sua forte propensione per le manipolazioni (vedi Gaza). Proprio per evitare l’insorgenza di scomode domande, e per magnificare i presunti successi dell’intelligence nazionale, Canberra ha prontamente smentito. Una smentita che, però, non convince, come non convince tutta questa stranissima vicenda.
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