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Lo “schiaffo di Tunisi” ha rappresentato uno degli eventi più traumatici per un’Italia che solo da pochi anni era unita. E che ben può descrivere quello che, nel corso dei decenni, è stato il rapporto tra le due sponde del Mediterraneo con una Tunisia da un lato vista vicina, geograficamente ed economicamente, al nostro Paese e dall’altro però anche una terra da cui per l’Italia sono maturate non poche delusioni. Lo schiaffo ricevuto nel 1881, quando i francesi hanno militarmente occupato la Tunisia dopo che questa porzione di Magreb era vicina alle mire coloniali del neonato Regno d’Italia, oggi con le dovute proporzioni e differenze potrebbe essere ripetuto sulla questione dell’immigrazione. Uno schiaffo questa volta che saprebbe di vera e propria beffa politica. Roma ogni anno paga milioni di Euro per evitare eccessivi aumenti dei flussi migratori lungo la rotta tunisina, in compenso però quest’anno il 42% dei migranti giunti lungo le nostre coste è partito dal Paese nordafricano. Un sonoro smacco non passato inosservato.

Quei milioni che l’Italia riversa ogni anno verso Tunisi

I dati riportati da Viminale da inizio 2020 appaiono ben chiari: su 15.406 migranti sbarcati in Italia da inizio 2020, 6.465 sono tunisini. Buona parte quindi dei barconi giunti nel nostro Paese sono partiti dalla Tunisia, lì dove le organizzazioni criminali stanno prosperando e stanno avviando inquietanti collaborazioni con i trafficanti presenti in Libia, così come evidenziato già nel settembre scorso da un report dei servizi segreti. Ci sono stati poi episodi evidenziato dagli inquirenti, in primis dalla procura di Agrigento, in cui è emerso che oramai il business dell’immigrazione in Tunisia coinvolge anche pescatori che, vista l’attuale crisi economica e sociale in cui versa il Paese nordafricano, hanno preferito convertire il proprio giro d’affari accompagnando decine di propri connazionali con navi madri fino in prossimità di Lampedusa e delle acque italiane. In poche parole, il coinvolgimento di tunisini nelle tratte migratorie è sempre più ampio: sempre più persone partono e sempre più persone, tra pescatori e gente comune, si improvvisano trafficanti. Tutto questo senza che dal governo di Tunisi vengano fatti sforzi per contenere il fenomeno. Sono state poche, come ravvisabile dalle rare notizie in merito trapelate dalla stampa tunisina, le operazioni delle autorità locali volte ad impedire le partenze verso l’Italia. Ad onore di cronaca 25 persone sono state arrestate ad Al Awabed lo scorso 13 agosto con l’accusa di essere pronte ad imbarcarsi verso Lampedusa. Ma è stata una goccia in un mare, quello Mediterraneo, sempre più invaso da gommoni e barconi.

Eppure Roma nel corso degli ultimi anni verso Tunisi ha avuto occhi di estremo riguardo. Tra accordi di cooperazione economica e di sicurezza, qualcosa come 6.5 milioni di Euro ogni anno vengono riversati nelle casse tunisine da parte italiana. Una cifra che è stata indirettamente resa nota dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Così come trapelato da La Verità, il titolare della Farnesina avrebbe in mente di agitare lo spettro dello stop dell’elargizione degli oltre sei milioni di Euro se la Tunisia non collaborerà fino in fondo per risolvere il problema migratorio. Una pressione, quella che il governo italiano vorrebbe attuare, forse tardiva visto che oramai più di seimila tunisini sono entrati illegalmente in questo 2020, ma che dalle parti della Farnesina e del Viminale sperano possa dare immediati frutti.

Il mercato Ue aperto ai prodotti tunisini

Anche perché lo “schiaffo” ha un sapore ancora più amaro considerando che, oltre ai soldi elargiti a favore della cooperazione economica con Tunisi, il nostro mercato negli anni è stato aperto ai prodotti tunisini. Una scelta quest’ultima figlia soprattutto delle politiche europee, le quali hanno come obiettivo dare manforte all’esportazione dei Paesi in via di sviluppo, in primis africani, per favorire le economie locali. Il vero effetto di simili scelte nell’ultimo decennio specialmente ha comportato l’emersione di una concorrenza sfrenata e sleale nei confronti dei nostri prodotti. Questo soprattutto in campo agroalimentare: dazi dimezzati od azzerati ed aiuti ha inondato ad esempio di olio tunisino il mercato italiano. Come sottolineato a La Verità da David Granieri, vicepresidente di Coldiretti, almeno 57.000 tonnellate di olio importato dalla Tunisia negli ultimi anni sono entrati in Italia. Un valore che corrisponde ad almeno un terzo della nostra produzione nazionale, circostanza che ha creato non pochi problemi alle nostre aziende impegnate nel settore. Anche perché il costo della manodopera nel Paese nordafricano è notevolmente più basso di quello italiano.

Il principio di simili politiche in ambito comunitario, è proprio quello di aiutare in questo modo le economie emergenti eliminando le cause dell’immigrazione. In realtà, in questa maniera sono stati creati nuovi ostacoli alle nostre imprese e, come danno che si aggiunge alla beffa, il numero dei migranti approdati è andato sempre più in aumento.

La visita di Di Maio e Lamorgese

Ed è in un simile contesto che il ministro degli Esteri e dell’Interno sono stati ricevuti questo lunedì a Tunisi. Luigi Di Maio e Luciana Lamorgese si sono recati nella capitale tunisina con l’intento di chiedere un maggiore impegno da parte delle autorità locali nel contrasto all’immigrazione. Il problema però è che al momento un governo in Tunisia non c’è: dopo le dimissioni del premier Fakhfakh, il presidente Kais Saied ha dato incarico ad Hichem Michichi di formare un nuovo esecutivo, ma le trattative tra i vari partiti ancora non sono del tutto decollate. Segno di un’instabilità politica che di certo, da qui ai prossimi mesi, non faciliterà il dialogo tra le parti. Assieme ai due rappresentanti del nostro governo, a Tunisi erano presenti anche i commissari europei Oliver Varhelyi e Ylva Johansson.

Sul piatto nuove proposte di collaborazione, con il presidente tunisino Saied che ha chiesto uno sforzo sempre maggiore “per affrontare alla radice le cause profonde della migrazione”. Tradotto dal politichese, vuol dire che a Tunisi non sembrano arrivati messaggi di minacce di stop ai fondi e, al contrario, si chiedono ancora più soldi. Fondi che potrebbero arrivare, visto che tra i dettagli emersi dall’incontro si è parlato anche di almeno dieci milioni di Euro da elargire però solo quando il nuovo governo si sarà insediato.

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