Sessant’anni dopo i provvedimenti che segnarono una svolta per i diritti civili-il Civil Rights Act e il Voting Rights Act-alcune conquiste democratiche americane sembrano essere nuovamente in pericolo.

Una lunga storia di disenfranchisement

Il Voting Rights Act del 1965, firmato dal presidente Lyndon B. Johnson, mirava a superare le barriere legali a livello statale e locale che impedivano agli afroamericani di esercitare il loro diritto di voto come garantito dal XV Emendamento alla Costituzione. Lo spirito della norma contribuiva a picconare il Jim Crow System che aveva permesso ai suprematisti bianchi, soprattutto nel Sud, di spadroneggiare, ignorando la legge e le acquisizioni della Guerra Civile. Nonostante questo, a ondate ripetute e attraverso sistemi più o meno leciti, vi sono state progressive derive verso il disenfranchisement degli elettori: tassazione sul voto, test di alfabetizzazione, privazione dei diritti per i pregiudicati, diretti principalmente agli afroamericani per tenere in piedi il sistema segregazionista con altri mezzi. Se i neri americani sono stati i bersagli primari, anche gli ispanici e i nativi hanno avuto limitazioni al loro diritti di voto, nel passato e nel presente. Queste tendenze si sono nettamente accentuate quando la base del Partito Repubblicano ha iniziato a ridursi e la privazione dei diritti è diventata una strategia esplicita per mantenere il potere.

Lo scorso sabato il presidente Biden ha avuto modo di ritornare sull’argomento, denunciando una proposta di legge dello Stato del Texas che limiterebbe il diritto di voto, affermando che la misura “fa parte di un assalto alla democrazia” e danneggerebbe in modo sproporzionato le persone nere. Per questa ragione ha invitato “nuovamente il Congresso ad approvare il For the People Act e il John Lewis Voting Rights Advancement Act” chiedendo “a tutti gli americani, di ogni partito e credo, di difendere la nostra democrazia e proteggere il diritto di voto e l’integrità delle nostre elezioni”.

La Senate Bill 7 in Texas

La proposta è uno dei numerosi atti legislativi presentati dai repubblicani negli Stati Uniti all’indomani delle elezioni presidenziali del 2020 e che limitere l’accesso ai seggi, rendendo più complesso per i neri esprimere il proprio voto.

L’ampio disegno di legge del Texas – noto come Senate Bill 7 – eliminerebbe innanzitutto il voto drive-through (utilizzato dalla contea di Harris, fortemente democratica), ovvero quello che permette di votare comodamente dall’auto recandosi in apposite location ove depositare la propria scheda elettorale, evitando file ai seggi o il voto per corrispondenza. Il metodo è supportato per la sua comodità rispetto ai metodi di voto tradizionali: può anche essere utilizzato per offrire orari estesi per il voto poiché un hub elettorale può essere reso disponibile 24 ore al giorno. Il disegno di legge vieterebbe poi il voto fuori orario, come quello offerto dalla Contea di Harris, che include Houston e altre importanti aree metropolitane nel 2020, rallentando le file e mettendo in difficoltà i lavoratori a turni. Inoltre, impedirebbe che tutte le votazioni anticipate nei giorni feriali si svolgano tra le 6:00 e le 21:00: la bozza, inoltre, limiterebbe ulteriormente la votazione anticipata domenicale al massimo tra le 13:00. e le 21:00.

Ma è sulle abitudini comuni degli elettori black e latino che i provvedimenti puntano per disincentivare il voto, ad esempio creando lunghe file, in modo che per le persone di colore siano più difficile votare la domenica subito dopo essere andate in Chiesa. Il disegno di legge, inoltre, impedirebbe alle contee di aiutare a facilitare la distribuzione di autorizzazioni al voto non preventivamente richieste, impedendo loro di lavorare con i gruppi di attivisti per il voto. Gli elettori che richiedono schede elettorali sarebbero costretti a fornire, poi, il numero della patente di guida o il numero di previdenza sociale sia sulla loro richiesta di scheda elettorale che sulla busta di ritorno contenente la scheda, tanto per rendere più farraginosa la pratica. Prevista anche una multa di 1.000 dollari al giorno ai funzionari elettorali locali che non seguono le procedure prescritte per aggiornare le liste elettorali e sanzioni penali agli operatori elettorali che ostacolano l’attività dei poll-watchers (partisan, ovviamente) che, tuttavia, prestano comunque giuramento, promettendo di non molestare o disturbare gli elettori o il processo di voto.

Disenfranchisement penale

Milioni di americani sono esclusi dalla liturgia democratica anche sulla base di leggi penali. Queste norme privano del diritto di voto le persone con condanne penali passate e variano ampiamente tra gli Stati. Ventinove Stati vietano ai membri della comunità di votare sulla base di meccanismi di questo tipo. Il nord est e il centro ovest del Paese sono le aree dove si registrano casi limitati di questo genere, con il diritto di voto restaurato dopo aver scontato una pena. Nel resto del Paese, in particolar modo nel centro-sud, si concentrano le normative statali più restrittive con un ventaglio che va dalla soppressione permanente del diritto di voto per tutte le persone con condanne penali alla privazione permanente del diritto solo per alcune condanne.

Questa diffusa privazione dei diritti ha un impatto sproporzionato sulla comunità nera. Un afroamericano adulto su 13 non può votare, e possiede un tasso di privazione dei diritti più di quattro volte superiore a quello di tutti gli altri americani. In quattro stati, a più di un adulto nero su cinque viene negato il diritto di voto. Sebbene i dati sulla privazione dei diritti dei latini siano meno completi, uno studio del 2003 su dieci stati di dimensioni variabili dalla California al Nebraska ha rilevato che nove di questi stati privano la comunità latina a tassi maggiori rispetto alla popolazione generale.

L’effetto domino della privazione del voto

Uno studio del Brennan Center for Justice del 2017 mostra che queste leggi tendono a tener lontani dalle urne anche gli elettori aventi diritto. Le politiche di privazione dei diritti di molti Stati sono così complesse che i funzionari elettorali spesso ne fraintendono e travisano il contenuto, diffondendo messaggi imprecisi e inducendo un numero sempre più alto di aspiranti elettori a credere erroneamente di non essere ammessi al voto. In un intricato effetto domino, l’affluenza alle urne finisce per avere un impatto ancora più grave sulle comunità nere. Uno studio del 2009 ha rilevato che gli elettori neri registrati avevano quasi il 12% in meno di probabilità di votare se vivevano in Stati con politiche attive di privazione del diritto di voto: una sorta di autosabotaggio indotto dall’alto che manda a monte la lunga marcia per i diritti dal 1865 a oggi.

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