Nella giornata di mercoledì 7 aprile un cacciatorpediniere statunitense della classe Arleigh Burke, l’Uss John Paul Jones (Ddg-53), ha effettuato un’operazione volta a garantire il rispetto del diritto della libertà di navigazione approssimativamente 130 miglia nautiche a ovest delle Isole Laccadive, nell’Oceano Indiano.

Questo tipo di operazioni, che in gergo prendono il nome Fonop dall’acronimo di Freedom Of Navitagion Operation, vengono regolarmente effettuate dall’U.S. Navy nei mari del mondo, ma negli ultimi anni hanno visto aumentare la loro frequenza in Estremo Oriente, ed in particolare nei mari contigui alla Cina. La particolarità di quanto avvenuto mercoledì, non lontano dalle coste indiane, è proprio che la Fonop condotta dal John Paul Jones è avvenuta all’interno della Zee (Zona di Esclusività Economica) dell’India, e che, come risulta dal comunicato stampa ufficiale della Settima Flotta, non è stata richiesta alcuna autorizzazione al governo di Nuova Delhi.

Nella nota del Comando navale statunitense si legge che “l’India richiede il consenso preventivo per esercitazioni o manovre militari nella sua zona economica esclusiva o piattaforma continentale, un’affermazione incompatibile con il diritto internazionale. Questa operazione di libertà di navigazione (Fonop) ha sostenuto i diritti, le libertà e gli usi legali del mare riconosciuti dalle leggi internazionali per contestare le eccessive pretese marittime dell’India”.

A prima vista potrebbe sembrare un evento sorprendente, qualcosa messo in atto per irritare un Paese che, in questo particolare periodo storico, è da annoverarsi tra i partner degli Stati Uniti, financo un alleato stante gli accordi tipo militare sottoscritti tra Washington e Nuova Delhi. Mentre si attendeva la risposta ufficiale del governo indiano, da altre parti arrivano critiche più o meno aspre: “C’è dell’ironia qui. Mentre l’India ha ratificato la legge sul mare delle Nazioni Unite nel 1995, gli Stati Uniti finora non l’hanno fatto. Per la Settima Flotta svolgere missioni Fonop nella ZEE indiana in violazione del nostro diritto interno è già abbastanza grave. Ma pubblicizzarlo?”, ha detto su Twitter l’ammiraglio Arun Prakash, ex capo di stato maggiore della Marina Indiana, che ha aggiunto “le operazioni Fonop delle navi Usa (per quanto inefficaci possano essere) nel Mar Cinese Meridionale, hanno lo scopo di trasmettere un messaggio alla Cina che la presunta ZEE intorno alle isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale è una ‘eccessiva pretesa marittima’. Ma qual è il messaggio della Settima Flotta per l’India?”.

La risposta dell’India è arrivata nella giornata di venerdì, quando il governo ha citato proprio la convenzione dell’Onu sui mari osservando che “altri Stati non sono autorizzati a compiere esercitazioni militari e altre manovre nelle Zee, in particolare quelle che impiegano l’uso di armi ed esplosivi, senza il consenso dello Stato rivierasco” e che l’Uss John Paul Jones è stato “attentamente monitorato” durante la sua navigazione dal Golfo Persico verso lo Stretto di Malacca per concludere avvisando che “abbiamo trasmesso le nostre preoccupazioni riguardo a questo passaggio attraverso la nostra ZEE al governo degli Stati Uniti attraverso i canali diplomatici”.

Una certa stampa indiana parla di provocazione statunitense, di una mossa inusuale, ma la realtà è diversa.

Innanzitutto quanto accaduto non rappresenta un unicum: la marina americana ha effettuato operazioni Fonop vicino alle isole Andamane e Nicobare nel 2015. Sebbene questa sia la prima volta che un’operazione del genere viene condotta vicino alle isole Laccadive, il messaggio che si può leggere nel testo del comunicato stampa della Settima Flotta, più che rivolto all’India, è diretto alla Cina. Washington vuole infatti dimostrare la sua “equidistanza” – quantomeno di facciata – per quanto riguarda la conduzione di questo tipo particolare di operazioni, che, come già anticipato, vengono svolte con maggiore frequenza nei mari del Pacifico Occidentale che ricadono sotto l’influenza cinese, ed in particolar modo lungo lo Stretto di Taiwan, dove i passaggi di naviglio militare statunitense si vedono ormai a cadenza quasi settimanale.

Pechino è stata messa nel mirino per le sue velleità di nazionalizzare le acque della sua Zee, ed anche quelle che vanno oltre la sua Zona di Esclusività Economica (come la maggior parte del Mar Cinese Meridionale), e pertanto gli Stati Uniti devono in qualche modo giustificarsi andando “a colpire” gli altri attori dell’area che vorrebbero fare altrettanto come l’India.

Una questione che noi italiani dovremmo ricordare molto bene perché legata strettamente alla nota questione dei due fucilieri di marina arrestati dall’India qualche anno fa (allora in ballo c’era proprio un problema di giurisdizione per poter effettuare il processo di non facile risoluzione proprio perché il diritto marittimo, in merito alle Zee, è alquanto aleatorio).

Del resto a suffragare la tesi che la mossa statunitense non sia stata una deliberata provocazione verso l’India, ma un messaggio alla Cina, arriva proprio l’attività dell’U.S. Navy nei giorni immediatamente precedenti: una delle navi anfibie statunitensi, la Uss Somerset (Lpd-25) ha effettuato un’esercitazione congiunta nel Golfo del Bengala con India, Giappone, Francia e Australia il lunedì precedente “l’incidente” come parte di una manovra marittima multinazionale che prende il nome di “La Perouse”. Sarebbe un comportamento alquanto “schizofrenico”, quindi, voler irritare l’India in un momento simile, stante appunto le congiunture internazionali in quel settore di globo.

Sui mari si sta giocando quindi una partita che vede contrapporsi un blocco “occidentale”, capitanato dagli Stati Uniti (insieme al Giappone) e recentemente supportato anche da Regno Unito, Francia e Germania che supporta il principio della libertà di navigazione dei mari e l’inconsistenza di certe rivendicazioni sulle Zee, e uno “orientale” con Cina, Russia e India che invece si oppongono a questo principio. Ovviamente essendo l’India un avversario della Cina al pari di Giappone, Australia, Corea del Sud e altre nazioni di quell’area, gli Stati Uniti si trovano a dover gestire il nazionalismo indiano e a dover combattere quello cinese, da qui la spiegazione di quanto avvenuto mercoledì.

Chi scrive ritiene che presto la medesima battaglia “marittima” sarà affrontata anche nei cieli per le Adiz (Air Defense Identification Zone), e scatterà ancora una volta in Estremo Oriente quando proprio la Cina, in modo del tutto unilaterale come ha già dimostrato di saper fare, istituirà questa particolare zona controllata di spazio aereo al di sopra delle isole contese del Mar Cinese Meridionale.