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L’esecutivo olandese guidato dal dimissionario Mark Rutte ha subito una cocente sconfitta giudiziaria che rischia di incrinarne la credibilità. Una corte di giustizia dell’Aia ha accolto il ricorso presentato dal gruppo anti-lockdown Viruswaarheid in merito all’illegittimità del coprifuoco imposto dal governo. Secondo i giudici la misura ha un impatto significativo sulla libertà di movimento e sul diritto alla privacy dei cittadini e la sua adozione dovrebbe essere frutto di “un processo decisionale molto prudente”. La corte, come riferito da Dutch News, ha chiarito che il governo avrebbe dovuto consultare il Parlamento prima di istituire il coprifuoco dato che, in quel momento, non c’era “una particolare urgenza per farlo”. In serata la Corte d’Appello olandese ha ribaltato  la prima sentenza e ripristinato la validità della misura. Il coprifuoco è in vigore nei Paesi Bassi dalla metà di gennaio e nella fascia oraria compresa tra le 21 e le 4 e 30. La sua validità è stata recentemente prorogata sino al 3 marzo per cercare di contenere la diffusione del Covid-19 e della variante britannica, ormai dominante nel paese. I Paesi Bassi sono in lockdown dal 15 dicembre e le misure restrittive sono state prorogate almeno sino al 3 marzo. La curva dei contagi ha avuto un picco preoccupante alla fine di dicembre, quando sono stati superati anche i diecimila casi nell’arco di ventiquattro ore. La curva ha poi iniziato a scendere ed attualmente pare essersi stabilizzata intorno ad un numero di casi giornalieri compresi, indicativamente, tra i duemila ed i quattromila.

Il quadro politico è compromesso

L’adozione del coprifuoco è stata seguita da una serie di manifestazioni e scontri tra una parte della popolazione e le forze di polizia. Le proteste sono degenerate in veri e propri episodi di guerriglia urbana e si sono concluse con arresti ed ingenti danni materiali. La misura restrittiva, che nei Paesi Bassi era stata imposta per l’ultima volta nel corso della Seconda Guerra Mondiale, ha suscitato sconcerto ed ha spinto alcuni a tentare la via del ricorso giudiziario per tentare di rimuoverla. Il governo aveva chiesto alla corte dell’Aia di sospendere la sua decisione in attesa del giudizio di appello ma il gabinetto olandese si era comunque messo al lavoro per varare una legge in materia. Il tema rischia di ritrovarsi al centro del dibattito pre-elettorale in vista delle consultazioni parlamentari del 17 marzo e di aprire pericolose fratture tra i partiti.

Al momento, almeno secondo alcuni sondaggi, il Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia di Mark Rutte risulta il più gradito dagli elettori e dovrebbe ottenere una percentuale di voti compresa tra il 35 ed il 42 per cento. La vittoria, però, è tutt’altro che assicurata dato che il sistema elettorale olandese è di tipo proporzionale ed ha una soglia di sbarramento molto bassa. Nessun partito può, in pratica, governare da solo e si rende spesso necessaria la formazione di coalizioni allargate (Rutte era alla guida di una coalizione di centrodestra). In seconda posizione, dietro il movimento di Rutte, c’è il Partito della Libertà di Geert Wilders accreditato di una percentuale di consensi oscillante tra il 19 ed il 24 per cento. A seguire, più o meno distanziati, una serie di partiti dagli orientamenti più vari, dai centristi ai socialdemocratici passando per i socialisti radicali. Molto più staccato, invece, il Forum per la Democrazia di Thierry Baudet. Il movimento, euroscettico ed afferente alla destra radicale, era riuscito a raggiungere il primo posto nei sondaggi nel 2019 ma è poi precipitato in una spirale negativa che lo ha trascinato al 3-4 per cento dei consensi.

Una questione irrisolta

I gruppi anti-lockdown di tutta Europa, spesso schierati su posizioni libertarie o vicine alla destra radicale, potrebbero trarre giovamento dalle vicende olandesi e cercare di abrogare le norme restrittive in vigore nei rispettivi paesi. Si tratta di una possibilità solo teorica dato e che, almeno per il momento, non ha avuto seguito in nessuno stato del Vecchio Continente. Buona parte dei governi europei ha scelto di adottare, con alterni successi, severe misure restrittive per affrontare la seconda ondata della pandemia. Alcune nazioni, come Germania, Grecia, Portogallo e Regno Unito, sono in lockdown mentre altre, come la Francia, hanno imposto molte limitazioni alla vita pubblica dei propri cittadini. Il problema è che la seconda ondata della pandemia, facilitata da fattori climatici legati alla stagione fredda, è destinata ad avere una durata temporale molto maggiore della prima, che coincise con la primavera del 2020. Il prolungarsi nel tempo delle misure restrittive, oltre ad avere ricadute negative sulla salute dell’economia e su quella psicologica, apre ad una serie di dilemmi etici. Fin dove (e per quanto tempo) può spingersi un governo per cercare di tutelare la salute pubblica? Quali decisioni sono necessarie e quali invece evitabili? Queste domande non sono un mero esercizio filosofico ma hanno a che fare con la natura stessa dei sistemi democratici europei. La pandemia richiede, senza dubbio, scelte rigorose per tutelare i più fragili ma il dubbio che queste scelte abbiano, talvolta, trasceso alcuni limiti invalicabili rimane.