In Francia negli ultimi giorni il “ciclone” Zemmour si è assestato e i sondaggi sembrano segnare una prima fase di assestamento dopo l’effetto-novità che ha portato il non-candidato, giornalista, polemista e intellettuale identitario a cambiare i piani di tutti i contendenti in corsa per l’Eliseo.

Cosa punta Zemmour?

Eric Zemmour non ha ancora sciolto la riserva e questo forse sta creando una fase di incertezza nel contesto della sfida a Emmanuel Macron che porterà la Francia alle presidenziali dell’aprile 2022. Per ora Zemmour ha costruito una rete a suo supporto, un sistema per i fondi, un sistema di consolidamento della sua immagine come politico, un network che ha sostanzialmente accentrato attorno a sé il dibattito nazionale, spostando inevitabilmente a destra il baricentro della politica nazionale, costringendo Emmanuel Macron e il suo alter ego in campo sovranista, Marine Le Pen, a rincorrere. Ma così come secondo il titolo del suo ultimo libro “La Francia non ha ancora detto l’ultima parola”, neanche Zemmour lo ha fatto e lo stallo nei sondaggi potrebbe riflettere l’incertezza creatasi attorno al suo personaggio.

Per l’economista Daniel Cohen il giornalista rappresenta “una ripresa di controllo di un’estrema destra neo-trumpiana rispetto ad un disegno più complicato e fallito di Marine Le Pen, quello di riunire l’estrema sinistra e l’estrema destra”. Ma la realtà è che il progetto legato a Zemmour appare, settimana dopo settimana, più articolato e questo va di pari passo con la “nebbia di guerra” che circonda la sua immagine. Lungi dall’essere un semplificatore cronico, il controverso tribuno e agitatore prossimo allo sbarco in politica sembra essersi preso una pausa per definire al meglio il suo progetto prima di ufficializzarlo. Lo testimonia l’annullamento del previsto evento per il calcio d’inizio della sua campagna elettorale, inizialmente programmato per l’11 novembre.

Il dibattito pubblico pende a destra

Ebbene, i movimenti che si stanno consolidando attorno all’ex giornalista di Le Figaro lasciano intendere un tentativo di Zemmour, che mai ha cessato di definirsi conservatore e gollista anche dopo la svolta identitaria, di aprire al suo sdoganamento presso un elettorato più moderato e di centrodestra tradizionale. In primo luogo, su questo fronte gioca un ruolo la vicinanza a Zemmour del magnaten Vincent Bolloré. Il finanziere bretone, che con CNews ha dato una sponda notevole al decollo del fenomeno Zemmour, vede nel potenziale candidato il migliore portavoce possibile dei valori cattolici, identitari e conservatori che gli fanno riferimento. E l’egemonia culturale raggiunta dal dibattito critico sull’Islam radicale di cui Zemmour si è fatto portavoce anche in seno ai centristi macroniani e al centrodestra dei Repubblicani apre all’utilizzo di questo tema come ponte dialettico.

Eric Zemmour accusa gli immigrati musulmani di voler “ricolonizzare la Francia” e di essere i principali vettori del “Grand Remplacement” (la grande sostituzione etnica) dei francesi veri con la “melma d’importazione”, i cui figli sono “ladri e assassini”, utilizzando un gergo che però è sempre più di dominio pubblico. Il dibattito politico intero, in Francia, si sta “zemourizzando” senza che questi abbia fatto un solo passo ufficiale, a testimonianza della volontà di attrarre un voto centrista e moderato rendendo mainstream le tematiche identitarie e politiche appannaggio della destra radicale.

L’obiettivo di unire la destra

Questa convergenza mira allo sdoganamento di tale parte in forma il più possibile autonoma dal lepenismo nell’opinione pubblica, ma in un’ottica più ampia. Il politologo Gennaro Malgeri, infatti, in un’analisi pubblicata su Formiche ha segnalato che la galassia attorno a Zemmour, lungi dall’aggiungere divisioni e problemi in seno alla destra francese, ha nella sua retorica di fondo volontà unitarie: Malgeri ricorda che “l’Association des Amis d’Éric Zemmour, costituitasi come un vero e proprio partito politico, si sta attivando in effetti allo scopo di offrire una prospettiva politica ai francesi riunendo in una grande destra componenti diverse, ma autonome”, avendo in quest’ottica non tanto le elezioni presidenziali di aprile, quanto piuttosto quelle estive per l’Assemblea Nazionale. “I militanti indossano sgargianti magliette con la scritta “Faites le Zemmour, pas la guerre”. E propongono alla destra in costruzione la regola dei “tre terzi”, vale a dire la composizione delle liste con un terzo proveniente dai Républicains, un terzo dal Rassemblement national della Le Pen ed un terzo sganciato dai partiti, di nuovo profilo insomma”, in modo tale da mettere al tappeto macroniani e socialisti aprendo a una grande coalizione sistemica.

Si può capire, in quest’ottica, perché il ritardo nell’annuncio della discesa in campo di Zemmour prosegua mentre, nel frattempo, la Le Pen non molla nei sondaggi e la nipote di Marine, Marion Marechal, dopo aver sdoganato come alternativa alla zia il giornalista di destra radicale ha avvertito che “bisognerà arrivare a una candidatura unica” per l’Eliseo. Oggigiorno, Zemmour e Marine Le Pen assommano circa il 35% dei consensi, più di quanto abbia raccolto il Rassemblement National in ogni voto svoltosi nel 2017, anno delle ultime presidenziali. Del resto per il settimanale conservatore “Valeurs actuelles” la destra è “orfana di un salvatore capace di radunare tutte le sue famiglie, stretta tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen” e Zemmour può giocare il ruolo di collante. Spostando il dibattito con una forza e una novità tali da poter far sì che l’opinione penda giocoforza verso destra e, al tempo stesso, aprendo le condizioni per formare in asse con i lepenisti una massa critica di maggioranza relativa di voto sovranista.

Per questo Marine Le Pen non si è detta proeccupata, parlando con Repubblica, di Zemmour: l’ipotesi di un dualismo che apra la strada a una candidatura unica per l’Eliseo e a un asse per le amministrative è tutt’altro che peregrina in Francia, specie nei mesi in cui la campagna si farà più dura. La palla va nel campo del centrodestra gollista: i Repubblicani, virtualmente primo partito di Francia dopo le elezioni regionali, faticano a trovare coesione per le presidenziali e non hanno ancora espresso un candidato. Sono l’unico partito capace di offrire un’alternativa a Zemmour e Le Pen come anti-Macron: se ciò non accadrà, la destra francese sarà sempre più a trazione identitario-sovranista. E questo, forse, era l’obiettivo di fondo della grande strategia di Zemmour

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