Nel giro di pochi mesi le mappe del Mediterraneo sono state rivoluzionate. Interessi politici, energetici, ma anche geo strategici hanno portato i vari Paesi affacciati sul Mare Nostrum a rimodulare i propri confini marittimi. I mutamenti hanno seguito ritmi improvvisi e veloci: il Mediterraneo era infatti un mare dove solo pochi governi avevano regolato le proprie Zone Economiche Esclusive (Zee). Adesso la definizione delle stesse ha dato luogo, in alcune occasioni, a vere e proprie battaglie.

Cos’è la Zona Economica Esclusiva

La Zona Economica Esclusiva è uno spazio del mare adiacente alle acque territoriali di uno Stato costiero in cui lo stesso può esercitare diritti sovrani sia per quanto riguarda lo sfruttamento e la gestione delle risorse naturali, sia per quanto concerne l’esercizio della giurisdizione in materia di installazione e uso di strutture artificiali o fisse, ricerca scientifica, protezione e conservazione dell’ambiente marino.

Erano gli anni ’70 quando si è sentito parlare per la prima volta di Zona Economica Esclusiva. Una maggiore regolamentazione della Zee è arrivata un decennio dopo,  nel 1982 con la convenzione di Montego Bay nota anche col nome Unclos (United Nations Convention on the Law of the Sea). Con questo documento, che sta alla base del diritto internazionale del mare, si sono stabiliti una serie di principi che regolano  le aree appartenenti a pieno titolo alla sovranità dello Stato costiero, ma anche le “acque territoriali” e cioè zone dove vigono sempre le leggi dello Stato di appartenenza ma dove al contempo è ammesso il “passaggio inoffensivo” dei mezzi battenti bandiera di un’altra nazione. Quindi anche la definizione della Zee la cui estensione non deve andare oltre le 200 miglia nautiche dalla linea base. Qui lo Stato potrà esercitare tutti i diritti che la convenzione prevede. A differenza di quanto accade per le acque territoriali, in questo caso sarà sempre lo Stato interessato a proclamare la Zee e a renderla nota a livello internazionale. Non tutte le Nazioni hanno provveduto a delineare i confini della Zee ma ci sono stati allo stesso tempo altri Paesi che nel proclamarla hanno acceso dei “conflitti” con alcuni Stati.

Il memorandum Turchia – Libia

La prima vera svolta si è avuta nel novembre del 2019 e ha avuto a che fare con la guerra in Libia. In quel momento il governo stanziato a Tripoli guidato da Fayez Al Sarraj si trovava in forte difficoltà, con la capitale sempre più assediata dalle truppe del generale Khalifa Haftar. In soccorso dell’esecutivo libico è arrivata la Turchia del presidente Erdogan. Il 27 novembre scorso, in particolare, tra Ankara e Tripoli è stato firmato un memorandum d’intesa in grado di abbracciare più ambiti della nuova cooperazione tra i due Paesi. In primo luogo, la Turchia ha promesso aiuti finanziari e militari, compreso l’invio di uomini, a favore delle milizie vicine ad Al Sarraj.

Infografica di Alberto Bellotto

Ciò che però si è rivelato maggiormente significativo a livello internazionale è la parte riguardante i nuovi confini marittimi. Secondo questa intesa, le Zee di Libia e Turchia diventavano confinanti permettendo ad Ankara di estendere di diverse miglia la zona di propria competenza nel Mediterraneo orientale. Si è creato un vero e proprio corridoio turco – libico, capace di insinuarsi nel bel mezzo della Zee greca e di isolare le aree di pertinenza di Atene con quelle di Cipro. Per Erdogan un doppio obiettivo raggiunto: arrivare fino in prossimità del Magreb e creare un solco tra le zone elleniche e cipriote.

L’accordo tra Grecia ed Egitto

La mossa della Turchia è da subito apparsa inquadrabile nella disputa per i giacimenti ciprioti di idrocarburi. Una vicenda quest’ultima che va avanti da alcuni anni e che riguarda principalmente le riserve di gas scoperte a largo di Cipro. Il governo di Nicosia, vicino politicamente e culturalmente alla Grecia e riconosciuto dalla comunità internazionale, ha rivendicato lo sfruttamento dei giacimenti. Stessa rivendicazione è stata però avanzata dall’altro governo stanziato sull’isola, quello filo turco e riconosciuto solo da Ankara. Da quel momento il Mediterraneo orientale ha iniziato a vivere una situazione di forte tensione, specialmente tra Grecia e Turchia. Per questo, dopo il memorandum stretto tra Erdogan e Al Sarraj, da Atene sono arrivate le contromosse.

Nei primi mesi del 2020 sono partite contrattazioni diplomatiche sia con l’Egitto che con l’Italia per fissare definitivamente i confini della Zee greca. Se con il nostro Paese la questione ha riguardato più semplicemente la ripresa di un vecchio accordo del 1977, rinnovato nel giugno scorso, con Il Cairo invece la fissazione dei nuovi confini marittimi ha avuto a che fare direttamente con il braccio di ferro con la Turchia. Infatti la Grecia ha concordato con il governo egiziano l’estensione della sua Zee fino a 12 miglia più in profondità a sud di Creta. In questo modo Atene andrebbe a cancellare il corridoio turco – libico voluto da Erdogan e a riconnettersi con le Zee cipriote ed egiziane. Una mossa a cui la Turchia ha promesso di reagire duramente e tutto nel Mediterraneo orientale sta assumendo le sembianze di una vera e propria battaglia.

Il caso tra Algeria e Italia

Se da un lato alcuni Stati hanno fatto la corsa per stabilire la Zee, altri, come l’Italia, non hanno ancora provveduto. Sia prima che dopo la Convenzione di Montego Bay la piattaforma continentale è stata delineata da Roma attraverso singoli accordi con gli altri Stati. E mentre l’Italia seguiva questa modalità, dall’altra parte, nel frattempo, l’Algeria estendeva i propri confini oltre il dovuto arrivando fino alla Sardegna. Il caso è stato sollevato dall’ex presidente della Regione Mauro Pili nel 2018 e, dopo un periodo di silenzio, se n’è ritornato a parlare ad inizio di questo 2020. In questo caso è stato il ministro degli Esteri algerino a placare gli animi rassicurando circa l’esistenza di un dialogo tra Algeri e Roma diretto a risolvere il problema. Le trattative vanno avanti e fanno ben sperare. Le polemiche sulla questione in questo periodo sono state abbastanza forti visto che l’Italia ha corso il rischio di essere limitata nello sfruttamento delle risorse marine delle acque internazionali più vicine.

 

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