Una delle più importanti questioni legate alla manovra economica del governo Conte, contestata da Bruxelles e da numerose organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario e l’Ocse, è connessa al nodo della crescita.Nel Documento programmatico di bilancio 2019 si leggeva inizialmente che “Il Pil è previsto crescere dell’1,5 per cento nel 2019, dell’1,6 per cento nel 2020 e dell’1,4 nel 2021”. 

La Commissione europea, invece, prevede quest’anno il Pil dell’Italia dovrebbe crescere dell’1,1%, nel 2019 dell’1,2% e nel 2020 dell’1,3%. Valori che collimano con le previsioni della Banca d’Italia: Palazzo Koch ipotizza il una crescita dell’1% nel 2019 e dell’1,2% nel 2020.

Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha difeso le stime proposte dal governo Conte sottolineando che “previsioni di crescita sono infatti il risultato di valutazione squisitamente tecnica. Per questo non possono diventare oggetto di negoziato alcuno dentro o fuori dal governo”. Da un punto di vista prettamente economico, Tria non ha torto. Ogni istituzione dispone di centri studio che costruiscono modelli di simulazione per la previsione dei livelli di crescita economica e, come avevamo avuto modo di sottolineare, lo scontro tra l’Italia e la Commissione si è fondato su una disputa eminentemente tecnica riguardante il modello econometrico che ha partorito le previsioni di crescita. 

L’economista Marcello Minenna, in un articolo pubblicato sul Wall Street Journal, ha  analizzato l’incompatibilità tra i prospetti del governo italiano e quelli della Commissione. Bruxelles, in particolare, dal 2011 in avanti stabilisce per i singoli Paesi il livello di deficit “strutturale” (oggetto delle contestazioni a Roma) e su quest’ultimo dato formula le previsioni di crescita. Il nodo è costituito dal cosiddetto “output gap”, “la differenza tra il Pil effettivo e quello potenziale. Quest’ultimo è una stima del prodotto che un’economia potrebbe raggiungere in condizioni di piena occupazione, di pieno utilizzo dei capitali, ma senza provocare pressioni inflazionistiche. L’entità dell’output gap è una stima piuttosto importante nel momento in cui la Commissione stabilisce degli obiettivi fiscali”.

E, sottolinea Minenna, “di questo output gap è la vera fonte della divergenza tra Roma e Bruxelles, e sono le stime di Bruxelles ad avere poco senso. La previsione fatta dalla Commissione prevede un output gap positivo dello 0,5 percento per il 2019. In altre parole, Bruxelles ritiene che l’Italia il prossimo anno avrà una produzione dello 0,5 percento più elevata rispetto a quanto possibile in una condizione di piena occupazione e pieno utilizzo dei capitali”.

In sostanza, Bruxelles ritiene che l’Italia produrrà al di sopra del suo potenziale, nonostante il suo tasso di disoccupazione sia a doppia cifra da anni. Roma, invece, ritiene che il Pil del prossimo anno sarà invece dell’1,2 percento inferiore (anziché superiore) alla sua produzione potenziale. Le più recenti dinamiche dell’economia globale rendono tuttavia possibile ritenere che entrambi questi modelli siano stati, alla prova dei fatti, superati dai cambiamenti sopraggiunti nell’economia globale, che da una fase di rallentamento sembra prossima a entrare in un nuovo periodo di crisi.

Questo è stato, in seno al governo, rilevato in maniera primaria da Paolo Savona, che ha auspicato una revisione della manovra finanziaria attraverso l’ampliamento dello spazio concesso agli investimenti produttivi e teme seriamente il rischio recessione. Ora più che mai all’Italia serve spendere in deficit per creare ricchezza ad alto potenziale. Anche perché i nuovi rapporti sembrano lasciar presagire, per il nostro Paese, un impatto tutt’altro che morbido con le nuove dinamiche economiche globali.

Come riporta l’Agi, “Goldman Sachs ai primi di dicembre ha lanciato l’allarme sull’economia italiana sostenendo che nel 2019 il Pil non andrà oltre un +0,4% e che nella prima parte del prossimo anno il nostro Paese rischia di “flirtare” con la recessione”. Il colosso statunitense aveva, nei mesi scorsi, stimato una vendita massiccia da parte dei fondi, di almeno 100 miliardi di euro, in caso di doppio downgrade delle agenzie di rating e ora ha promulgato un prospetto di crescita molto negativo che non manca di venature pessimistiche.

Il prospetto per l’Italia è stato costruito sulla base di indici anticipatori come il  Pmi, o Purchasing managers index, cioè quegli indicatori mensili che in Europa vengono stimati da una società di indagini indipendente, Ihs Markit, sondando i direttori agli acquisti delle principali società del continente. “A novembre il Pmi manifatturiero ha registrato per l’Italia 48,6 punti, in peggioramento rispetto ai 49,2 punti di ottobre, cioè per due mesi consecutivi l’economia italiana registra una contrazione, soprattutto a causa dell’indebolimento dell’export, mentre anche l’indice a 12 mesi, meno significativo ma comunque rilevante, è crollato al livello più basso dall’inizio del 2013”. Forse lo spettro di un rallentamento brusco paventato da Goldman Sachs non si concretizzerà, ma la prospettiva di una crescita economica italiana inferiore all’1% nel 2019 è tutt’altro che realistica. In seguito al completamento della trattativa tra Roma e Bruxelles, il governo ha previsto per l’anno prossimo uno sviluppo dell’1% che sembra interiorizzare i rischi che gravano sul sistema globale.

Compito del governo sarà prendere in mano la situazione e impostare un processo di riattivazione di importanti investimenti pubblici capaci di generare reddito, creare occupazione e battere sul tempo il rischio di una recessione favorito dal contesto globale. Sono tuttavia legittimi i dubbi circa la reale volontà politica di Lega e Movimento Cinque Stelle di impostare un programma economico coraggioso nei prossimi tempi, visto il precedente della manovra per il 2019.

Articolo di Andrea Muratore