La posizione degli Stati Uniti nel mappamondo della storia apparirebbe radicalmente diversa se qualcuno o qualcosa riuscisse ad abbattere la sempiterna dottrina Monroe, spianando la strada all’irruzione dell’Eurasia nell’isolato Emisfero occidentale e rendendo contendibile ciò che per due secoli (quasi) non lo è stato.

È dalla seconda metà dell’Ottocento, dalla dimenticata impresa messicana di Napoleone III, che i candidati all’egemonia globale provano a insidiare gli Stati Uniti insediandosi nel loro estero vicino. Dopo i francesi è stato il turno dei tedeschi, prima del Kaiser e poi del Führer, dei giapponesi dell’imperatore Hirohito e infine, durante la Guerra fredda, dei sovietici, dei libici e degli iraniani.

Hanno provato in molti a scalfire l’egemonia globale degli Stati Uniti, nella consapevolezza che un subcontinente anarchico ne renderebbe il peso insostenibile, e quasi tutti hanno fallito. Quasi tutti, ma non tutti, perché i semi piantati da Teheran negli anni Ottanta sono maturati in attentati terroristici, assi politici, alleanze col narcoverso e basi di Hezbollah, mentre la semina di Mosca è sopravvissuta all’onda d’urto dell’implosione sovietica e resiste dall’Avana a Managua.

Oggi, epoca della competizione tra grandi potenze, il terzo (e ultimo?) tempo della Guerra fredda, la periferica Iberoamerica è di nuovo una trincea lungo la quale i blocchi scaricano le tensioni internazionali. E Cuba, nel duecentesimo anniversario della dottrina Monroe, è ancora l’isola della discordia in luna di miele coi rivali dell’America.

Intrighi lungo L’Avana-Pechino

Il Wall Street Journal, che insieme al New York Times è il giornale più utilizzato dagli elementi dello stato profondo statunitense per parlare a chi ha orecchie per intendere col pretesto di informare il grande pubblico, a inizio giugno ha rivelato che L’Avana e Pechino avrebbero raggiunto un accordo per lo stabilimento di una base adibita alla raccolta di intelligence dei segnali (SigInt).

Le gole profonde che hanno parlato ai microfoni del Wall Street Journal, chiaramente a condizione di anonimato, hanno spiegato apertis verbis le ragioni delle loro preoccupazioni: un’installazione di questo tipo, a due passi dalla Florida, “consentirebbe ai servizi segreti cinesi di intercettare le comunicazioni elettroniche lungo l’intera costa meridionale degli Stati Uniti, dove sono localizzate molte basi militari, di monitorare il traffico navale e […] una gamma di comunicazioni, incluse posta elettronica, chiamate telefoniche e trasmissioni satellitari”. Una minaccia, in sintesi, alla sicurezza nazionale.



Secondo quanto sostenuto dalla fonte, le cui dichiarazioni hanno trovato riscontro nel successivo valzer di ambiguità, doppi sensi e simil-conferme del Pentagono, l’accordo sarebbe stato approvato in linea di principio e Cuba, qualora la base venisse effettivamente costruita, potrebbe ricevere “diversi miliardi di dollari” dalla Cina.

Ulteriori dettagli non sono stati forniti, forse perché mancano o forse, più probabilmente, perché quanto detto è più che sufficiente. Chi aveva orecchie per intendere – la Cina – dovrebbe avere inteso; questo è, almeno, ciò che sperano tra Langley, Pentagono e Casa Bianca.

La gittata dei missili sovietici destinati a Cuba

Un déjà-vu al sapore di Guerra fredda

Cuba, l’ultimo rimasuglio guerrafreddesco in Latinoamerica, è la location perfetta per chiunque voglia lanciare una sfida e inviare un monito agli Stati Uniti. Una sfida alla dottrina Monroe, proclamata nel 1823 e mai ritirata, la cui preservazione è per Washington il più importante degli imperativi strategici – giacché la sua egemonia globale dipende dalla sua supremazia emisferica. Un monito veterotestamentario alla Casa Bianca: linea rossa per linea rossa, estero vicino per estero vicino.

La base sino-cubana di possibile costruzione spaventa gli Stati Uniti per la vicinanza alla Florida, che la rende una minaccia immediata, ma non è l’unica e non sarà l’ultima disfida che proverrà da Russia, Cina e Iran. Perché le tre potenze, quando in solitaria e quando di concerto, stanno investendo da tempo, e in maniera crescente, nell’apertura di un fronte a meridione di Rio Grande. È battaglia nell’Atlantico.



La Russia ha una base per l’intelligence dei segnali in Nicaragua, dove peraltro sarebbe presente personale del gruppo Wagner dai primi anni Dieci, ed è noto che utilizzi il Venezuela come piattaforma spionistica a copertura del cono sud sin dall’era Chávez.

L’Iran conduce nell’intero subcontinente operazioni di spionaggio e di altra natura, come i traffici illeciti a scopo di raccolta fondi, per mezzo di clan legati a Hezbollah in affari con politica locale e crimine organizzato. L’ala militare del Partito di Dio possiede campi d’addestramento e basi potenzialmente convertibili a installazioni per il SigInt in Nicaragua, in Venezuela e nella Triplice Frontiera.



I rivali degli Stati Uniti, in sintesi, hanno già messo piede nell’Emisfero occidentale. Da anni. Ma il passo che sarebbe in procinto di compiere la Cina, o che forse ha già compiuto, è differente. In primo luogo perché il rinato Impero celeste non è né la Russia né l’Iran: è ciò che Stati Uniti e Alleanza Atlantica hanno definito una “sfida sistemica” (all’ordine internazionale occidente-centrico). In secondo luogo per i vari significati che accompagnano il gesto.

Lo spettro di una base sino-cubana a largo della Florida, e a (letteralmente) pochi passi da Guantanamo, potrebbe avere un senso negoziale – si scrive L’Avana, si legge Taipei. Ma vuole anche evidenziare in mondovisione le ipocrisie di fondo del modus operandi degli Stati Uniti – che impongono alla Cina la loro presenza (militare) tra Stretto di Taiwan e Mar Cinese Meridionale, addestrando e armando simultaneamente Taiwan, ma affermano e difendono una sorta di “no fly zone diplomatica” nel loro circondario. È effettivamente pernicioso: perché l’intelligence dell’etere può essere precorritrice di guerre elettroniche. Ed è, infine, intelligentemente provocatorio nella misura in cui segue di pochi mesi la vicenda del pallone-spia e alimenta il ricordo della crisi dei missili di Cuba del 1962.

Xi sulle orme di Krusciov

Una base per l’intelligence dei segnali non rappresenta e non rappresenterebbe, nemmeno se costruita, il remake della crisi missilistica cubana. Le antenne non sono razzi – Nicaragua e Venezuela insegnano. Ma ha il potenziale di condurre a un simile epilogo: un accordo tra i due elefanti che si scornano su quel manto erboso che, oggi come ieri, risponde al nome di Cuba.

La crisi dei missili cubani, come è noto, si concluse con un patto (segreto) sulla delimitazione delle linee rosse di Stati Uniti e Unione Sovietica nei rispettivi continenti. I sovietici, assegnando a Cuba lo stesso valore strategico dell’Anatolia, persuasero gli americani a ritirare i missili a lungo raggio installati nella base aerea di Çiğli.

È possibile, come sostenuto da Giorgio Cuscito di Limes, che Xi, ispirato da Krusciov, voglia “controbilanciare esplicitamente la presenza americana a Taiwan, [usando] la base a Cuba per pretendere un allentamento dei rapporti tra la Casa Bianca e Taipei”. Dall’evoluzione della questione taiwanese potrebbe dipendere il futuro della struttura cubana.



Nell’attesa che la presidenza Biden risponda alla mossa di Xi, avvicinando o allontanando quel momento di alta tensione che sarà il tentativo di fare scacco matto alla Cina, è indispensabile estrarre dal dimenticatoio, oltre che la crisi dei missili cubani, la questione Lourdes.

Nel 1962, all’indomani della chiusura della crisi missilistica, i sovietici approfittavano dell’accecante nebbia causata dall’isteria generale per inaugurare una base per l’intelligence dei segnali in quel di Lourdes. Sarebbe diventata, col tempo, la più grande installazione di questo genere operata dai sovietici al di fuori delle terre del Patto di Varsavia.

Le porte della base di Lourdes sarebbero state serrate ufficialmente attorno al 2001, sebbene le indiscrezioni la descrivano come nuovamente operativa dal dopo-Euromaidan, e la sua epopea è stata di insegnamento per chiunque sia venuto dopo i sovietici: un’antenna può fare più danni di un missile.

A Cuba è ritorno al 1962. Ma è il 1962 della base di Lourdes e dell’inizio della guerra delle antenne, e non delle escalation nucleari, giacché trattasi dell’unica via percorribile da Xi per giocare nella tana del lupo. Perciò il Pivot to Cuba, gli investimenti nei porti strategici che collegano l’America all’Asia e lo strano shopping di proprietà nelle Bahamas. Perché battaglia nell’Atlantico vuol dire anche cinesi nei Caraibi.