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Nell’Europa centro-orientale si sta scrivendo un capitolo-chiave della guerra civile occidentale e della guerra mondiale tra conservatori e liberal. Tra Varsavia e Budapest, infatti, si trovano i due più importanti residui della rivoluzione populista degli anni Dieci. Residui che sono rispettivamente il polacco Diritto e Giustizia (PiS) e l’ungherese Fidesz, due partiti dotati di visioni per il lungo termine e votati alla resistenza contro l’avanzare della secolarizzazione e della massificazione nelle loro società.

Perduto quell’importante appoggio rappresentato da Donald Trump, punto di riferimento dell’internazionale conservatrice, PiS e Fidesz hanno cominciato a sperimentare un crescendo di pressioni sia da parte degli Stati Uniti – capeggiati da una squadra di internazionalisti liberali – sia da parte dell’Unione europea – che l’amministrazione Biden ha liberato dalla morsa di quell’euroscetticismo supportato dalla presidenza precedente in chiave anti-franco-tedesca.

Per quanto concerne le strette inaugurate dall’eurodirigenza, mentre a Varsavia sta avendo luogo il lento smantellamento del controverso sistema delle zone libere dall’ideologia lgbt (Strefy wolne od ideologii LGBT), a Budapest sembra essere tutto pronto per la fatidica attivazione dell’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea.

Il verdetto degli esperti: l’Ungheria è autoritaria

È dal lontano 2015 che si parla di attivare il temuto articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea nei confronti dell’Ungheria, quando per il trattamento delle minoranze e quando per lo stato di diritto. La questione riemerge a cadenza regolare, complice il gioco al rialzo di quello scaltro battitore che è Viktor Orban, ma fino ad oggi non è accaduto nulla. Le cose, però, potrebbero cambiare prossimamente.

La scorsa settimana, per la prima volta dal 2011, Bruxelles ha inviato in una capitale dei 27, Budapest, una missione d’inchiesta della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE). Obiettivo della missione, ufficialmente terminata, era la ricerca di prove inoppugnabili da presentare ai giudici del Consiglio europeo nell’ambito del procedura di attivazione dell’articolo 7; prove relative a violazioni dello stato di diritto, della libertà di informazione, dell’indipendenza del potere giudiziario et similia.

La presentazione delle conclusioni, avvenuta a Strasburgo il 4 ottobre, sembra suggerire che la missione abbia raggiunto lo scopo e che un conto alla rovescia, questa volta, non sia da escludere aprioristicamente. L’europarlamentare Bettina Vollath – tra i membri dell’inchiesta –, ad esempio, non ha utilizzato mezzi termini per descrivere ciò che ha visto e raccontare ciò che le è stato riferito dagli intervistati: “il governo ungherese ha trasformato il Paese in un regime autoritario, dove la separazione dei poteri, la libertà dei media e l’indipendenza del sistema giudiziario non sono garantite”. E data la succitata trasformazione, ha proseguito la Vollath, si renderebbero essenziali l’attivazione dell’articolo 7 e l’utilizzazione “del nuovo meccanismo delle condizionalità dello stato di diritto [nel quadro dell’accesso al Fondo di Ripresa]”.

Parere non dissimile da quello della Vollath è stato espresso anche dal capo-inquirente, l’eurodeputata Gwendoline Delbos-Corfield, scettica nei confronti delle “maggioranze schiaccianti” su cui poggia Fidesz e preoccupata sia dal presunto utilizzo dello spyware Pegasus per sorvegliare i giornalisti sia dai legami tra governo e “fondazioni di natura opaca”.

L’inchiesta

La missione d’inchiesta, originariamente prevista l’anno scorso ma posticipata a causa della pandemia, è durata dal 29 settembre al primo ottobre e ha coinvolto innumerevoli persone. In soli tre giorni, infatti, i membri del Libe hanno incontrato persone del governo – tra cui Judit Varga e Sandor Pintor –, politici locali – come il sindaco di Budapest, Gergely Karacsony –, rappresentanti dei partiti di opposizione, realtà della società civile, esponenti del mondo accademico e il Commissario per i diritti fondamentali. In totale, in soli tre giorni, gli inquirenti del Libe hanno incontrato più di cento persone, 85 delle quali sono state intervistate al fine di una raccolta dati di tipo qualitativo.

Gli scopi della missione sono stati ufficialmente ridimensionati da Bruxelles, che, nonostante le dichiarazioni degli inquirenti, ha assicurato che trattasi di una pratica comune e non obbligatoriamente da collegare al possibile rispolveramento del fascicolo sull’articolo 7. In casa Fidesz, però, la presenza del Libe è stata percepita in maniera estremamente negativa, vissuta con pessimismo, come dimostrato dalle esternazioni della Varga – che l’ha descritta come un ricatto ed una discesa in campo dell’Ue nelle parlamentari magiare del 2022 a supporto dell’opposizione – e dalla reazione di Orban – che ha eloquentemente declinato un faccia a faccia con gli investigatori.

L’eventuale riapertura del “processo all’Ungheria” dipenderà dalle prove effettivamente raccolte dalla missione d’inchiesta – prove che debbono essere schiaccianti, inoppugnabili e dimostrare una colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio –, ma questo non significa che, come in passato, le pressioni siano destinate a rimanere tali. Perché non è un caso che l’Eurocommissione, che avrebbe dovuto decidere sul via libera ai fondi di ripresa per Budapest e Varsavia nella giornata del 30 settembre, abbia rimandato la decisione nell’attesa che la missione si concludesse. E adesso che la missione è terminata, raccomandando di erogare i fondi in maniera condizionata, ciò che farà Bruxelles sarà indicativo della linea che verrà adottata nei confronti di Fidesz da qui al 2022.