Il clima fra Russia e Stati Uniti è elettrizzante per via dell’approssimarsi dell’appuntamento più atteso dell’anno, ovvero il vertice di Ginevra tra Vladimir Putin e Joe Biden, l’evento spartiacque che consacrerà l’entrata della guerra fredda 2.0 dall’attuale stadio transitorio ad una nuova fase. I lavori procedono a passo spedito, sullo sfondo dell’accadere di un profluvio di fatti, che, lungi dall’essere casuali, serviranno lo scopo di aumentare il potere contrattuale delle parti in sede di bilaterale: dalla crisi nel Donbass dello scorso aprile alle cacce al russo inaugurate in alcuni stati membri dell’Unione Europea, passando per gli attacchi cibernetici e l’introduzione di nuove sanzioni contro il Cremlino.

Tutto converge e nulla stona, anche l’impensabile, perché la diplomazia è l’arte di ordinare le parole fuori posto, mediare i conflitti e calcolare i rischi. E in questo contesto altamente conflittuale e competitivo, dove tutto è frutto della volontà e nulla è figlio della coincidenza, si inquadrano anche le ultime mosse di Russia e Stati Uniti in materia di (dis)accordo sui trattati internazionali.

Cosa sta accadendo

Russia e Stati Uniti hanno confermato recentemente il proprio disappunto nei confronti del Trattato sui cieli aperti (Treaty on Open Skies) – un documento, sì, importante, ma inefficace fintanto che tra i firmatari mancherà la nazione più importante, cioè la Cina –: la prima finalizzando ufficialmente la procedura di abbandono e i secondi ribadendo la posizione della precedente amministrazione. 

Ma non è soltanto il disaccordo verso l’inadeguatezza del Trattato sui cieli aperti che sembra aver messo d’accordo le due nazioni, perché il Cremlino ha dato notizia, nella giornata del 2 giugno, dell’intenzione di annullare il memorandum d’intesa sul suolo aperto (Memorandum of Understanding on Open Ground). Che qualcosa sarebbe accaduto al documento, relativo alla tutela del personale diplomatico straniero durante i viaggi nel Paese ospitante, era stato preannunciato da Sergej Lavrov lo scorso 16 aprile, all’indomani del nuovo ciclo di sanzioni antirusse voluto dall’amministrazione Biden, ma a inizio mese ha trovato conferma ufficiale in un intervento di Sergey Ryabkov.

Ryabkov, viceministro degli Esteri, ha spiegato ai giornalisti che, alla luce di “segnali spiacevoli” provenienti dagli Stati Uniti, le autorità stanno esperendo l’ordinanza emanata dal governo concernente la fuoriuscita della Russia dal memorandum. Inquadrando l’abbandono del sopraccennato documento nel contesto dei preparativi del vertice di Ginevra, al quale ambo le parti bramano di giungere disponendo del più elevato tasso di potere negoziale, non è da escludere che il procedimento recentemente avviato dalle autorità possa subire rallentamenti o accelerazioni a seconda dell’eventuale introducimento di nuove sanzioni contro il Cremlino e/o dell’entrata in scena di nuovi fattori.

Tutto pronto per il vertice di Ginevra

Vladimir Putin e Joe Biden si incontreranno a Ginevra nella giornata del 16 giugno, in quello che è ritenuto (a ragione) l’evento più atteso ed importante del 2021, e quivi avranno modo di discutere di una vasta gamma di argomenti – come sfere d’influenza, controllo degli armamenti, Afghanistan, Bielorussia, Ucraina, Medio Oriente, Cina, interferenze elettorali e attacchi cibernetici – e di provare a concordare i termini di una relazione basata su un mutuo ma produttivo disinteresse nei confronti del disgelo.

Perché né Putin né Biden sono alla ricerca di una pace veridica ed effettiva, dal momento che l’attuale stato di crisi, per quanto fonte di potenziali pericoli, è incredibilmente giovevole ai fini della manovrabilità del consenso, del riordinamento delle istituzioni e della promozione delle ufficiose ideologie di Stato, tanto in Russia quanto negli Stati Uniti. Perché oggi come ai tempi della prima ed originale guerra fredda, o meglio in questo contesto come in ogni altro di rivalità nazionale, i regimi si nutrono delle crisi, dei conflitti e delle animosità per autolegittimarsi e rivitalizzarsi costantemente.

In sintesi, gli inquilini di Cremlino e Casa Bianca non si daranno appuntamento in Svizzera per tentare di porre fine alla guerra fredda 2.0 – utile ad entrambi per delineare le rispettive priorità in un mondo crescentemente multipolare e per stabilire nuove linee rosse, nonché per rimarcare quelle vecchie –, quanto per mettersi d’accordo, laddove possibile, sui modi e sugli strumenti da impiegare per combatterla (e combattersi). Perché se guerra fredda dev’essere, che lo sia in maniera tale da non diventare calda.

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