La geopolitica della corsa allo spazio
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L’Oms, prima ancora di essere un’istituzione scientifica, è un organismo politico interno alle Nazioni Unite. E, come tale, è soggetto a una determinata organizzazione amministrativa sorretta da un bilancio. Tecnicamente dunque l’Oms potrebbe andare in default. Un’ipotesi remota, si potrebbe pensare. Al contrario, l’organizzazione è a rischio fallimento. A lanciare l’allarme è stato nei giorni scorsi il segretario Tedros Adhanom Ghebreyesus: “Se l’attuale modello di finanziamento continua, l’Oms è destinata a fallire”, ha dichiarato senza troppi giri di parole il numero dell’ente.

Come si finanzia l’Oms

Gli uffici di Ginevra sono ogni mattina affollati. Centinaia di impiegati e addetti affollano i locali di Avenue Appia, lì dove sorge il palazzo a pochi passi dal lago di Ginevra dove ha sede l’Oms. Non solo scienziati delle varie commissioni tecniche, ma anche burocrati chiamati a mandare avanti l’attività amministrativa e a far funzionare i vari organismi di autogoverno interno. A partire dalla segreteria, retta per l’appunto dal segretario Ghebreyesus. Poi c’è un consiglio esecutivo composto da 34 membri. Ma il vero centro decisionale è rappresentato dall’assemblea mondiale, formata dai rappresentanti dei 193 Paesi aderenti. Solitamente l’assemblea si riunisce a maggio. Durante le sessioni espletate nella sede di Ginevra, vengono approvate le linee direttive di intervento e soprattutto viene approvato il bilancio. Si stanziano quindi i fondi necessari per il funzionamento dell’Oms e per perseguire i vari progetti sanitari. Dalla lotta alle malattie più diffuse, fino ai programmi relativi ai vaccini e al sostegno dei piani più delicati nei Paesi più poveri, nel bilancio sono queste le voci più importanti almeno sul fronte politico. Questo prima della pandemia da coronavirus, la quale nell’ultimo biennio ha assorbito molte somme e ha fatto dilatare le spese dell’Oms.

Prendendo in considerazione l’era pre Covid, il bilancio dell’ente ammontava a circa 5 miliardi di euro. Tra le voci in entrata, una quota è rappresentata dai cosiddetti “contributi fissi“. Somme cioè date dagli Stati membri in ragione del Pil, del loro peso economico e di altre variabili previste dallo statuto dell’Oms. Si tratta quindi di soldi erogati dai governi come quota obbligatoria dettata dall’appartenenza all’ente. Una volta i contributi fissi costituivano circa il 66% complessivo del bilancio. Nel budget 2018/2019 la percentuale ammontava invece ad appena il 15%. Gli Stati però, oltre ai contributi fissi, erogano anche i contributi volontari. Somme cioè in aggiunta a quelle dovute. La percentuale di questi contributi nell’anno finanziario 2018/2019 è stata del 35%. Complessivamente dunque la mano pubblica nel bilancio Oms, nell’anno finanziario 2018/2019, si è attestata attorno al 50%. La restante parte è arrivata dai privati. A fare la voce grossa in questa sezione è stata la Bill&Melinda Gates Foundation, la fondazione cioè dell’ex patron Microsoft, la quale da sola ha contribuito con mezzo miliardo di Euro, il 10% del totale.

L’Oms potrebbe davvero fallire?

Nel maggio 2022 si riunirà nuovamente l’assemblea mondiale. Primo punto all’ordine del giorno sarà l’approvazione del bilancio 2022/2023. Ghebreyesus, nel lanciare il suo allarme, ha sottolineato come manchino almeno 420 milioni di Euro per coprire tutte le voci di spesa. E questo considerando soltanto la spesa, per così dire, “ordinaria”. Quella cioè derivante dall’organizzazione interna dell’ente, dalla gestione amministrativa e dai piani sanitari avviati negli anni precedenti. Ci sono poi le somme necessarie a garantire la copertura dei programmi di contrasto al coronavirus. La pandemia, nell’anno finanziario 2022/2023, potrebbe arrivare a costare fino a 380 milioni di Euro. Sommando quest’ultima cifra con i 420 milioni del bilancio “extra Covid”, per garantire la sopravvivenza dell’Oms mancherebbero all’appello 800 milioni di Euro. Centesimo più, centesimo meno. Non certo cifre di poco conto. Da qui l’appello del segretario: “Il cambio di paradigma nella salute mondiale che è necessario ora deve essere accompagnato da un cambio di paradigma nei finanziamenti”, ha dichiarato nei giorni scorsi Ghebreyesus.

L’Oms, anche in caso di grave deficit, non chiuderà di certo. Si tratta di un organismo delle Nazioni Unite, non si porteranno dunque i libri contabili nelle sezioni fallimentari dei tribunali. La carenza di fondi però peserà e non poco sulla sua operatività. Il segretario ha chiesto più fondi soprattutto agli Stati. Si sta parlando, nella sede di Ginevra, di un possibile aumento dei contributi fissi. Ma, come sottolineato su QuiFinanza, gli Stati membri non sarebbero affatto d’accordo. Del resto l’Oms dalla gestione della pandemia non ne sta uscendo rafforzato a livello di immagine. I ritardi nel dichiarare l’emergenza, il sospetto di complicità con il governo di Pechino nel nascondere le prime informazioni a inizio 2020 hanno minato il già precario rapporto di fiducia tra la segreteria e molti degli Stati membri. L’ex presidente Usa Donald Trump aveva minacciato a suo tempo di congelare i finanziamenti erogati da Washington, i quali storicamente hanno sempre rappresentato la quota maggiore del bilancio (circa il 15%). Sarebbe già un successo dunque, a meno di ripensamenti in vista di maggio, se si riuscisse a mantenere intorno al 50% la quota determinata dalla mano pubblica.

Il peso dei privati

Il rischio concreto è rappresentato dall’aumento dei finanziamenti erogati dai privati. Come del resto già osservato ben prima della pandemia. La quota coperta dagli Stati è diminuita. Ma questo non tanto per un ridimensionamento dei contributi dei governi, quanto per la crescita dei compiti dell’Oms. A farlo presenti sono gli stessi membri della Gates Foundation: “Partecipo all’Assemblea Mondiale della Sanità quasi tutti gli anni – ha dichiarato Christopher Elias, esponente della fondazione, in un webinar del Graduate Institute – e ogni volta gli Stati membri affidano all’Oms un mandato sempre più ampio e impegnativo, eppure il loro budget non è aumentato negli ultimi 20 anni”. L’aumento delle quote private sta rendendo sempre meno autonomo l’ente con sede a Ginevra. Le somme erogate da fondazioni, filantropi e magnati sono vincolate a specifici progetti. E ovviamente più un privato contribuisce al bilancio, più ha peso politico. Il New York Times ha coniato il termine “Bill Chill” per indicare quei funzionari dell’Oms non sempre d’accordo con i piani di Bill Gates ma che, per non creare buchi al bilancio, si autocensurano.

Una verità non taciuta nemmeno dalle parti di Ginevra. Il 21 gennaio 2021 in un documento del consiglio esecutivo dell’Oms si è ammesso come “la più grande sfida è la mancanza di una fonte sufficiente di finanziamento sostenibile e questo rende l’Oms eccessivamente dipendente dai suoi maggiori finanziatori”. Per questo è stato istituto un gruppo di lavoro per cercare una soluzione. Ma il cammino verso una sostenibilità del bilancio dell’ente appare molto impervio e difficoltoso.

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