In principio furono i giganti Google e Apple a riscrivere le loro carte geografiche per segnalare agli utenti il trasferimento di sovranità avvenuto nel 2014. Negli anni successivi, poi, il tacito placet delle multinazionali statunitensi sarebbe stato affiancato dall’approdo nella penisola contesa di alcune delegazioni di partiti politici provenienti da tutta Europa, come Alternativa per la Germania e Raggruppamento Nazionale, e dalle dichiarazioni di Mike Pompeo circa l’irreversibilità dell’annessione.

Oggi, nonostante il persistere del regime sanzionatorio e a sette anni di distanza dall’annessione della Crimea, il cui status post-referendum è riconosciuto da un numero crescente di Paesi – 15 al momento –, alcune aziende dell’Unione europea stanno cominciando ad accettare la realtà dei fatti, cercando di aprire gli occhi anche alla politica, nella consapevolezza che le sanzioni non hanno funzionato e che Pompeo aveva ragione.

Il mercato dell’acqua

La Crimea ha un problema di scarsità idrica da quando, nell’ormai lontano 2014, le autorità ucraine hanno chiuso i rubinetti del Dnipro nella speranza-aspettativa di rendere quanto più antieconomica possibile l’annessione alla Russia. Nonostante gli sforzi del Cremlino in direzione di un miglioramento della sicurezza idrica nella penisola, continua a persistere il problema delle ore o delle giornate senz’acqua.

Dalla metà del mese di marzo di quest’anno, però, in diverse città della penisola, inclusa la capitale Simferopoli, non è raro che l’acqua scorra senza interruzioni per tre quarti della giornata, ovvero 18 ore su 24. Il merito, per quanto concerne Simferopoli, è della recente costruzione dell’acquedotto Beshterek-Zuysky, un’opera tanto moderna quanto potente che porta la firma dell’insospettabile Danimarca.

Il nome che si cela dietro all’acquedotto salvavita e anticrisi è Grundfos, gigante danese della metalmeccanica che, con un fatturato annuo di oltre tre miliardi di euro, rappresenta un’eccellenza mondiale nel settore pompe e sistemi di pompaggio. E nell’acquedotto Beshterek-Zuysky sono state conteggiate almeno sette CR 185-8 A-F-A-V-HQQV, un’esclusiva targata Grundfos (con la partecipazione di Siemens) che, almeno ufficialmente, non è disponibile per il mercato russo.

Sanzioni aggirate volutamente?

Il dibattito nasce dal fatto che le pompe della Grundfos non dovrebbero trovarsi in Crimea. Il regime sanzionatorio euroamericano, invero, prevede, tra le varie cose, il divieto di beni e tecnologia utili a progetti idrici. Il Cremlino, inoltre, aveva presentato l’acquedotto Beshterek-Zuysky come un progetto puramente russo.

La Siemens, raggiunta dal quotidiano tedesco Deutsche Welle, ha respinto ogni accusa di aggiramento del regime sanzionatorio, spiegando come faccia rispettare la normativa che regola il commercio con i mercati sotto sanzioni. L’atteggiamento della Grundfos, anch’essa raggiunta da DW, è stato radicalmente differente: Grundfos Istra, la sussidiaria di Grundfos specializzata nell’esportazione con la Russia, non ha rilasciato alcun commento in merito alla questione delle pompe, mentre Peter Trillingsgaard, vicepresidente della Grundfos, ha spiegato come la compagnia rispetti rgidamente le sanzioni e non sapesse della presenza di sette CR 185-8 A-F-A-V-HQQV nella penisola.

Il caso, sollevato dal quotidiano tedesco DW, ha condotto le autorità danesi ad aprire un fascicolo investigativo a carico di Grundfos. Gli inquirenti cercheranno di capire come le pompe siano giunte in Crimea e, soprattutto, se la compagnia ne fosse al corrente e abbia cercato volutamente di insabbiare l’affare. Una cosa, comunque, sembra abbastanza certa: le corporazioni multinazionali hanno compreso quanto sia antieconomico ed anacronistico il regime sanzionatorio e, se mai la Grundfos dovesse venire incriminata, potrebbe godere della compagnia di un numero crescente di grandi firme occidentali beccate a fare affari in Crimea, dal turismo alle infrastrutture.

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