“La missione Irini è il classico caso di una montagna che partorisce un topolino”, aveva dichiarato nello scorso mese di aprile su InsideOver la docente Michela Mercuri. E la realtà, giorno dopo giorno, sta confermando la veridicità di quelle dichiarazioni. La nuova operazione, voluta dall’Unione Europea in sostituzione della precedente missione Sophia, dovrebbe avere come obiettivo quello di frenare il flusso di armi verso la Libia e garantire il rispetto dell’embargo verso il Paese nordafricano. Ma ancora l’operazione non è partita, nonostante la missione Sophia sia terminata già lo scorso 31 marzo. E nelle scorse ore ad intervenire in merito è stato il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Il titolare della diplomazia italiana, ha annunciato la volontà del governo di Roma di fornire ad Irini un contingente di 500 uomini, più un’unità navale e tre mezzi aerei. Previa però, come ha sottolineato lo stesso ministro, l’autorizzazione delle Camere.

La posizione italiana su Irini

Il nome della missione è greco, vuol dire “Pace” ed è stato scelto dai greci. Basta questo per far intuire la partita politica interna all’Ue che l’Italia si sta giocando con l’operazione. La precedente missione Sophia è stata comandata dal nostro Paese ed ha avuto Roma come quartier generale. Oggi invece è Atene che scalpita maggiormente per avere il comando dell’operazione, un modo per dare un segnale alla confinante Turchia che tanto in Libia quanto nel Mediterraneo orientale è sempre più protagonista e desta molte preoccupazioni agli stessi greci. Secondo le ultime indiscrezioni, Italia e Grecia dovrebbero dividersi il timone di Irini: dovrebbe essere il nostro Paese ad esprimere il nome del comandante in un primo momento, per poi lasciare il timone alle autorità elleniche.

Questo ben fa comprendere come per l’Italia è importante recitare un ruolo da protagonista nell’ambito della nuova missione. Soprattutto perché, più in generale, in ballo c’è la nostra posizione all’interno del contesto libico. Di Maio dunque, rispondendo durante il Question Time alla Camera, ha chiarito che l’Italia è pronta a fare la sua parte: “Stiamo valutando – ha dichiarato il capo della Farnesina – la partecipazione del nostro Paese alla missione Irini con un contingente di 500 unità”. Come detto in precedenza, l’Italia dovrebbe schierare 3 mezzi aerei ed un’unità navale: “Previa naturalmente l’autorizzazione da parte delle Camere – ha specificato Di Maio – così come previsto dalla legge per la partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali”.

Cos’è la missione Irini

Della nuova operazione si è iniziato a parlare all’indomani della conferenza sulla Libia di Berlino, tenuta lo scorso 19 gennaio. In quell’occasione, i leader dei principali Paesi protagonisti nel dossier libico hanno sottoscritto un documento di 55 punti in cui, tra le argomentazioni principali, vi era quella relativa a garantire il rispetto dell’embargo delle armi e del cessate il fuoco. Da qui la possibilità di potenziare la missione Sophia, avviata nel 2015 ma che da qualche mese a questa parte veniva condotta senza l’ausilio di unità navali. Alla fine, soprattutto per via della perplessità di alcuni Paesi, tra cui l’Austria, dovuta alla possibilità che le navi di Sophia potessero trasformarsi nei mezzi per portare più migranti in Europa, si è deciso di accantonare l’operazione e dare vita ad una nuova missione.

Irini però, almeno per il momento, di diverso rispetto a Sophia ha soltanto il nome. Torneranno sì le unità navali in mare, tuttavia ancora non sono ben chiare le regole di ingaggio ed il prospetto della missione non è diverso da quello originario della precedente operazione. Nel frattempo però la guerra in Libia è proseguita e le armi, nonostante le limitazioni negli spostamenti imposte dalle norme anti coronavirus nel Paese, sono continuate ad affluire. La missione non sembra quindi poter garantire un concreto apporto alla situazione in Libia, così come appare lontano l’altro obiettivo per il quale è stata concepita: riportare l’Europa al centro della scena nel dossier libico.

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