Per molti è una riunione quasi inutile, una mera ostentazione di potenza da parte di sette leader mondiali e nulla più. Di certo, il G7 nel corso della sua oramai pluridecennale esistenza ha fatto sempre discutere e ha suscitato non poche polemiche. Tuttavia, andando a guardare alla sua genesi, la riunione dei sette è nata per motivi più pragmatici ed economici che per mere passerelle politiche.
Il primo G7 si è avuto infatti nel 1975 ed è stato organizzato in Francia, sotto la supervisione dell’allora capo dell’Eliseo, Valéry Giscard d’Estaing. Il periodo è quello economicamente più drammatico del secondo dopoguerra, caratterizzato dalla fine del regime di Bretton Woods e l’introduzione del tasso variabile del dollaro. Di quegli anni è anche il periodo di austerità seguito alla guerra dello Yom Kippur del 1973 e, di conseguenza, del boicottaggio arabo sull’export di petrolio.
La nascita della “riunione dei 7”
Serviva quindi, in quella precisa fase, un coordinamento tra le maggiori economie del mondo. Non tra i Paesi più ricchi, come erroneamente si è portati a pensare, o quelli che economicamente appaiono più in salute e in grado di vantare bassi tassi di povertà. Le economie prese in considerazione sono state quelle in grado di assorbire e influenzare buona parte dell’andamento del Pil mondiale. In poche parole, il nascente G7 doveva inglobare le sette maggiori potenze industriali. Il perché è stato dettato, in primo luogo, dalla necessità del momento: andare a trovare soluzioni internazionali di medio e lungo periodo per rilanciare un’economia globale in affanno. E, nell’ottica dei vertici delle istituzioni politiche e finanziarie di allora, a partire dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi), questo ruolo poteva spettare soltanto chi deteneva le chiavi della produzione industriale e dell’economia internazionale.
La presenza dell’Italia tra i grandi
L’Fmi ha calcolato che le economie del G7, ancora oggi, contribuiscono al 60% del Pil globale. Si tratta quindi di un “club” ristretto ma ritenuto determinante per le sorti economiche e politiche internazionali. Gli Usa resistono nel loro ruolo di prima economia mondiale, seppur incalzati da altri attori tra cui, soprattutto, la Cina. In passato, l’egemonia di Washington è stata messa seriamente in discussione dal Giappone, non a caso subito chiamato già nel 1975 a far parte dei grandi. Germania Ovest e Francia anche negli anni Settanta erano considerate le locomotive d’Europa. Non senza l’Italia, però. Ed è qui che a entrare in gioco è stato anche il nostro Paese. Roma ha da subito fatto parte dell’esclusivo club dei grandi. A contribuire a tutto questo è stata l’economia della Penisola, forgiata dal boom economico degli anni post bellici, dal suo alto livello di industrializzazione e dalla sua strada intrapresa verso una decisa modernizzazione.
Per l’Italia, essere tra i grandi ha voluto significare molto in termini politici. Nonostante i suoi limiti e nonostante le storture di un sistema politico perennemente agitato, il Bel Paese è entrato comunque nel novero dei Paesi più avanzati e dunque nel gruppo molto ristretto di chi è chiamato ad avere un ruolo importante a livello internazionale.
L’importanza per Roma di rimanere tra i grandi
La domanda, guardando all’andamento degli ultimi anni, sorge spontanea: l’Italia è in grado di rimanere tra i grandi? Prima occorrerebbe però comprendere che cosa si intende per “grandi”. Perché il mondo di oggi è enormemente diverso da quello del 1975. Oggi ci sono altri grandi che bussano alla porta. Prima si è citato il caso della Cina, ma ovviamente occorre includere tra i Paesi emergenti anche l’India, la Corea del Sud e altri colossi industriali di primaria importanza.
In poche parole, prima di capire se l’Italia può ancora far parte del G7, serve comprendere se ha ancora senso tenere in vita il G7. Non sono pochi coloro che, specialmente negli ultimi anni, hanno rilanciato l’idea di un più semplice G2, ossia il confronto limitato esclusivamente a Stati Uniti e Cina.
Il punto però è che, nel corso dei decenni, il G7 si è trasformato in un appuntamento più marcatamente politico. Dove a essere stato conservato è stato soprattutto il carattere dell’esclusività. Sono infatti sorte di recente altre riunioni più allargate, come tra tutte il G20, e qui effettivamente a salire in cattedra sono state altre nazioni oltre al club dei sette.
Ma con la sua esclusività, il G7 permette alle potenze della prima ora di continuare ad avere un confronto ravvicinato. Un modo, in poche parole, per coniugare l’importanza economica con quella politica acquisita negli anni. L’Italia, nonostante le difficoltà, è ancora dentro al club e non sembrano esserci elementi in grado di ipotizzare una sua defenestrazione. Per il nostro Paese questo appare quanto mai importante: essere nel G7 dona a Roma un peso politico che, diversamente, rischierebbe di non avere.