Il vertice di Ginevra è oramai alle porte e non v’è momento migliore di questo per aprire una riflessione sulla cosiddetta Guerra fredda 2.0 e sul ruolo che l’Italia potrebbe e dovrebbe giocare all’interno del confronto egemonico che sta scrivendo le sorti del ventunesimo secolo. Come abbiamo avuto modo di vedere (e dimostrare), un’adesione malconcepita allo scontro comporterebbe più rischi che benefici, e i contraccolpi del regime sanzionatorio contro la Russia ne sono l’evidenza lapalissiana, perciò è fondamentale che i nostri decisori politici formulino una strategia improntata simultaneamente all’efficacia (ovvero che sia produttiva), alla lealtà (nei confronti dell’Occidente) e alla lungimiranza (cioè che non danneggi la sicurezza e gli interessi della nazione nel medio-lungo termine).

Costruire una strategia che soddisfi i tre imperativi di cui sopra, per quanto apparentemente arduo, potrebbe rivelarsi piuttosto semplice. Perché l’Italia repubblicana, in quanto estranea ed ostile alle logiche e ai meccanismi della politica di potenza, ha storicamente perseguito e idoleggiato l’equilibrismo tattico (o si dovrebbe parlare, piuttosto, di “tattica equilibrata”?), per ragioni tanto pragmatiche – tra le quali l’assenza di un apparato militare capace di azioni offensive durevoli – quanto valoriali – palesate dall’indole pacifista dell’opinione pubblica e condizionate dal fattore Vaticano.

Gli antenati stanno suggerendo la via ai contemporanei: l’Italia, terra di commercianti-diplomatici avvezzi alla costruzione di ponti sin dai tempi delle repubbliche marinare, dovrebbe dedicarsi più allo stemperamento delle tensioni tra i blocchi che al loro aggravamento, preferendo al muscolarismo alla Visegrad un recupero e un’attualizzazione dei modi operandi et cogitandi di giganti del secondo Novecento come Giorgio La Pira, Enrico Mattei, Amintore Fanfani, Bettino Craxi, Alcide de Gasperi e Giulio Andreotti.

Quale strategia per la Cina?

Nel nuovo clima da Guerra fredda che si è generato negli ultimi anni, l’Italia deve scegliere che cosa fare e quale ruolo ricoprire. Due sono le opzioni papabili: sbandierare l’asta dell’occidentalismo a oltranza, e dunque dare manforte agli Stati Uniti e alle potenze occidentali contro il “nuovo” che avanza, oppure mantenere un equilibrismo più volte sfoggiato nel corso degli anni e in situazioni analoghe. Impensabile, o comunque molto difficile, immaginarsi l’Italia voltare completamente le spalle agli Stati Uniti per abbracciare le istanze russe o cinesi.

Analizziamo, nell’ambito delle relazioni con la Cina, le prime due alternative citate. Qualora l’Italia aderisse alla crociata organizzata da Joe Biden – una crociata pensata appositamente per frenare l’ascesa della Cina, creando un gruppo di alleati democratici per isolare il Dragone –, perderebbe ogni occasione di poter fare affari con il gigante asiatico. O comunque non avrebbe più alcun accesso privilegiato, a patto che il nostro Paese ne abbia mai avuto uno. Questo significa addio al mercato cinese (una platea formata teoricamente da 1.4 miliardi di consumatori) e tanti saluti agli ipotetici vantaggi futuri rappresentati dalla Nuova Via della Seta.

L’alternativa appare invece più allettante, anche se non priva di rischi, perché mantenere l’equilibrio tra vecchio e nuovo è un gioco pericoloso. Detto altrimenti: l’Italia ha le carte in regola per restare a metà del guado, ma non potrà mantenere una posizione del genere per molto tempo. Quando e se le tensioni aumenteranno, sarà impossibile non prendere posizione.

Alla ricerca di una “terza via”

L’Italia potrebbe “inventare” una terza via concreta. Nel caso in cui Roma non volesse – come è ovvio – cestinare i profondi legami con gli Stati Uniti e il resto dell’Occidente, il governo italiano avrebbe l’occasione di mantenersi nell’alveo dell’atlantismo, pur continuando a fare affari con la Cina. In tal caso, più che equilibrismo, l’Italia agirebbe pro domo sua.

Per quale motivo, del resto, il nostro Paese dovrebbe compromettere la propria presenza strategica oltre la Muraglia per via di una Guerra fredda 2.0 a cui è sostanzialmente estranea? O meglio: perché l’Italia dovrebbe pagare colpe non sue? È vero che Roma non è in posizione per dettare legge in campo internazionale, ma è altrettanto vero che Parigi e Berlino, ad esempio, sono sempre rimaste fedeli a Washington pur avventurandosi in fittissime relazioni con Pechino. La Francia, ad esempio, ha perfino contribuito, in ambito scientifico, a costruire l’Institute of Virology di Wuhan, mentre la Germania ha fatto della Cina il proprio volano economico del settore dell’automotive. Forse è arrivato il momento che l’Italia scelga di schierarsi, sì, ma in nome solo e soltanto dei propri interessi economici e commerciali.

Noi e la Russia: Crimea 1855 o Mosca 1980?

Quella fra Italia e Russia è la storia di un lungo e corrisposto amore, sin dalle origini mediato dalla potente Chiesa cattolica, che è stato interrotto saltuariamente da episodiche manifestazioni d’odio. Perché se è vero che gli italiani furono tra i più entusiasti partecipanti alla guerra di Crimea, lo è altrettanto che furono tra i primi a riconoscere l’Unione Sovietica negli anni Venti e che, all’acme della Guerra fredda, incuranti della rigida divisione del sistema internazionale in due blocchi contrapposti, con essa siglarono accordi coraggiosi in tema di energia e commercio – trainati dal dinamico duo Enrico Mattei-Luigi Longo – e al suo interno aprirono degli importanti stabilimenti produttivi – Togliatti 1964-66 –, rompendo dei temuti tabù e facilitando indirettamente il dialogo tra il Primo ed il Secondo Mondo. 

L’Italia, oggi come allora, è chiamata a privilegiare la costruzione di ponti all’erezione di muri, attingendo all’eredità inestimabile e agli insegnamenti sempreverdi dell’Ostpolitik vaticana, della Divopolitik primorepubblicana e del vissuto di Mattei. Quel legato di lezioni in materia di diplomazia, strategia e statismo, trasmesso alla contemporaneità da coloro che hanno permesso all’Italia di rinascere come un’araba fenice dalle proprie ceneri – la Seconda guerra mondiale e la guerra civile –, ci dice che sindaci e città globali possono fare la differenza (La Pira), che le scelte produttive di un privato possono avere ripercussioni internazionali (Fiat a Togliatti), che lo sport può dividere i popoli così come può unirli (Olimpiadi di Mosca 1980: boicottate da Washington e più di sessanta nazioni, ma sostenute da un manipolo di Paesi guidato impavidamente da Roma) e che, spesso, un chierico può fare da paciere in un litigio tra un laico e un noncredente (Giovanni XXIII e la crisi dei missili di Cuba).

Il tempo scorre, la crisi va accentuandosi e le possibilità di ritagliarci e reclamare un ruolo di ponte tra Occidente ed Oriente diminuiscono. Per l’Italia, dunque, è arrivato il momento di ponderare diligentemente non da quale parte stare – dato che la nostra appartenenza geopolitica è fuori discussione –, quanto la strategia da adottare, ovvero se Crimea 1855 o Mosca 1980. Perché si può essere membri del blocco-civiltà occidentale pur non rigettando in toto la Belt and Road Initiative od optando di non partecipare alla deleteria caccia al russo neomaccartista, senza che ciò equivalga ad un tradimento nei confronti degli alleati maggiori e/o che ci trasformi in inaffidabili cavalli di Troia. E perché, soprattutto, si può vincere la sfida della Guerra fredda 2.0 senza sfoderare le armi, nuotando controcorrente per mostrare ai sostenitori del si vis pacem para bellum che noi, Italia, abbiamo una lunga, collaudata, vincente e atipica tradizione di si vis pacem para pacem.

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