Non appare certo chiara la situazione a Tobruk in queste ore. Nella città della Cirenaica che ospita il parlamento libico che costituisce il braccio politico del potere di Haftar nell’est del paese, si conferma e si smentisce nel giro di poche ore l’approvazione delle modifiche costituzionali volte a definire l’impianto elettorale del paese. Un passaggio delicato, atteso per la verità da mesi. Sul tavolo, in particolare, sono in ballo le modifiche al consiglio presidenziale e quelle relative all’articolo 6 dell’attuale legge costituzionale. Secondo il portavoce di Aguila Saleh, presidente della camera, lunedì scorso i deputati avrebbero approvato tali modifiche. Si sarebbe dunque optato per la riduzione del consiglio presidenziale da 9 a 3 membri, mentre il nuovo articolo 6 prevederebbe la divisione del paese in tre collegi elettorali. Il condizionale è però d’obbligo: come si legge su AgenziaNova, i deputati Ziyad Dugheim e Masbah Duma smentiscono l’approvazione. 

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Eppure nelle scorse ore su channel218, una delle emittenti libiche più seguite, sono apparsi i documenti che testimonierebbero l’approvazione delle modifiche e dunque il raggiungimento di un accordo politico nella camera con sede a Tobruk. 

L’articolo 8 come nodo della discordia? 

Pochi giorni prima della votazione del 26 novembre, il deputato Al Saidi, ritenuto tra i più vicini ad Haftar, ai nostri microfoni ha in qualche modo anticipato quale potrebbe essere la questione più spinosa inerente il “giallo” sull’approvazione delle modifiche alla camera. Rispondendo ad una delle domande per Gli Occhi della Guerra sul futuro del processo di stabilizzazione della Libia, Al Saidi fa riferimento all’articolo 8 della legge costituzionale: “È vero che il parlamento ha espresso perplessità sulla conferenza di gennaio – afferma il deputato – La principale ragione sta nell’articolo 8, che secondo noi potrebbe essere dannoso per il Libyan National Army”. In questo articolo viene stabilito che il capo delle forze armate deve essere il presidente del consiglio presidenziale. Una norma che darebbe, allo stato attuale, la leadership dell’esercito ad Al Sarraj e non ad Haftar. L’uomo forte della Cirenaica non vuole di certo cedere il controllo sulle forze armate, nel momento in cui si dovrebbe poi trovare un accordo sulla loro unificazione. Un argomento, quello della riunificazione dell’esercito, che dovrebbe essere toccato per l’appunto a gennaio durante la conferenza da tenere in Libia ed al quale si sta lavorando dalle ore successive al vertice di Palermo. 

Nelle parole di Al Saidi ben si comprende dunque la preoccupazione per Tobruk relativa all’articolo 8. Se Haftar non vuole cedere nemmeno in via transitoria il suo ruolo nell’esercito, certamente Al Serraj non ha intenzione di rinunciare alle prerogative dategli dall’articolo 8. Difficile, in questo contesto, trovare un accordo all’interno della camera e tra le varie altre forze in campo attualmente. Far “digerire” ulteriori modifiche della legge costituzionale, a seguito di ulteriori compromessi dell’una o dell’altra parte, appare impresa ardua. Da qui forse il caos sull’approvazione (solo presunta) delle modifiche costituzionali: “Il problema è che non si sa in quanti erano a votare – dichiara il giornalista Alessandro Scipione – Ci sono difficoltà a volte per raggiungere Tobruk e dunque in alcuni casi fanno votare a distanza. Ma questa non sempre è una procedura legalmente valida”.

Al Saidi: “L’Italia si allontani dal Qatar” 

Con il deputato di Tobruk tocchiamo, più in generale, i temi più importanti inerenti il proseguo del percorso di stabilizzazione ed i rapporti tra Italia e Libia. Al Saidi lo scorso 12 novembre a Palermo è presente ma, quando ancora risulta in forse l’arrivo di Haftar  nel capoluogo siciliano, desta molto scalpore la sua decisione di alzarsi dal tavolo tecnico sull’economia in corso a villa Igiea: “Sì è vero, ho deciso di abbandonare il summit – dichiara Al Saidi – Ma questo perchè l’agenda non era più quella concordata con gli italiani durante la mia visita dello scorso 12 ottobre. Non aveva più senso rimanere”. Voci di corridoio nelle ore del vertice parlano però anche di malumori legati ai rapporti tra Roma ed i Fratelli Musulmani: “Secondo me la Fratellanza è un ostacolo alla pace”, taglia corto Al Saidi confermando la sua posizione e quella, probabilmente, di buona parte del parlamento di Tobruck. 

Di sicuro il tema dei Fratelli Musulmani sta rappresentando un nervo scoperto nel processo di dialogo tra i vari attori libici. Haftar non fa mistero di considerarli alla stregua dei terroristi, alcune delle argomentazioni fornite dal generale circa i suoi dubbi sulla partecipazione al summit palermitano riguardano proprio la presenza di alcuni elementi dei Fratelli Musulmani. E che la distanza con Al Sarraj dipenda anche dalla presenza di uomini della fratellanza nel suo esecutivo lo fa intuire lo stesso Al Saidi: “Al Sarraj è un membro molto vicino ai Fratelli Musulmani, questo forse non tutti i libici ancora lo sanno”. Il deputato, dal canto suo, non conferma la circostanza secondo cui la sua presa di distanza dagli incontri di Palermo sia o meno legata ai malumori sulla fratellanza. Al Saidi però riporta il non gradimento, suo e di molti suoi colleghi, circa i rapporti tra Italia e Qatar. 

I rappresentanti di Doha il 12 novembre sono presenti a Palermo, assieme a quelli turchi: i due paesi sono i massimi finanziatori della fratellanza. Tuttavia solo questi ultimi decidono di andare via anzitempo dalla Sicilia quando emerge ben chiaro, secondo loro, il tentativo di isolare alcuni elementi legati ai Fratelli Musulmani. Il Qatar rimane ed anzi l’emiro, pochi giorni dopo, viene ricevuto con tutti gli onori al Quirinale: “Ma Roma deve sapere – dichiara Al Saidi – Che la relazione con Doha è sconveniente. Io consiglio al governo italiano di stare lontano da quello del Qatar”. Con riferimento sia alla visita dell’emiro nella capitale che all’incontro di Salvini con i vertici qatarioti a Doha, avvenuto a pochi giorni dal vertice, Al Saidi aggiunge: “Il Qatar danneggia la Libia e Roma deve decidere se stare con il Qatar oppure se puntare ad avere un ruolo nel futuro della Libia”. 

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Pur tuttavia Al Saidi, che è uno dei rappresentanti di quella parte orientale della Libia con la quale l’Italia non ha grandi rapporti fino a pochi mesi fa, non critica del tutto la politica del nostro paese: “Fino all’anno scorso Roma era soltanto a Tripoli, riconosceva solo quel governo. Adesso invece ha iniziato ad avere anche buone relazioni con l’est della Libia”. Un punto di partenza forse, secondo Al Saidi. Intanto, tra riforme costituzionali, Fratelli Musulmani e conferenza di gennaio, i libici aspettano nelle prossime settimane di sapere se il programma di riconciliazione può o meno definitivamente partire.