L’Italia ha un grave problema nella sfera della politica estera: non riesce a capitalizzare geopoliticamente il notevole contributo (umano ed economico) dato alle missioni di pace internazionali e neanche il titolo di dominatore commerciale posseduto in una grande varietà di teatri, dai Balcani al Medio Oriente. La questione è più seria di quanto già non appaia, trattandosi, quella italiana, di una politica estera molto sui generis, poiché estesa ed impegnata, indi dispendiosa, ma simultaneamente disinteressata al ritorno economico (e politico) degli investimenti effettuati.

Curioso ed emblematico è, a proposito del tema della mancata capitalizzazione geopolitica, il caso studio del Libano: tormentato Paese mediorientale in cui l’Italia, ivi presente in qualità di insolito peso massimo militare-economico, potrebbe conseguire risultati straordinari in termini di influenza politica e culturale.

L’Italia in Libano

L’Italia è sbarcata militarmente in Libano nel lontano 1982, anno dell’inizio della missione Italcon, con l’obiettivo di contribuire alle cause della ricostruzione e del mantenimento della pace. Vincendo il determinante supporto dell’allora emergente Hezbollah, con il quale abbiamo stabilito un tacito patto di coesistenza che ha risparmiato perdite e problemi al nostro contingente, siamo riusciti a trasformare un’esperienza concepita come fugace e transitoria nel trampolino di lancio verso qualcosa di sostanzialmente differente: un partenariato informale, solido e voluto da ognuna delle parti, cioè Beirut, il partito di Dio e (alcuni)  alleati maggiori.

È per i motivi di cui sopra che, dal 2018, l’Italia è stata messa a capo della Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite, altresì nota sotto l’acronimo UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon). Perché noi, paradossalmente, molto più della Francia – che del Libano è stata mandataria dal 1923 al 1946 per ordine della Società delle Nazioni – e della Turchia – che su di esso ha esercitato un controllo esclusivo per quattro secoli –, possediamo gli strumenti e la forma mentis necessari e richiesti per operare in questo contesto estremamente sensibile, frammentato internamente dalle divisioni interreligiose ed esternamente esposto alle mosse degli scacchisti bramosi di fare scacco matto nel caotico Medio Oriente.

L’Italia, in breve, benvoluta dal governo centrale perché percepita come una potenza umanitaria e non-coloniale e benaccetta persino da Hezbollah, in ragione della tradizionalmente amichevole linea diplomatica nostrana nel mondo musulmano, ha potuto costruire in Libano una presenza robusta e multiforme, stesa dalla sicurezza al commercio. E, oggi, avendo piena cognizione della rilevanza di Beirut al fine della stabilità regionale, nonché della sua centralità all’interno della competizione tra grandi potenze, siamo chiamati a raccogliere ciò che abbiamo seminato in questi decenni, facendo della Terra dei cedri un angolo di italianità nel Mediterraneo orientale.

Cosa facciamo e cosa si dovrebbe fare

Tutte le nazioni sono uguali, ma alcune sono più uguali di altre; questo è il motivo per cui, in Libano, gli investimenti provenienti dall’Italia sembrano venire accolti in maniera particolarmente piacevole.  Nel 2019, ad esempio, fu l’allora primo ministro libanese, Saad Hariri, ad invitare ufficialmente le imprese italiane ad aumentare gli investimenti nella Terra dei cedri, in occasione di una visita a Beirut dell’omologo italiano, Giuseppe Conte.

Un appello interessato – il bisogno di capitale nell’economia – ed interessante – per la palese italofilia –, quello di Hariri, che (ci) ricorda come Roma, pur figurando seconda nella classifica dei principali partner commerciali di Beirut – superata da Pechino nel lontano 2013, dopo anni di primato in solitaria –, non rientri nell’elenco dei più grandi investitori stranieri in loco: una situazione a cui porre rimedio, onde evitare il replicarsi di scenari in stile Albania o stile Somalia.

E perché sia importante impedire che la Terra dei cedri torni ad essere un mandato informale parigino, od un protettorato neo-ottomano, può essere pienamente esplicato attraverso i seguenti punti:

  • Il porto di Beirut ha storicamente rivestito un ruolo centrale nel Mediterraneo – da qui l’imperativo di protagonizzare la gara per la ricostruzione –;
  • Il controllo del Libano è vitale ai fini della stabilità mediorientale e dell’egemonizzazione del Mediterraneo orientale – perciò Turchia e Francia stanno cercando di imporsi assertivamente sul Paese, facendo sapientemente leva su strumenti quali commercio e investimenti. Gli investimenti diretti esteri provenienti dall’Eliseo, ad esempio, sono raddoppiati dal 2010 al 2017, passando da 295 milioni di euro a 612 milioni. E, similmente, l’interscambio commerciale complessivo turco-libanese è aumentato del 25% dal 2016 al 2017.
  • Controllare il piccolo ma pivotale Libano equivale ad avere una voce altisonante nel metano-ricco Mediterrano orientale. In altre parole: accesso privilegiato ai giacimenti localizzati in prossimità del e dentro il cosiddetto triangolo d’oro.
  • La geografia rende il Libano un potenziale e valido partner nel contenimento e contrasto dell’agenda egemonica turca nel Mediterraneo orientale;
  • La centralità del Libano è destinata ad aumentare negli anni a venire in ragione della mescolanza di fattori endogeni – in primis il possibile ridimensionamento di Hezbollah – ed esogeni – primariamente dati dalla guerra fredda tra Israele e Iran e secondariamente legati alla realizzazione della Nuova Via della Seta (non è una coincidenza, e neanche un incidente, che la Cina sia divenuta il primo partner commerciale del Paese).

In sintesi, quello che l’Italia è chiamata a fare in Libano, terra con la quale i popoli dello Stivale sono stati in contatto sin dall’epoca preromana, è piuttosto chiaro: difendere lo stato di dominanza commerciale, incrementare il livello degli investimenti diretti esteri, partecipare attivamente alla gara per la ricostruzione di Beirut, devolvere maggiori risorse all’impegno umanitario e culturale in loco – funzionale a cristallizare l’impronta nostrana e a migliorare la nostra immagine presso popolazione e dirigenza – e, soprattutto, lavorare affinché la nostra sfera d’influenza non venga erosa dalle manovre francesi e turche. Perché in gioco, più che l’accesso ad un mercato, v’è il destino del Mediterraneo allargato.

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