Italia e Turchia, culle della Città Eterna e della Sublime Porta, storicamente influenzate dall’epopea dell’impero romano e divise da secoli di incomprensioni, schermaglie e guerre, si trovano, oggi, costrette a collaborare nel nome della comune appartenenza all’Alleanza Atlantica e a condividere lo scettro su innumerevoli teatri geopolitici di primo piano, dai Balcani occidentali alla Tripolitania e dal Caucaso meridionale all’Africa orientale.

La cosiddetta svolta filoturca è avvenuta durante l’era Conte, trainata da Luigi di Maio e legittimata dal timore dell’allargamento della competizione tra grandi potenze nel Mediterraneo allargato. L’Italia, in sintesi, aveva e ha bisogno di fare squadra con una potenza che potesse e possa aiutarla a non restare schiacciata dal crocevia di rivalità che ha trasformato il Mare Nostrum nel Mare Omnium. La Turchia, similmente, abbisognava e abbisogna di liquidità ed investimenti e di sponde utili a bilanciare e mediare i rapporti con Francia e Germania.

I fatti successivi, però, hanno mostrato all’Italia come questa convergenza tattica, limitata nel tempo ma estesa nello spazio, comporti tante opportunità quanti rischi. Perché la Turchia, a differenza dell’Italia, è ancora avvolta dal manto della storia, ergo non è estranea né ostile alla diplomazia delle cannoniere, possiede una  forma mentis innatamente imperiale e pianifica le proprie mosse con la cura di uno scacchista, in quanto votata al perseguimento di un disegno geopolitico ed identitario di dimensioni ampie e temporalità lunga.

Il periglio, in sintesi, proviene più da un risucchiamento dei satelliti italiani nell’orbita turca che da un annichilimento provocato dalla competizione tra grandi potenze. Nella cognizione del contesto complessivo, dei limiti nostrani e delle ambizioni anatoliche, la domanda sorge spontaneamente: quale linea dovrebbe seguire l’Italia di Mario Draghi nei confronti della Turchia? Trovare una risposta è più che necessario – è fondamentale –, perché trattasi di uno dei tre dossier più delicati che dovrà affrontare l’esecutivo, insieme a Libia e Germania.

Un’amicizia necessaria

L’Italia ha bisogno della Turchia nello stesso modo in cui la Turchia ha bisogno dell’Italia; è su questo elemento, tutt’altro che trascurabile, che dovrebbe fare leva la nostra classe dirigente per incoraggiare le controparti anatoliche a cessare con le provocazioni – come la recente aggressione alla Michele Giacalone – e con le invasioni di terreni negli spazi condivisi – come in Albania, Libia e Somalia.

La dirigenza nostrana può e deve far sì che la Turchia consideri l’Italia un collaboratore paritario con il quale operare un divide et impera mutualmente benefico anziché ritenerla un socio di minoranza da sfruttare e marginalizzare in un’ottica di rilevazione aziendale. Tale risultato non potrà essere conseguito cercando lo scontro finale, sia perché si tratterebbe di affrontare una potenza storica sia perché Palazzo Chigi non riceverebbe alcun benestare dalla Casa Bianca e dalle cancellerie europee, da ciò l’imperativo di utilizzare con callidità e malizia gli strumenti a nostra disposizione.

Cosa dovrebbe fare l’Italia

Escluso il ricorso ad un muscolarismo difensivo basato sull’oculum pro oculo – che, peraltro, potrebbe risultare controproducente perché estraneo alla tradizione italica postbellica –, l’Italia, se volesse ricalibrare l’asse con la Turchia in direzione dell’equilibrio, dovrebbe militarizzare lo strumento economico. I numeri possono esplicare il fondamento di questa linea d’azione:

L’Italia, in sintesi, potrebbe capitalizzare politicamente il radicamento capillare nel sistema economico-finanziario turco, alterando destramente i flussi di esportazioni e investimenti sulla base dell’evenienza e della contingenza. Una riduzione drastica e repentina dell’esportazione di un determinato bene, che Ankara potrebbe ottenere altrove ad un costo maggiore e con tempistiche dilatate, avrebbe degli effetti significativi al tavolo delle trattative. Pari implicazioni verrebbero determinate dal riorientamento extra-anatolico delle scelte di localizzazione produttiva dei giganti nostrani, che, chiudendo uno stabilimento, impatterebbero negativamente nell’immediato e nel concreto dell’economia reale.

Il rischio di contraccolpi è da tenere in considerazione, perché, di nuovo, trattasi di stabilire i termini di un modus convivendi con un attore storico, per di più in ascesa, ma nessun piano d’azione è esente da incognite in politica. A contare, più che la gravità e l’elevatezza dei rischi potenziali, è il possesso di schemi di contigenza attivabili se e quando necessario. Perché in materia di commercio e investimenti, il manico del coltello è dalla parte dell’Italia: è sufficiente un’impugnatura adeguata.

Militarizzazione dell’economia a parte, l’Italia è chiamata ad emanciparsi dall’apatia che la contraddistingue in materia di difesa effettiva dei propri interessi nazionali. Interessi che coincidono con la protezione della propria flotta di pescherecci, anche per questioni di prestigio ed immagine, e con il tracciamento di linee rosse negli innumerevoli spazi condivisi tra Roma e Ankara – unico modo, questo, per evitare che da condivisi divengano contesi, e dunque oggetto di guerreggiamento.

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