Il Covid ha ridotto per il momento le possibilità di spostamento ed arrivare nel cuore dell’Africa è più difficile. Ma basta guardare alcuni video degli anni recenti sui social per rendersi conto delle peculiarità di una capitale africana in particolare: Asmara. Principale città dell’Eritrea, da sempre viene definita come una sorta di “piccola Roma”. Molti suoi quartieri sono stati costruiti negli anni ’30, all’apice della presenza italiana nel Paese. Per questo intere zone hanno l’aspetto urbanistico e architettonico assunto dalle città della penisola nell’era pre bellica. Asmara è però al tempo stesso simbolo delle potenzialità perse dall’Italia in Africa. Nonostante qui sia ben evidente il passaggio italiano, oggi non esiste più nemmeno una scuola di italiano. L’unica, aperta nel 1935, ha chiuso i battenti durante la pandemia. Per Roma è un segnale importante: il Soft Power nel continente africano potrebbe avere molte possibilità di successo, ma occorre cambiare passo.

Dalla Libia alle altre ex colonie: tutte le opportunità per l’Italia

Subito dopo la Sicilia c’è il Mediterraneo e subito dopo il Mediterraneo c’è l’Africa. Basta ricordare questa basilare nozione geografica per spiegare il concetto di “Mediterraneo allargato” e la vocazione italiana, a volte repressa e a volte ripresa, nel perseguire obiettivi strategici nella regione. L’area, nonostante l’avanzamento delle rotte artiche e i vari stravolgimenti politici accaduti a partire dal 2011 con le primavere arabe, è strategica e non appare affatto periferica. Da qui tutto l’interesse potenziale del nostro Paese per spingere verso il suo naturale sbocco meridionale. Ogni qualvolta a Roma si rispolvera l’agenda mediterranea ed africana, si inizia da un dossier specifico: quello libico. É accaduto ad esempio durante l’ultimo governo Berlusconi, quando nel 2008 l’allora presidente del consiglio è volato a Bengasi per siglare il patto di amicizia con la Libia di Gheddafi. E in parte sta accadendo adesso, con i tentativi dell’attuale capo dell’esecutivo Mario Draghi di riprendere in mano il filo del dialogo con Tripoli e non soltanto per i discorsi relativi all’immigrazione.

Il perché della costante attenzione dell’Italia verso la Libia non è da rintracciarsi solamente nelle questioni geografiche. Le coste libiche sono molto vicine a Lampedusa, ma lo sguardo di Roma è proiettato verso il Paese nordafricano anche per vicissitudini storiche. Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, sono state riunificate durante l’era coloniale italiana. I rapporti tra le due sponde del Mediterraneo, da allora, non si sono mai interrotti del tutto. Una circostanza che vale anche in ambito culturale. Nel 2006 ad esempio, nella notte in cui l’Italia a luglio ha vinto i mondiali di calcio, la polizia libica ha dovuto respingere molti cittadini che stavano festeggiando per le vie di Tripoli. A ricordarlo nelle sue memorie è stato l’ex ambasciatore Francesco Trupiano, il quale ha sottolineato come per Gheddafi, da sempre propugnatore della retorica anti coloniale, vedere i libici festeggiare l’Italia ha rappresentato un evidente smacco politico. In quel momento è emerso il legame molto forte dei libici con gli italiani. A Bengasi negli ultimi mesi diversi istituti scolastici hanno chiesto la possibilità di avere dei testi in italiano per poter insegnare letteratura e storia italiana. Un altro segnale della considerazione del nostro Paese in Libia.

Forse è proprio da qui che potrebbe ripartire l’agenda italiana in Africa e nel Mediterraneo allargato. Avere cioè come teste di ponte le aree maggiormente legate al nostro Paese, sia per un antico passato coloniale (non sempre fortunato a dir la verità) e sia per recenti o attuali rapporti di natura economica. Dall’Eritrea alla Somalia, passando per l’Etiopia o per l’area del Sahel dove abbiamo attive ben due missioni militari (una nel Niger e una nel Mali), l’Italia ha senza dubbio una base concreta e importante da cui lanciare la sua strategia di Soft Power.

Anche in Africa c’è “voglia di Italia”

“Noi saremmo ben visti, le nostre aziende qui avrebbero le porte aperte”: la frase è stata pronunciata lo scorso 22 maggio su InsideOver da una fonte diplomatica a proposito dei possibili investimenti italiani in Africa nel settore delle infrastrutture. Parole che possono essere usate anche per altri contesti e per altri settori e che indicano come l’Italia nel continente sia potenzialmente ben voluta. Per molti africani, sia sotto il profilo politico che economico, rapportarsi con il nostro Paese è visto come un’opportunità. Il problema però è che spesso a mancare sono proprio gli italiani. Le teste di ponte relative alle ex colonie e ai territori storicamente più vicini all’Italia, da anni vedono l’avanzata di diversi attori stranieri. Cina in primis, ma anche Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Si tratta di Paesi che hanno investito soprattutto nell’ultima decade in infrastrutture e in formazione e che, in qualche modo, potrebbero occupare stabilmente dei ruoli importanti in queste regioni.

L’Italia ha potenzialità e know how adatti per recuperare il terreno fin qui perduto. Ma occorrono due elementi ben specifici: da un lato agire in fretta, dall’altro avere una chiara visione di cosa fare a lungo termine sostenendo imprese, enti e privati in grado di ben figurare nel panorama africano. Occorre, in poche parole, uno sguardo chiaro e pragmatico della posizione dell’Italia al di là del Mediterraneo.

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